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giovedì 16 febbraio 2023

China Mièville "Perdido Street Station" (2000)


CONSIGLI DI LETTURA

China Mièville

"Perdido Street Station" (2000)

La città di New Crobuzon potrebbe, in via teorica, appartenere al nostro futuro? Questa è una domanda che può venir in mente spesso, durante la lettura del primo capitolo della trilogia che China Mièville, scrittore inglese, dedica al continente immaginario di Bas-Lag. "Perdido Street Station" è, in tutta evidenza, un romanzo dal grande respiro epico, un fantastico caleidoscopio di immagini e di colori, una cupa novella ambientata in un universo non ben definito, un misto di bolgia infernale horror da grand guignol e dimensione da fiaba science fantasy steampunk. Un romanzo che rientra nel sottogenere della narrativa fantastica denominato new weird.

Un universo di delirio ipertecnologico e, nello stesso tempo, un mondo arrugginito, dove la costante erosione e consunzione entrano nel sangue e nelle viscere dei protagonisti. Un paesaggio tossico e malato che però sembra esistere autonomamente e parallelamente rispetto ai suoi abitanti, che riescono, grazie all'adattamento e all'abitudine, a vivere e a sopravvivere senza troppi traumi.

La violenza, la sopraffazione e la crudele repressione del dissenso ne fanno un luogo orwelliano. Ma più che Orwell e il suo mondo grigiamente tirannico, l'opera di Mieville richiama alla mente altri universi, ben più allucinati e meno classificabili: il "Blade Runner" cinematografico; così come dal cinema è indubbia l'ispirazione a "Brazil" e alle sue ossessioni da stato di polizia.

E poi c'è perfino un po' di Jorge Luis Borges, con la sua zoologia fantastica. New Crobuzon è un "bioparco" dove convivono esseri senzienti dalle molteplici caratteristiche, delle vere e proprie razze accanto a quella umana. Esseri con un vago antropomorfismo di base, sul quale si innestano le specificità classiche di insetti, anfibi, uccelli e persino piante. Accanto a queste razze ben definite, troviamo i "rifatti", tristi esperimenti della crudeltà umana istituzionalizzata.

Ma la cosa che stupisce di più è la semplicità con cui lo scrittore affronta i temi di vita quotidiana: la dimestichezza con cui descrive i processi mentali dei protagonisti alle prese con il loro microcosmo, tanto da rendercelo paradossalmente familiare. L'esplicita mostruosità degli individui, dei luoghi e delle situazioni assume i contorni della normalità, smette di essere qualcosa di estraneo, non solo per i protagonisti stessi, ma anche per il lettore, entra a far parte dell'immaginario, tanto da far pensare che New Crobuzon esista veramente da qualche parte.

È questa in definitiva quella che dovrebbe essere la forza evocativa del fantasy, quella che il più delle volte va a farsi benedire, quando ci troviamo al cospetto di opere mediocri e ridicole, dove i clichè abbondano e garantiscono solo una noia mortale. E' la stessa forza evocativa, per esempio, fatte le dovute proporzioni, che appartiene a Tolkien e Lovecraft, nelle cui opere la mitologia di luoghi e personaggi è uno dei fattori fondamentali e che riserva a questo genere letterario un ruolo fondamentale nella narrativa.

Ma per tornare alla domanda iniziale, chiari sono i riferimenti alla società attuale, talmente chiari e molteplici da diluirsi in un calderone incredibile. Sembrerebbe quindi, in apparenza, che Mièville abbia messo troppa carne al fuoco, da non riuscire più il lettore a comprendere che senso avrebbe l'uso della metafora in alcune immagini e in molte situazioni. Però il tutto funziona splendidamente. 

Tutto in questo "Perdido Street Station" si incasella a dovere e la narrazione procede fluida senza particolari intoppi.

mercoledì 15 febbraio 2023

Eduardo De Filippo "Le voci di dentro" (1948)


I capolavori di Eduardo

"Le voci di dentro" (1948)

"Le voci di dentro" nella produzione eduardiana prefigura un punto di svolta decisivo. Vi è una sorta di tetralogia, posta tra l'approssimarsi della fine della Seconda Guerra Mondiale e l'immediato dopoguerra, che segna duramente il teatro di Eduardo De Filippo. Una tetralogia che inizia con la disperazione "risanata" di "Napoli Milionaria", passa attraverso l'eccellente commedia nera di "Questi fantasmi" e il sublime dramma familiare di "Filumena Marturano", per concludersi con la tragedia assoluta a tinte fosche di "Le voci di dentro".

Non è un caso che questo periodo segna uno dei migliori momenti di Eduardo, queste quattro commedie racchiudono in loro una visione di un mondo in disfacimento, che era partito dalla povertà morale e fisica di "Napoli Milionaria", illuminata però dal fatidico «Ha da passà 'a nuttata», e si conclude con la cruda disperazione di "Le voci di dentro". Da un urlo di accorata speranza ad un gesto muto di rassegnazione senza fine.

Questa commedia-tragedia esaspera alcune caratteristiche fondamentali del teatro del grande autore napoletano, primo tra tutti l'elemento onirico, che qui si lega perfettamente al senso di spaesamento che tutti i personaggi vivono dall'inizio alla fine. Ci si trova infatti di fronte ad un mondo le cui regole sembrano dettate dalla casualità e dall'imprevedibilità, in cui le tragiche figure si muovono a stento, improvvisando di volta in volta le loro azioni. A tratti assumono le sembianze di marionette senza vita né anima.

Un mondo, dove si è completamente smarrito il senso dell'esistenza umana, nel quale appunto il silenzio è l'unica strada da seguire. Un silenzio vissuto come astensione, ultimo atto di ribellione, da questa triste esistenza, dove i valori sono solo dei fantasmi, buoni esclusivamente per la propria convenienza.

E' naturale, viste le premesse, che Eduardo rendesse con questa sua opera un omaggio ad una delle sue fonti di ispirazione e cioè a quel Pirandello, che spesso si aggira anche lui come un fantasma tra le visioni del più importante dei De Filippo. Pirandello assume le sembianze di un'ossessione e ancor più in questa commedia, dove la citazione è palese.

Ma Eduardo tratta questo materiale di ispirazione con l'esclusiva originalità che gli è propria. E non è certo la napoletanità che lo rende diverso, ma la capacità di porgere alla perfezione il costante rapporto che lega il messaggio delle sue creazioni al contesto sociale. Aspetto che nel teatro di Pirandello sfumava e si sublimava nella concezione filosofica anche astratta, dove l'incubo, l'ipocrisia e l'alienazione erano insiti nella natura umana, più che nella condizione sociale, anche se questa contribuiva ad aggravarne i vizi.

La struttura della commedia funziona come un meccanismo perfetto, dall'inizio alla fine. Fatti, situazioni e personaggi si incastrano e si eludono a vicenda in un caleidoscopio giocoso, comico e tragico di rara efficacia, comprendendo anche un coupe de theatre, geniale nella sua scontatezza, che permette ad Alberto Saporito di concludere con un monologo agghiacciante, che sfuma nell'ancora più agghiacciante silenzio finale.

Oggi, avremmo bisogno di un altro "De Filippo" che ci narri del nostro "nuovo mondo" in disfacimento. Ma dove trovarlo? Quel mondo lì, aveva dalla sua, menti eccelse. Nei nostri tempi farseschi, abbiamo a disposizione solo mediocri fantasmi asserviti.

lunedì 13 febbraio 2023

Emilio Salgari


LETTERATURA

Protagonisti

Emilio Salgari

Nella mia storia personale Salgari ha un piccolo grande merito, quello di avermi introdotto più di altri all'amore per la letteratura. Ricordo ancora con nostalgia quei volumi per ragazzi con illustrazioni coloratissime, che ogni tot di pagine interrompevano la lettura, poste a richiamare le fasi più importanti delle vicende narrate. Nulla ovviamente avevano a che vedere con la più recente ristampa dell'opera omnia dello scrittore, proposta anni fa dai Fratelli Fabbri Editori. All'interno di questi volumi, infatti, erano di nuovo presentate le tavole dell'epoca illustrate da quegli autori, ai quali erano state commissionate dallo stesso Salgari.

Invece, i disegni delle opere salgariane della mia infanzia erano ben poca cosa, ma nell'immaginario di un bambino erano tutto. Un Sandokan coloratissimo in cima a una montagna diventava l'archetipo dell'eroe ideale. Le tigri, dall'aspetto improbabile e a dir poco gigantesco, popolavano i miei sogni e i miei incubi. Il Corsaro Nero era la personificazione del mistero e dell'ambiguità. E poi tutti gli altri: Marianna, Yanez, Kammamuri, Tremalnaik, Jolanda, Carmaux, Wan Stiller, Honorata. Un pantheon di dei, più che di eroi.

Non ho problemi ad affermare che, per quanto riguarda la pagina scritta, per me tutto iniziò dai suoi magici libri e da quelli di Alexander Dumas e di Charles Dickens. Rivivo spesso momenti in cui giacevo malato nel mio lettino e il mio papà seduto ai miei piedi che leggeva le imprese degli eroi salgariani, una passione condivisa, una passione che sarebbe cresciuta con me.

Oggi, è di gran lunga lo scrittore di cui posseggo più libri, come forma di riconoscenza, credo sia il minimo.

Salgari, autore assai prolifico, negli ambienti dell'accademia culturale è da sempre snobbato e liquidato come appartenente alla cosiddetta paraletteratura, al massimo alla letteratura popolare. La stessa cosa è accaduta a Dumas, prolifico anche lui, considerato per lungo tempo autore di second'ordine, e un po' in genere a molto feuilleton, identica sorte è toccata per esempio anche al grande Luigi Natoli, e a molti altri. Si pensi solo ai giallisti e agli scrittori di fantascienza.

Oggi, lo scrittore veronese è stato "sdoganato", forse. Bontà loro. E può anche darsi che tra un po' di anni, chissà quando, avrà l'onore di apparire stabilmente nelle antologie scolastiche al fianco di nomi considerati più illustri, cancel culture permettendo.

Il merito di Salgari, ci tengo però a sottolinearlo, non può e non deve essere relegato, né nell'ambito della letteratura di genere, né in quella per ragazzi. 

Salgari ha creato degli universi fantastici di portata epocale, attraverso l'ideazione di storie, personaggi e luoghi, e ha contribuito non poco alla storia e allo sviluppo del Cinema. Ha in una parola dimostrato che la letteratura, prima di essere puro esercizio artistico, a volte estremamente astratto, è fatta della sostanza dei sogni e con i sogni dei lettori deve convivere.

Inoltre, basterebbe ricordare quanto e come abbia enormemente condizionato e ispirato la letteratura e non solo quella di genere, citando innumerevoli autori e non solo italiani, a cominciare dai suoi stessi contemporanei. Ha saputo plasmare, nonostante abbia viaggiato molto poco, servendosi del genere avventuroso, una forma e una sostanza che potessero parlare ai lettori di cose concrete, allo stesso tempo lontane e vicine al lettore stesso, e che permettessero per mezzo della semplice magia della lettura di viaggiare e di aprire l'orizzonte ristretto in cui ognuno di noi è costretto a vivere. In una parola ha liberato, rendendola concreta, la fantasia stessa.

domenica 12 febbraio 2023

"Amore e Guerra" (1975)


"Amore e Guerra" (1975)

Regia e sceneggiatura di Woody Allen

Con Woody Allen (Boris), Diane Keaton (Sonja), Harold Gould, Olga Georges-Picot, Jessica Harper.

A mio parere, "Amore e Guerra" è il film più geniale di Woody Allen, e sicuramente uno dei suoi migliori. Il più geniale per originalità, per ironia, per i fulminanti ed esilaranti dialoghi, per la surreale "ambientazione storica" e per la costruzione dei personaggi, caricaturali maschere gogoliane.

È il personale tributo del regista alla letteratura russa, in particolare a Dostoevskij, Tolstoj, Gogol e Pasternak. Tuttavia, non solo letteratura, visto le musiche sono di Prokofiev. Un omaggio dovuto, riconoscendo quanto questa abbia influenzato la sua cinematografia. Lui stesso in svariate occasioni ha ammesso esplicitamente il suo debito nei confronti della cultura europea, non solo alla narrativa (non solo i russi, anche Kafka), al teatro, con Shakespeare, ma anche soprattutto al cinema: Fellini, Bergman, l'esistenzialismo, l'espressionismo tedesco.

"Amore e Guerra" fa parte di quello che io chiamerei il filone onirico di Allen, insieme ad altri suoi film: "Il dormiglione", "Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso", "Ombre e nebbia", "Una commedia sexy in una notte di mezza estate", "La rosa purpurea del Cairo", "Zelig", "La dea dell'amore", l'episodio "Edipo relitto" di "New York Stories". In quel particolare contesto, nel quale il suo cinema si muove tra sogno, suggestioni visionarie, dialoghi surreali, parodia, comicità e tragedia.

In "Amore e Guerra" c'è qualcosa di più: la parodia come atto di amore nei confronti della letteratura e del cinema del passato ("Guerra e Pace", "Dottor Zivago", "La corazzata Potemkin", "Il settimo sigillo"), fatto con tocco delicato, ironia, ma, soprattutto dai "dialoghi filosofici" con quella che è di gran lunga la sua partner cinematografica migliore: Diane Keaton, attrice di gran talento, che non solo ben si adatta allo spirito ironico alleniano, ma dà un contributo originale determinante, con la sua personalissima ed espressiva recitazione, ma mai sopra le righe. D'altronde Woody stesso l'ha definita "il più grande amore della sua vita".

Un'ultima curiosità: la Keaton e Allen, si dividono equamente le parti della credente e dello scettico ateo, così come avviene nella realtà. 

E ora, un po' di "filosofia":

«a) Socrate è un uomo; b) tutti gli uomini sono mortali; c) tutti gli uomini sono Socrate, quindi tutti gli uomini sono omosessuali.» (Boris)

«Amare è soffrire. Se non si vuol soffrire, non si deve amare. Però allora si soffre di non amare. Pertanto amare è soffrire, non amare è soffrire, e soffrire è soffrire. Essere felice è amare: allora essere felice è soffrire. Ma soffrire ci rende infelici. Pertanto per essere infelici si deve amare. O amare e soffrire. O soffrire per troppa felicità. Io spero che tu prenda appunti.» (Sonja)

Sonja: «L’immoralità è oggettiva»

Boris: «Sì, ma la soggettività è oggettiva»

Sonja: «Non negli schemi percettivi razionali»

Boris: «La percezione è irrazionale e implica imminenza»

Sonja: «Ma il giudizio di ogni sistema o relazione prioritaria dei fenomeni esiste in ogni contraddizione razionale o metafisica o, almeno, epistemologica per concetti astratti o empirici come essere, esistere o accadere nella cosa stessa o della cosa stessa»

Boris: «Sì, questo è vero. Anch’io lo dico sempre»

Boris: «Sonja, e se Dio non esistesse?»

Sonja: «Boris Dimitrovic, stai scherzando?»

Boris: «E se fossimo solo un branco di gente assurda che corre intorno senza nesso o ragione?»

Sonja: «Ma se non esiste Dio la vita non avrebbe alcun significato, perché dovremmo continuare a vivere? Perché allora non suicidarsi?»

Boris: «Be', non facciamo gli isterici, potrei sbagliare. Io oggi mi uccido e domani "lui" concede un'intervista!»

Sonja: «Io credo... di essere mezza santa e mezza vacca.

Boris: Scelgo la metà che dà latte.»

sabato 11 febbraio 2023

"Anarchismo" e criminalizzazione del dissenso

"Anarchismo" e criminalizzazione del dissenso

È arrivato di nuovo il momento di diffamare e criminalizzare l'anarchismo. Perché serve una nuova strategia della tensione. Perché devono trovare un ulteriore modo di terrorizzare. Tutti. Da destra a sinistra. 

L'anarchismo si presta, perché è l'unico pensiero dignitoso, in mezzo a ideologie di merda che hanno fallito. Tutte legate alla presa del potere o alla sua gestione, alla beatificazione del collettivismo, dell'elitarismo, dell'uomo forte o del mercato, ecco perché fallimentari. 


Perché prima di parlare di dittatura sanitaria, bisognerebbe capire che cosa l'ha resa possibile.

Sono stati i milioni di morti causati dall'imperialismo, dalle ideologie otto-novecentesche, dall'ortodossia religiosa, dal giustizialismo. Insomma, dal pensiero desiderante del potere, in tutte le sue declinazioni. Il potere è malthusiano. Sempre.


L'anarchia non è un'ideologia, è un modo di essere, di pensare, è un comportamento che esiste da millenni, contro il potere costituito, qualsiasi potere. 

Sfugge a ogni catalogazione, perché non ha un partito, non soggiace a un pensiero unico: esistono tanti "anarchismi", per cui è facile da strumentalizzare. È facile far ricadere la colpa su generici anarchici. 


Periodicamente nella Storia, escono fuori gli anarchici, da fustigare e da accusare di ogni crimine, così come una volta, c'erano gli eretici. 

E molti di voi ci stanno cascando. Complimenti! 

Bevetevi la propaganda, che sia di destra o di sinistra. Ma bevetevela. 

Mi raccomando! 

Io non amo definirmi, ma oggi sono anarchico e ne vado fiero. Perché sto sempre coi reietti.


Detto questo, il problema non è alimentare la divisione. La divisione è iniziata mesi fa su tante piccole cose. A cominciare da quella che poi una piccola cosa non lo era poi tanto: la scelta elettorale, con insulti pesanti e infamità reciproche, soprattutto, ma non solo, tra votanti e  astensionisti.


Oggi è arrivata al suo culmine, non sul 41 bis, che sarebbe poca cosa, ma sulle radici stesse della lotta allo stato d'emergenza. Sono venute fuori posizioni inconciliabili con la mia stessa persona, con la mia storia. E non sto parlando di una vaga identità anarchica. Identità che mi interessa il giusto. Sto parlando della difesa dei diritti della persona. Sempre. Non solo sull'obbligo di terapie. 


È una battaglia che dura da decenni per il garantismo. Sono talmente vecchio che ho passato tante temperie. Avrei diritto anche di essere stanco. Ma non è neanche questo il punto. Ho dovuto subire tanti processi mediatici e non, come estremista, autonomo, untorello, fascista rosso, fiancheggiatore, sovranista psichico, rossobruno, negazionista, novax e, più volte, come anarchico.


Il fronte attuale cosiddetto antisistema è esistito veramente per lo spazio di qualche anno (al massimo). Ha mostrato di essere qualcosa di effimero. Perché le crepe e le fratture sono su tanti temi. Temi troppo importanti. E questo: la concezione e il rifiuto della logica dell'emergenza è fondamentale. Non si comprende quello che è successo veramente se non si fa un'analisi su quello che è l'autoritarismo dello Stato nel suo complesso, e nella Storia. 


Sì, c'è una studiata e raffinata volontà di dividerci, c'è stata fin dall'inizio. Ma è bastato poco, a dare conferma che ci fosse ben poco di solido. È bastato poco per fare emergere scheletri nell'armadio.

Io che sono arrivato ad avere una posizione soprattutto individuale, mia personale, su tutte le battaglie, e non ho un'appartenenza collettiva, non ne faccio un particolare dramma. Ero consapevole già prima di cosa fossero molti compagni di strada. 


Questi tre anni hanno rafforzato la mia consapevolezza anche su questo, e non nutrivo particolari illusioni. In questo periodo, ho aperto e chiuso collaborazioni con almeno un paio di esperienze politiche, che mi hanno fatto giungere definitivamente a certe conclusioni. E non sono conclusioni da poco. 


Tuttavia, se ci sarà di nuovo l'occasione di fare battaglie insieme su qualsiasi cosa, perché non è certo finita qui, non mi ritrarrò in nessun caso schifato.

Anche perché "circondarsi solo di persone che la pensano come te" è una grande inquietante stronzata, che prevede il raggiungimento di una condizione un bel po' distopica. Perché, così facendo, si formano delle piccole isole totalitarie; e in più, si fa un grande favore al sistema nella creazione di ghetti.


mercoledì 8 febbraio 2023

Grado G. Merlo "Eretici ed eresie medievali" (1989)

CONSIGLI DI LETTURA

Grado G. Merlo

"Eretici ed eresie medievali" (1989)


Grado G. Merlo è uno dei maggiori esperti italiani di Storia della Chiesa medievale. Questo piccolo manuale, nonostante la sinteticità, ma forse proprio grazie a questa, si rivela qualcosa di essenziale per la comprensione e lo studio di una materia più complessa di quanto si possa credere.

L'autore porta infatti a termine un lavoro di notevole difficoltà, sistematizzando e cercando di delineare razionalmente quelle eresie che hanno caratterizzato un periodo storico ben preciso, periodo che va dalla metà dell'XI secolo fino al 1307. Non è un caso che la scelta cada appunto su questo lasso di tempo. È infatti, dall'inizio della Riforma cattolica, che poi assunse il nome di gregoriana, alla fine dell'utopia dolciniana che i movimenti eterodossi e pauperistici assunsero quel ruolo di grande cambiamento per la cristianità e la società medievale.

Merlo dedica a ogni eresia un capitolo, lasciando sempre aperto lo sviluppo della trattazione, e senza porre la parola fine ad una ricerca che ancora oggi si arricchisce di nuove interpretazioni e scoperte. Non si può in effetti non tenere conto che il manuale è stato scritto nel 1989 e da allora nella medievistica, come d'altronde qualsiasi altro settore della conoscenza storica, si sono fatte strada nuove teorie.

L'autore è consapevole di ciò e ricorda più volte nelle pagine del libro che la complessità e la contraddizioni insite nella materia pongono problemi considerevoli allo studio e alla sua sistemazione razionale e logica. Ma, nonostante questo, riesce più che efficacemente a esporre teorie ed eventi con una trattazione limpida, lineare e di semplice fruizione.

"Eretici ed eresie medievali" si rivela appunto per quello che era negli intendimenti di Merlo: un manuale sintetico che offre una panorama generale, ma nel contempo preciso, di un fenomeno storico affatto marginale, ponendosi come base iniziale per successivi approfondimenti. Proprio per questo l'appendice del volume è dedicata alla bibliografia, strutturata e divisa alla stessa maniera dei singoli capitoli, in modo tale da fornire indicazioni, ancora una volta, precise e fruibili a chi volesse continuare nello studio e nell'approfondimento.

martedì 7 febbraio 2023

"Faster, Pussycat! Kill! Kill!" (1965)


Cult Movie

"Faster, Pussycat! Kill! Kill!" (1965)

regia di Russ Meyer

con Tura Satana, Stuart Lancaster, Susan Bernard, Lori Williams, Haji.


Russ Meyer, considerato a torto per lungo tempo solo il re del soft porn made in USA, è stato per molti versi invece un genio incompreso. Sono dovuti passare diversi decenni prima di cominciare a percepire con chiarezza la sua importanza e il ruolo di rottura che ebbe nell'ambito della cinematografia degli anni sessanta. Regista che ha fatto scuola, influenzando una buona parte del cinema successivo, tra i suoi ammiratori un certo Quentin Tarantino, che non esita a definirlo uno dei suoi maestri.

Nonostante le apparenze, il cinema di Russ Meyer non è affatto un cinema facile. Le immagini, il linguaggio e l'asprezza delle sceneggiatura lo fanno appartenere ad un genere assolutamente non popolare, sicuramente underground. L'uso che in alcuni suoi film si fa del porno non è un uso fine a se stesso, ma il mezzo estremo con cui trasmettere il messaggio contro le convenzioni dell'ipocrisia moralista.

La crudele ironia di cui sono stracolmi i suoi film è l'arma di Russ Meyer contro l'American Way of Life. Il suo obiettivo principale è la provincia americana, culla in cui ipocrisia, sciovinismo e moralismo vengono allevati. Non solo americana, potrei aggiungere io.

Ma attenzione, quello del regista è un amore odio, mentre ostenta disprezzo, ne esalta anche le caratteristiche, decostruendo per poi ricostruire a suo modo un trasgressivo mito della frontiera.

"Faster, Pussycat! Kill! Kill!" è sotto diversi punti di vista il capolavoro del regista. Ultimo film in bianco e nero prima dell'esplosione di colori e di forme parossistiche del successivo "Mondotopless" e dell'escalation porno dei film degli anni seguenti.

Ed è proprio una netta divisione quella tra la produzione in bianco e nero e quella a colori, dettata da questioni stilistiche e non solo da semplici questioni di ordine temporale. Questo film è la giusta apoteosi della sua filmografia.

Il bianco e il nero sono trattati non a caso e volutamente nella loro nettezza, dimostrano uno sforzo teso alla rappresentazione drastica dei contrasti, a cominciare dalle tre crudeli eroine, la cui misura della crudeltà viene data prorpio dall'uso ironico dei due colori nell'abbigliamento: inguinata nel nero dei jeans e della maglietta la più cattiva, la mitica Tura Satana, con jeans neri e maglietta bianca la seconda, e completamente in bianco o quasi, l'anima più "candida" delle tre. More le prime due, bionda la terza.

Ma il contrasto non si produce solo attraverso la metafora del colore, ma anche con il  paesaggio, la cui piattezza assume l'aspetto quasi lunare di un'allucinazione e dai dialoghi impossibili tra i protagonisti, la cui ironia rende alla perfezione un mondo assolutamente allo sbando, senza valori certi e di uno squallore unico.

"Faster, Pussycat! Kill! Kill!" potrebbe anche essere definito un noir, con tutte le implicazioni e l'ambiguità che questa definizione si porta appresso, un noir violentissimo e crudele, con componenti palesemente horror, ambientato in un mondo che sembra popolato da uno sparuto gruppo di sopravvissuti, privi di logica e di scrupoli morali.

Ma il bersaglio principale di Russ Meyer non è la crudele Tura Satana (e in maniera minore le sue compagne), che in qualche modo una sua logica sembra aver trovato nell'estrema malvagità, personalissima forma di ribellione, ma sono soprattutto gli altri personaggi, che si muovono tra ipocrisia e imbecillità.

Oggetto di culto da parte della cultura alternativa, come il precedente "Motorpsycho" (la famosa band rock ha preso da lì il nome), si pensi ancora al recupero sonoro e visivo fattone per esempio dall'altra band rock dei "Cramps", l'uso delle musiche abbinato alle immagini, infatti, nei film di Russ Meyer è un elemento imprescindibile, come in poche altre produzioni cinematografiche. 

Questo film possiede inoltre anche una notevole carica fumettistica, sia nell'impostazione visiva, sia nella sceneggiatura, che nei dialoghi, influenzando a sua volta proprio molte graphic novel made in USA, e non solo. Una pellicola che ha fatto epoca, ingiustamente e inspiegabilmente sottovalutata.

lunedì 6 febbraio 2023

Duane Allman

Storia del Rock

Protagonisti 

Duane Allman

Duane Allman è stato un grande, grandissimo chitarrista, destinato suo malgrado a diventare leggenda prima del tempo. Uno dei tanti cavalieri solitari del rock, un guitar hero per eccellenza. Un angelo del rock, passato su di noi con la velocità di un tornado. Morto nel 1971 ad appena ventiquattro anni nel pieno del suo fulgore artistico, a causa di un incidente motociclistico. Incidente che si ripeterà l'anno successivo, ironia della sorte, quasi sullo stesso luogo, decretando la morte del bassista Berry Oakley, compagno di Duane nell'Allman Brothers Band.

Ed è proprio all'Allman Brothers Band che il chitarrista legherà di più il suo nome, band che aveva fondato insieme al fratello tastierista Gregg. Gruppo di chiara ispirazione sudista, che ripeterà i fasti dell'acid rock e del country rock americano, con una marcatissima impronta rock blues e rythm'n blues. 

È proprio il blues, infatti, la fonte da cui aveva attinto Duane Allman, formandosi suonando con i migliori artisti neri, tra i quali basta citare Aretha Franklin e Wilson Pickett.

La sua fu una carriera, anche se troppo breve, molto intensa. Non si esaurì infatti all'interno della grande formazione sudista. Ci sono alcune  incisioni come solista e altre che attestano grandi collaborazioni, tra le quali spiccano soprattutto quella con Boz Scaggs e con Eric Clapton nei Derek & The Dominoes. 

Resta mitica, con questi ultimi, la versione di "Layla", con un assolo divino di chitarra slide, attribuito per lungo tempo ingiustamente allo stesso Clapton.

Duane Allman era un chitarrista dalle doti tecniche indiscutibili. Esecutore dai toni romantici ed epici, ci lascia una serie di dischi indimenticabili, anche se veramente troppo pochi.

È uno dei musicisti rock che amo di più, provate ad ascoltare "In Memory of Elizabeth Reed", dal live "At Fillmore East", e non avrete più dubbi.

Discografia consigliata:

"Boz Scaggs" (1969) Boz Scaggs

"Layla & The Other Assorted Love Song" (1970) Derek & The Dominoes

"The Allman Brothers Band At Fillmore East" (1970) Allman Brothers Band

"Eat A Peach" (1971) Allman Brothers Band

"An Anthology" vol.I e II - Duane Allman


"LA STRADA" DI CORMAC MCCARTHY



CONSIGLI DI LETTURA  


Cormac McCarthy

"La strada" (2006)


Le immaginarie storie su mondi post-apocalittici godono (si fa per dire) da sempre, in letteratura, in televisione e al cinema, di discreta considerazione, con forme espressive e risultati qualitativi assai differenti. La tematica del mondo distrutto da un olocausto di varia natura è uno degli argomenti più cari alla fantascienza e uno degli spunti più abusati dall'immaginario narrativo e visivo, purtroppo, di "moda", come non mai, negli ultimi anni, in particolare in questi ultimi tre, coi loro terrori vissuti, annunciati e minacciati dalla propaganda.


Non è necessaria un'eccessiva fantasia per ipotizzarne le forme, d'altronde chi ci ha provato ha di solito rispettato una serie di canoni che si ripetono anche banalmente: paesaggi sterili, forme di vita quasi del tutto estinte e i sopravvissuti del genere umano che crudelmente mettono in pratica, nella maniera più prosaica ed efferata, la concezione di hobbesiana memoria di "homo homini lupus".


Quindi, la materia scelta da Cormac McCarthy non era certo particolarmente originale e quindi, le probabilità di cadere nel già scritto e nei luoghi comuni annessi e connessi, erano abbastanza alte. McCarthy arriva infatti alla prova, quando nei decenni scorsi è stato preceduto da scrittori del calibro di Ballard e Matheson, che le possibili varianti catastrofiche hanno passato al setaccio con geniale meticolosità.


Eppure, McCarthy non solo si smarca elegantemente da tutti i possibili ostacoli e rischi, ma realizza un indiscutibile capolavoro. Da qualsiasi prospettiva lo si voglia guardare, il romanzo ha una sua potenza evocativa, che difficilmente potrebbe far pensare ad altre opere del genere. 


E' vero che lo scrittore fa suoi molti degli ingredienti da post catastrofe, compresi certi richiami cinematografici (si pensi per esempio ad alcune suggestioni che fanno venire alla mente i vari "Interceptor"). Alla fine, però, il post-apocalittico viene comunque trattato senza tralasciare alcun particolare e senza giocare troppo sul sensazionalismo, con realismo e verosimiglianza scioccanti. 

È un mondo in cui la catastrofe non viene mai precisata, e i cui confini non si conoscono, aumentando il senso di totale straniamento e di precarietà con cui sopravvivono i protagonisti. Un mondo apparentemente privo di animali, a eccezione di un cane dalle caratteristiche spettrali.

 

Di fatto, il libro potrebbe essere letto anche come se fosse una perfetta sceneggiatura cinematografica, e non a caso ne è stato tratto un ottimo film, interpretato da uno straordinario Viggo Mortensen, che però qualitativamente si pone un gradino al di sotto del romanzo. 

A conferma di questa sua plasmabilità, persino lo stile e la scrittura si adattano per intero alla tragedia che stanno vivendo i personaggi, in modo tale da rendere la forma scritta un unicum con il racconto.


Si prendano ad esempio i dialoghi privi di punteggiatura, scarni ed essenziali, che vanno ad integrarsi con il resto del testo, rendendo ancor più vivido il senso di desolazione, di disperazione, di vuoto. Così come l'essenzialità dei paragrafi, a volte anche brevi e brevissimi, che, con la fredda spaziatura, comunica l'impressione chiara, netta dell'impossibilità di vivere una realtà diversa da quella data. 


L'assenza di capitoli, sia numerati che intitolati, la quasi totale assenza di nomi geografici, i protagonisti chiamati solo come "l'uomo" e il "bambino", il mondo e i luoghi anonimi, appiattiti dalla desolazione circostante, sono fattori che completano la notevole forza descrittiva di McCarthy che con poche frasi, fa trovare il lettore immerso in quell'universo dominato dal nero e dal grigio, impregnato di fango, cenere e morte. Quasi un fluire incontrastato di un sordo, funereo rumore di fondo.


In mezzo a tutto questo, una piccola ma potente luce. La luce dell'amore tra il padre e il figlio, quasi assoluti protagonisti del libro. Di un uomo che sfida oltre ogni logica la morte, per proteggere e far sopravvivere il figlio in un mondo fosco e crudele. Ma soprattutto la luce simbolica del "portare il fuoco", quell'espressione che spesso il bambino ricorda al padre e che non è legata solo ad un paragone preistorico, ma soprattutto al fatto che la luce e il calore del fuoco tengono viva l'umana speranza.


Una speranza, per dei versi assolutamente insensata, ma che salva i due dal degrado disumano di doversi riscoprire mostri senza più anima, quasi a due passi dal trasformarsi in zombie, anche se senzienti (e qui la metafora è chiarissima), come molti dei "cattivi", così come li chiama il bambino. Ed è un'irriducibile speranza nella "bontà" e nell'umano il messaggio finale dell'autore, un messaggio che tutto riassume e che rende quest'opera diversa da molte altre dello stesso genere.

mercoledì 1 febbraio 2023

Michel Foucault, "Sorvegliare e punire - Nascita della prigione" (1975)


CONSIGLI DI LETTURA

Michel Foucault, "Sorvegliare e punire - Nascita della prigione" (1975)

Non è mia intenzione disconoscere i meriti di certe pubblicazioni, di quella forma editoriale che va sotto il nome di "instant book". In questi ultimi tre anni (ma è comunque un fenomeno anche dei decenni precedenti: si veda i saggi sull'europeismo), ne sono uscite molte, e se è vero che è importante riempire l'editoria di voci dissonanti, è anche vero che questo fenomeno è stato alimentato da una spinta emotiva e, purtroppo, anche da sensazionalismo. 

Quindi, accanto a libri preziosi (non molti in verità), è possibile trovare prodotti assai discutibili, in cui è del tutto evidente la mancanza di approfondimento, la tendenza verso ossessioni ideologiche, mistiche e religiose, e l'assenza di capacità complessiva di analisi. E in diversi casi, soprattutto l'intento commerciale: chi ha un nome già affermato, spesso cerca di sfruttare l'onda emotiva, adattando la propria produzione letteraria. Legittimo, per carità. Basta che i lettori ne siano però consapevoli.

Nulla di nuovo, in effetti, il limite di questo settore editoriale è proprio quello di essere adeguato solamente al momento storico che stiamo vivendo, solo pochi riescono a prescindere da questo limite. 

Attenzione però, non sto dicendo di non leggere questi libri, pure io ne acquisto e ne leggo diversi.

Tuttavia, insisto nel consigliare, prima di rivolgersi a queste letture, o almeno di compendiarle, spostando l'attenzione sulla produzione filosofica, storica e letteraria del secolo passato, dove già era stato scritto tutto, cioè con "tutto" intendo la capacità di prevedere e leggere certe dinamiche, non solo in modo da essere applicate esclusivamente al periodo in cui sono state scritte, ma che riescono ad andare oltre, e servono da strumento, a prescindere dalle epoche.

Michel Foucault, spesso citato, a volte non proprio a proposito anche durante lo stato d'eccezione pandemico (stessa sorte di Pasolini, di Bauman e della Arendt), è stato, a tal proposito uno dei pensatori del XX secolo, che meglio è riuscito ad analizzare tutti gli aspetti del potere.

Questo saggio, non è l'unico in tal senso, la sua è una bibliografia assai ricca. Ma è uno di quelli nei quali Foucault sviscera con più forza le tante implicazioni relative alla pena, al consenso, al disciplinamento, alla sorveglianza e al controllo. 

È un libro assai complesso: è contemporaneamente saggio storico e filosofico.

È complesso, perché le dinamiche che analizza sono esse stesse complesse, e di complessità nelle analisi, noi abbiamo bisogno.

Certo, è fermo agli inizi degli anni settanta, ma esistono altre letture, anche di questi anni che possono completare storicamente le analisi del filosofo francese. Ma senza le basi di partenza, poco può essere adeguato: i fondamentali stanno qui, come appunto, in altri autori del Novecento. Semmai, il problema è di trovarne oggi di veramente all'altezza. L'intuito, a volte può aiutare.

L'incipit del libro, insieme a tutta la prima parte, dedicata al supplizio nel XVII e XVIIl secolo è a dir poco fulminante e traumatizzante.

Un libro difficilmente riassumibile e dal quale è difficile trarre una citazione. Un libro che va letto attentamente e attentamente studiato.

«…infine ciò che presiede a tutti questi meccanismi, non è il funzionamento unitario di un apparato o di un'istituzione, ma le necessità di un combattimento e le regole di una strategia. Che, di conseguenza, le nozioni di istituzione di repressione, di rigetto, di esclusione, di emarginazione, non sono in grado di descrivere la formazione, nel cuore stesso della città carceraria, di insidiose dolcezze, di cattiverie poco confessabili, di piccole astuzie, di processi calcolati, di tecniche, di «scienze» in fin dei conti, che permettono la fabbricazione dell'individuo disciplinare. In questa umanità centrale e centralizzata, effetto e strumento di complesse relazioni di potere, corpi e forze assoggettate da dispositivi di «carcerazione» multipli, oggetti per discorsi che sono a loro volta elementi di quella strategia, bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia.»

PACIFISMO E ANTIMPERIALISMO?

 Ci sono soggetti che nel 1938, in nome del pacifismo o dell'antimperialismo, avrebbero probabilmente guardato con indulgenza a Hitler p...