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lunedì 16 giugno 2025

Fenomenologia del tifo bellico da tastiera: la propaganda e la voce ignorata della convivenza. Come evitare l’abisso.


Fenomenologia del tifo bellico da tastiera: la propaganda e la voce ignorata della convivenza. Come evitare l’abisso.

Nell’epoca delle guerre “trasmesse in diretta”, dell’empatia a senso unico e delle continue escalation, mentre vediamo vite irripetibili spezzate per sempre, infanzia negata e annichilita, intere città distrutte, ruderi che qualche minuto prima erano case, assistiamo anche al paradosso inquietante del tifo bellico a distanza travestito da “pacifismo”. Non si tratta di un fenomeno nuovo, ma oggi trova nella comunicazione istantanea e nella spettacolarizzazione dei conflitti un terreno di coltura ideale. 

Chi partecipa a questo tifo non si percepisce come sostenitore della violenza, bensì un difensore dei deboli, dei diritti umani, della giustizia, della liberazione dei popoli. Eppure, la retorica e la prassi rivelano un meccanismo ben diverso: una forma di adesione emotiva alla parte giusta di una guerra, presentata come l’unica via per la pace.

Alla base di questa dinamica c’è un lessico, che plasma la percezione collettiva: bombardare per fermare massacri, inviare armi per difendere civili, invasioni e aggressioni che si trasformano in “difese”, guerre “preventive”, “denazificazioni” immaginarie, pulizia etnica che si trasforma in “trasferimento”, la fame come “strumento” strategico. Il bellicismo ha inquinato una parte sostanziosa della comunicazione umana. Non vale neanche più la pena di tirare in ballo Orwell e la sua neolingua, tanto la realtà è andata oltre. Porta come effetto non secondario all'aumento di razzismo, xenofobia, antisemitismo, islamofobia, disumanizzazione del nemico.

La pace, secondo questa logica, non è mai dialogo o compromesso, ma resa incondizionata del nemico di turno, per poi giungere al cortocircuito cognitivo quando nella realtà lo schema si complica, cede il passo a interessi geopolitici, e alleanze o inimicizie saltano. Tuttavia, il buon tifoso interverrà sempre per giustificare qualsiasi azione della sua parte, affinché il proprio controfattuale fantastico rimanga in piedi inalterato. Il mondo del tifoso è un mondo semplice, dall’ideale “bucolico”, basato su automatismi ideologici e culturali. I poteri coinvolti conoscono perfettamente questa dinamica, la sollecitano e ne approfittano per rafforzare la propria propaganda. 

Un nodo cruciale di questa narrazione è che il concetto di legittima difesa viene fagocitato e distorto: un principio sacrosanto di diritto naturale, riconosciuto anche dal diritto internazionale, viene progressivamente confuso con la guerra offensiva e distruttiva camuffata da autodifesa collettiva. Così, ogni escalation è presentata come dovere morale di proteggere — anche quando, di fatto, alimenta la spirale di ritorsioni, giustifica stermini, in un tourbillon di paranoia ossessiva. 

La legittima difesa, contaminata dal tifo bellicista, perde la sua funzione giuridica e diventa slogan di consenso per interventismi che quasi sempre travalicano i confini della difesa proporzionata, in un continuo eterno ritorno del “divide et impera". Poco importa che nella sostanza del reale le popolazioni vengano lasciate da sole e senza l’opportunità di difendersi dagli aggressori.

La formula antica “Si vis pacem, para bellum” — se vuoi la pace, prepara la guerra — riappare aggiornata, mascherata da slogan pseudo umanitaristi. Intellettuali, guru, influencer e leader politici, o presunti tali, anche di quel fantasma che è chiamato dissenso, recitano un copione rodato e preventivamente confezionato, che blatera di pace amplificando la voce delle diverse propagande in campo: chi non si schiera con la parte “giusta” è colpevole e traditore, servo di qualche potere “altro”.

A livello individuale, il tifo bellico risponde a un comprensibile bisogno emotivo: non sentirsi impotenti di fronte all’orrore. Identifica nettamente e contemporaneamente eroi e mostri (ma di una parte sola), semplifica la complessità e permette di canalizzare l’angoscia in un’azione simbolica: un post, una bandiera, una foto, un’immagine costruita con l'ausilio dell’IA, un corteo. Il gesto di schierarsi dona una gratificazione immediata, un conforto narcisistico: io sto dalla parte giusta della storia, ma ciò che produce è solo sterilità intellettuale e morale.

Questa logica selettiva disattiva l’empatia universale e la sostituisce con un’empatia tribalizzata. Si piange per le vittime “amiche” e si dimenticano le vittime “nemiche”, classificate come inevitabili danni collaterali, scudi umani o attribuite alla responsabilità dell’avversario, che ha provocato la reazione e non si arrende capitolando. Ciò che in guerra è permesso all'amico, diventa un esecrabile crimine se praticato dal nemico.

Il sistema dei media amplifica questa dinamica: la guerra diventa uno spettacolo morale a episodi. Le immagini sono scelte per colpire emotivamente e rendere virale e selettiva l’indignazione, ma raramente spiegano le vere cause, il contesto, gli interessi in gioco. La storia, ridotta a fumetto, si presta perfettamente alla polarizzazione da stadio, soprattutto a distanza. Nei social, il fenomeno esplode: ogni utente diventa un micro-propagandista che diffonde slogan e hashtag, rafforzando la narrativa binaria. Lo spazio per l’analisi critica si restringe: chi rifiuta la semplificazione è detestato, isolato e guardato con sospetto. È del tutto indifferente che siano ignorati e dimenticati vecchi e nuovi stermini, i quali non hanno il "privilegio" di accedere ai riflettori dello spettacolo in prima serata. E anche quelli che hanno questa “fortuna” vengono "depurati” degli aspetti più atroci oppure enfatizzati e inquinati da falsità propagandistiche.

Eppure, in ogni guerra, esistono semi di pace che smentiscono l’idea di un odio irreversibile. Queste storie di convivenza sono la vera minaccia alla retorica bellica — e proprio per questo vengono ignorate, osteggiate, ridicolizzate, relegate nell’oblio. Esistono o sono esistite durante, prima e dopo diversi conflitti: nei Balcani, in Israele - Palestina, in Africa, in Colombia, in Irlanda del Nord, solo per fare alcuni esempi. Queste esperienze dimostrano che la convivenza non è una favola buonista, ma una realtà scomoda per chi ha interesse a narrare la guerra nella consueta maniera.

Chi invece insiste a raccontare e a vivere queste isole di pace pratica un atto di diserzione simbolica dalla propaganda. Ma paga un prezzo: è accusato di ingenuità, deriso o bollato come traditore della causa “giusta” (con aggettivi annessi, anche di senso opposto, come è capitato al sottoscritto). La società dello spettacolo preferisce l’eroe armato al costruttore di ponti, il bombardiere compassionevole al negoziatore silenzioso, il blaterare da social, senza costrutto alcuno, all'impegno sociale finalizzato alla comprensione e al dialogo. 

Eppure, mai come oggi serve una cultura che restituisca alla parola pace il suo senso reale: non la vittoria di un fronte, ma la cessazione organizzata della violenza e il riconoscimento reciproco dell’umanità condivisa. L’individuo bistrattato e offeso deve cercare di riprendere in mano la sua esistenza.

In un tempo di tifoserie moralistiche che immaginano la parte del campo bellico che piace a loro come “umanitaria”, in attesa mistica che gli uomini della provvidenza vengano a salvarci, il vero pacifismo non è il silenzio complice, né la neutralità passiva, né tantomeno quello orbo da un occhio, ma gli esempi e le voci attive contro l'orrore che mostrano che la convivenza esiste, resiste, e può espandersi e viene solo dal basso. Difenderla, narrarla, farla diventare racconto collettivo: questa è la sfida più rivoluzionaria, davvero antisistema e genuinamente antagonista ed è l’unica soluzione per evitare l’abisso, perché disinnesca le armi più antiche: l’odio e la disumanizzazione del nemico.

domenica 15 giugno 2025

Philip K. Dick, “Le tre stimmate di Palmer Eldritch” (1964)


Philip K. Dick, “Le tre stimmate di Palmer Eldritch” (1964)

«Era assurdo, visto che la P.P. Layouts pagava all'ONU un abnorme tributo annuo in cambio dell'immunità; ma, assurdo o no, nei pressi della calotta polare settentrionale di Marte, un'astronave da guerra dell'Ufficio ONU per il Controllo sui Narcotici aveva sequestrato un intero carico di Can-D proveniente dalle super-sorvegliate piantagioni di Venere, per un valore di quasi un milione di scorze. Era chiaro che il denaro spillatogli non aveva raggiunto chi di dovere, nei meandri della gerarchia ONU.

Ma non poteva farci niente. L'ONU era una monade senza finestre, sulla quale egli non aveva influenza.»

«"Non ho trovato Dio nel sistema di Proxima, ho trovato qualcosa di meglio", confida Eldritch a Leo ancora sotto l'effetto del Chew-Z; "Dio promette la vita eterna. Io posso fare di meglio. Posso consegnarla a domicilio".»

«Con lunghe braccia tentacolari, si estendeva dal sistema di Proxima Centauri fino alla Terra, e non era umano: non era un uomo quello che era ritornato. E aveva un grande potere. Poteva sconfiggere la morte.

Ma non era felice. Per la semplice ragione che era solo. Così, a un tratto, cercò un rimedio: e si cacciò in un mare di guai per attirare altri sulla strada che lui aveva seguito.»

Sarebbe del tutto legittimo considerare Le tre stimmate di Palmer Eldritch l’opera più compiuta di Philip K. Dick, se non fosse che stabilire una gerarchia all’interno della produzione del forse più geniale autore della letteratura di anticipazione rischia di ridursi a un esercizio sterile. La sua completezza, infatti, non è data nonostante l’andamento delirante della trama, ma proprio in virtù di esso. Un’affermazione che può sembrare paradossale, ma che, parlando di Dick, risulta perfettamente coerente.

Il romanzo trae la sua forza proprio dal delirio allucinatorio che lo percorre, trovando in esso una sorprendente coerenza interna. Ogni elemento — personaggi, ambientazioni, oggetti simbolici (Can-D, Chew-Z, le stimmate stesse) — concorre a formare un sistema tematico integrato e perfettamente funzionale. Nulla è superfluo: tutto risponde a una logica. È la logica da incubo in cui si manifesta la manipolazione da parte del potere, ma che è pur sempre una logica. In questo senso Palmer Eldritch è anche una metafora della propaganda come mostruosa psicopatologia, che si fa Dio e che si insinua nelle menti e persino nei corpi, trasformandoli a sua immagine e somiglianza.

Se esiste un’“essenza” dickiana, è questa: la realtà come costruzione fragile, deformabile, potenzialmente illusoria. Palmer Eldritch è il romanzo in cui questa visione non solo è espressa, ma anche incarnata in forma narrativa, resa viscerale, perturbante, indelebile. Il lettore, al pari dei personaggi, non sa mai con certezza dove si trovi. È la vertigine dickiana portata al suo massimo grado di compiutezza.

Anche per questo, Palmer Eldritch può essere considerato il romanzo più affine alla Trilogia di Valis. Anzi, potremmo definirlo un proto-Valis, il testo che più chiaramente prefigura le tematiche centrali della trilogia, anche se intercorrono diciassette anni di differenza. Siamo nel cuore dello gnosticismo fantascientifico di Dick, dove la divinità si manifesta attraverso fratture della realtà e può assumere tratti oppressivi o tragicamente inadeguati. In questo senso, Matrix ha ben poco di realmente anticipatore: è Dick ad aver già detto tutto, e con più profondità. Anzi, Matrix è più che altro una mera rielaborazione di alcuni aspetti dell'universo letterario dickiano.

Che le esperienze mistiche siano indotte dalle droghe o da disturbi mentali importa poco: l’identità si disgrega o si sdoppia, generando comunque alienazione, orrore del vuoto. La diffusione della paranoia infrange ogni argine, aprendo la percezione a un’entità che manipola e controlla la realtà. Tuttavia, Palmer Eldritch mantiene una forma più coesa e romanzesca rispetto alla Trilogia di Valis, che ha invece una struttura più frammentaria e diaristica.

In questo romanzo il conflitto, o meglio la confusione, tra realtà e illusione raggiunge un grado di evidenza drammaticamente chiaro. Il confine tra le due dimensioni si sgretola, si fa evanescente. Eldritch incarna il post-umano: un ibrido di carne e macchina, un “Messia rovesciato”, inquietante, e forse abitato da un’entità aliena. Si presenta come dio, ma è ambiguo: è un salvatore o un demone? Qui Dick esplora la teologia negativa: la divinità come ciò che sfugge, come potenzialmente malvagia e inconoscibile. Se è Dio, è dio della guerra nel senso più esteso del termine, e quindi anche Demone. Un ibrido molto attuale - carne e macchina, carne e metallo. Il dio della distruzione dell’umano, metafora anche dei mass media e del Grande Capitale. Ma soprattutto metafora che anticipa in maniera inquietante la nostra realtà in tutte le sue forme.

Le droghe Can-D e Chew-Z promettono salvezza, offrendo esperienze di evasione collettiva o di allucinazione individuale. Si apre così un conflitto insanabile tra due droghe, due visioni, due entità che si contendono l’anima umana attraverso il mercato, in un gioco perverso di potere e straniamento. Parlare di “anticipazione” in Dick è quasi superfluo. Eppure, come dicevo, l’autore riesce a mantenere il controllo della narrazione, senza cedere del tutto al flusso psicotico, pur restando costantemente sull’orlo del baratro. Siamo tutti sull'orlo del baratro.

Le tre stimmate di Palmer Eldritch è forse il romanzo in cui Dick raggiunge il miglior equilibrio tra ispirazione e controllo, tra delirio visionario e struttura narrativa. La sua prosa disturbante tocca vette sublimi, spiazza e annichilisce, conferendo al racconto una forza inquietante. Il delirio non è un limite: è la forma necessaria per descrivere un mondo che ha perduto ogni centro, che si nutre solo di odio e disprezzo. Il romanzo non cede mai del tutto alla deriva psicotica (come accade in Valis), né si rifugia in una trama rassicurante. Cammina su un crinale sottile: tra allucinazione e lucidità. Ed è proprio questa tensione a renderlo così completo, capace di raccontare l’infinita speranza e la mostruosa tristezza di creature crudeli che si dibattono per, e nel, nulla.

giovedì 12 giugno 2025

Digiuno per Gaza


Io digiunerò

«Cari amici,

In un mondo che spesso si mostra indifferente alla sofferenza, qualcosa sta cambiando.

Il 16 giugno, Combatants for Peace , insieme ai partner israeliani e palestinesi nella regione e agli alleati globali, guiderà un digiuno internazionale di solidarietà di un giorno per Gaza . Questo digiuno non è una dichiarazione politica ai governi, ma un appello umano alla gente. Ai gazawi. Agli ostaggi. A tutti coloro che stanno vivendo questo incubo.

"Ti vediamo. Non distoglieremo lo sguardo."

A Gaza, il cibo non solo scarseggia, ma viene anche trasformato in un'arma. Le famiglie muoiono di fame, i camion degli aiuti umanitari vengono respinti e i corridoi umanitari bloccati. Questo digiuno è un atto non violento di co-resistenza , una dichiarazione concreta che la vita, la dignità e la giustizia contano, e che vengono negate.

È anche un'offerta profondamente personale: connettere i nostri corpi con coloro che hanno fame, non per scelta, e creare spazio nelle nostre vite per l'empatia, il disagio e la determinazione condivisa.

Nel digiuno, agiamo al di là di confini, politiche e fedi, come un tutt'uno. Insieme, diciamo:

Lasciate passare gli aiuti.

Porre fine al blocco.

Garantire un cessate il fuoco.

Liberate gli ostaggi e i prigionieri.

Sostenere la vita, i diritti e la libertà di tutti.

Questo digiuno si basa sulla nonviolenza , la stessa forza che ha mosso milioni di persone durante le lotte per i diritti civili e che resta il nostro linguaggio condiviso più potente.

Il mondo sta cambiando: continuiamo a spingere

I governi stanno iniziando a rispondere alla pressione dell'opinione pubblica. Proprio questa settimana, il Regno Unito, insieme a Canada, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia, ha sanzionato due alti ministri del governo israeliano per aver sostenuto e incitato alla violenza dei coloni in Cisgiordania. Si tratta di misure senza precedenti, che segnalano una crescente volontà internazionale di chiamare il potere a rendere conto delle proprie azioni , non solo a parole, ma nei fatti.

Movimenti di massa come la Freedom Flotilla e la Marcia Globale verso Gaza hanno mobilitato migliaia di persone. Ma ora, ci rivolgiamo a noi stessi. Ai nostri corpi e alla nostra fame.

Come partecipare al digiuno per Gaza

✅ Impegnati a digiunare : iscriviti per connetterti con noi durante la giornata, mentre trasmetteremo in diretta streaming da Beit Jala. Sarai virtualmente al nostro fianco mentre ci riuniamo per digiunare insieme - palestinesi, israeliani e alleati internazionali - uniti nella nostra solidarietà e umanità.

🌎 Aggiungi il tuo nome e la tua posizione alla mappa globale in tempo reale . Carica una foto o un videomessaggio se lo desideri. Condividi il motivo per cui stai digiunando e invia un messaggio di solidarietà alla popolazione di Gaza.

📢 Condividi sui social media : carica una foto o un video con l'hashtag #EndGazaStarvation. Tagga @combatantsforpeace_english e/o @afcfpeace . I video selezionati saranno sottotitolati e ampiamente condivisi.

Ecco come avviene il cambiamento.

Tutto inizia con persone comuni che si rifiutano di guardare altrove e agiscono partendo dalla propria posizione. Il digiuno per Gaza dura un giorno solo, ma il suo significato riecheggia oltre: un appello alla libertà, alla sicurezza, alla dignità, per tutti.»

In solidarietà,

Il team Combattenti per la Pace

✅ Veloce per la libertà - Iscriviti qui🌎 

https://form.jotform.com/Combatants/fast-for-freedom

Mappa globale in tempo reale

https://padlet.com/galiagalili/fasting-for-freedom-bwkyjvl858cb4ipr

mercoledì 11 giugno 2025

Tribalismo digitale e repressione del pensiero antidogmatico


Tribalismo digitale e repressione del pensiero antidogmatico

Ho più volte nel corso degli anni affrontato la dinamica (auto)escludente denominata “Spirale del silenzio”, oggi la situazione è peggiorata ancora di più, e quindi l’affronto in altri termini, anche se il frame è lo stesso. E sono queste considerazioni che mi hanno condotto ad allontanarmi gradatamente dai social. A tentare di farlo. Anche se tagliare del tutto i ponti mi è impossibile. O a trovare un modo per sopravvivere ad essi, nonostante i problemi personali. Vivo, come molti, il disagio di una dipendenza e contemporaneamente di un rifiuto, alla ricerca di un equilibrio che forse non esiste.

Nel cuore dell'era digitale, in una società che si dichiara liquida, flessibile e pluralista, si assiste in realtà a un inquietante ritorno del conformismo tribale. I social network, anziché amplificare il dibattito, lo comprimono dentro schemi binari. L’adesione a una comunità digitale diventa più importante della ricerca della verità; l'identità condivisa prevale sulla riflessione autonoma.

Zygmunt Bauman ha descritto le comunità moderne come "surrogati" di quelle autentiche: offrono appartenenza immediata e identità prefabbricate, ma senza profondità relazionale o responsabilità reciproca. Le tribù digitali funzionano così: chiedono fedeltà, puniscono il dubbio, celebrano il nemico comune. In questo contesto, l’eretico è chi rifiuta di parlare con il linguaggio della tribù.

Molti movimenti nati in opposizione al sistema si sono irrigiditi in nuove ortodossie. Laddove c'era apertura, oggi c'è codice morale; dove c'era rivoluzione, oggi c'è burocrazia identitaria. Il dissenso, per sopravvivere, ha imparato a camuffarsi da guardiano dell'ideologia: chi un tempo sfidava il dogma ora lo difende da qualunque contaminazione.

Pensare in modo flessibile è diventato sospetto. Il pensiero che si evolve, che cambia idea, che ascolta l'altro, è visto come debolezza, come mancanza di "posizione". L’ambiguità è temuta più della menzogna. Il dissidente autentico è oggi colui che rifiuta i ruoli, che rifiuta di essere "da una parte" e rivendica il diritto alla complessità.

L'eretico non è solo chi dissente, ma chi lo fa fuori dallo schema della contrapposizione. È il soggetto non integrabile: troppo lucido per essere fan, troppo critico per essere guida, troppo libero per essere cooptato. La sua figura inquieta perché non serve a nessun sistema: è l’unico che, in un mondo dove tutto è comunicazione, rifiuta la propaganda. L'eretico è anche colui che guarda con gli occhi dell'altro, che riesce a scardinare le logiche identitarie, scientiste, fondamentaliste e tradizionaliste. In questa capacità di attraversare i confini simbolici, risiede la sua autentica sovversione: non distrugge, ma smaschera; non costruisce dogmi, ma apre varchi.

L'eretico è un mediatore di mondi, un traduttore culturale in grado di spezzare la catena delle fedeltà cieche e dei pregiudizi radicati. È colui che sa riconoscere la verità parziale in ogni campo senza idolatrarne nessuno, e che rifiuta l'alternativa forzata tra adesione totale e rifiuto violento. In un tempo in cui tutto viene polarizzato, la sua posizione interstiziale appare minacciosa perché non controllabile. Non chiede di essere seguito, ma invita a pensare. Non propone un nuovo dogma, ma indica la fragilità dei vecchi. Per questo l'eretico è, in senso profondo, l'unico vero sovversivo: sovverte la forma mentis, non solo le strutture.

Per esempio, figure storiche come Giordano Bruno, Simone Weil o Pier Paolo Pasolini incarnano in modo esemplare questa tensione: pensatori che hanno pagato con l'emarginazione, la censura o la morte la loro capacità di pensare contro, ma anche oltre. Bruno fu condannato non solo per le sue idee cosmologiche, ma per la radicalità con cui rifiutava ogni autorità dogmatica. Simone Weil attraversò marxismo, cristianesimo e mistica orientale senza inchinarsi mai a un sistema chiuso. Pasolini smascherò i miti sia del potere borghese sia della sinistra istituzionale. Tutti e tre hanno incarnato una verità scomoda: il pensiero autentico, per essere tale, deve accettare la solitudine e il rifiuto.

Viviamo, dunque, in un tempo in cui il pensiero si misura in click, e il valore in visibilità. Ma esiste una resistenza silenziosa, fatta di persone che rifiutano la velocità del giudizio, la violenza del branco, il fascino dell’etichetta. Essere eretici oggi significa difendere il pensiero dalla sua riduzione a slogan. Significa, in fondo, tenere viva la possibilità di una libertà autentica, che non ha bisogno di tribù per essere pronunciata.

martedì 10 giugno 2025

Danila Comastri Montanari, “Saturnalia” (2002)


Danila Comastri Montanari, “Saturnalia” (2002)

«Col freddo di questo inverno gli affitti sono saliti alle stelle e il prezzo della legna pure. Così, parecchi cittadini hanno cominciato a mugugnare, chiedendo alla Curia di intervenire con un opportuno calmiere. La stragrande maggioranza degli immobili e delle colture boschive, però; è di proprietà degli stessi padri coscritti, che non hanno alcuna voglia di discutere un simile provvedimento. Per non giocarsi il consenso del popolo, occorreva quindi un'iniziativa innocua, atta a fornire l'impressione che il Senato stia lavorando per il bene comune. E .che cosa potevano trovare di meglio che una economicissima campagna moralizzatrice? Da domani i litigiosi romani si infiammeranno a discutere pro o contro Leda e il cigno, dimenticando gli sfratti, la mancanza di combustibile e lo spinoso calmiere.»

«Sono io che vi accuso, onorevoli colleghi. Vi accuso di usare questo alto consesso per i vostri subdoli scopi, di favorire norme atte a proteggere i vostri affari ambigui, di manipolare la legge romana per accrescere i vostri sporchi profitti. Vi accuso di truffa ai danni dei cittadini che pagano affitti esosi per gli alloggi indecenti di cui voi stessi siete proprietari, che versano all'Erario una parte dei loro guadagni perché voi vi riempiate le borse con le opere pubbliche assegnate dagli appalti truffaldini.»

«Brevis hic estfructus homullis, per gli umili le dolcezze della vita sono brevi, aveva detto Lucrezio. Ma come giustificare la cecità assoluta dei Fati, pronti a donare una lunga esistenza a chi possiede già più del necessario, mentre negano ad altri, già privi persino dell'integrità fisica e del cibo quotidiano, una serena vecchiaia confortata da amici e parenti?»

Una delle mie più grandi passioni nel campo della narrativa di evasione è rappresentata dalla serie di romanzi gialli storici di Danila Comastri Montanari, dedicati a Publio Aurelio Stazio, immaginario senatore romano vissuto nel I secolo d.C., durante l'impero di Claudio, di cui è amico personale. Aurelio, oltre a svolgere il ruolo di senatore, ama dilettarsi come investigatore, risolvendo omicidi, misteri e intrighi. È un uomo intelligente, ricco, affascinante e impenitente seduttore, caratterizzato da un'indole generosa e libertina. Tratta con munificenza e rispetto i propri schiavi ed è profondamente laico, antidogmatico e del tutto scevro da superstizioni.

La filosofia di vita di Aurelio è una versione mondana e personale dell'epicureismo: non ascetica, ma nemmeno dissipata. Egli apprezza la buona cucina, le belle donne e l'arte, ma mantiene sempre il controllo delle proprie passioni. Critico nei confronti dell'ipocrisia del potere e dei prepotenti, Aurelio denuncia apertamente abusi e fanatismi, sia religiosi che ideologici. La sua investigazione è guidata da curiosità e senso della giustizia, condotta sempre liberamente e senza imposizioni esterne.

La ricostruzione storica nei romanzi della Comastri Montanari è molto rigorosa, attenta ai particolari e precisa. L'autrice si è sempre opposta alle arbitrarie libertà narrative, dichiarando: "La Roma che racconto è quella reale, non una Hollywood in toga". La sua accuratezza storica si esprime in una narrazione fluida e piacevole, mai pedante, capace di mantenere ritmo e freschezza.

Accanto al protagonista Aurelio, troviamo personaggi ricorrenti di grande interesse, tra cui spiccano Castore e Pomponia. Castore è il segretario personale di Aurelio, inizialmente schiavo e successivamente affrancato come liberto. È colto, sarcastico, intelligente e astuto, e con la sua saggezza riesce spesso a togliere Aurelio dai guai. I frequenti battibecchi tra i due rappresentano un efficace elemento comico, ma Castore possiede anche una profondità morale e una fedeltà notevoli.

Pomponia è una matrona romana, amica di lunga data di Aurelio, e rappresenta nella serie una figura femminile indipendente, una femminista ante litteram. Non vi è un rapporto sentimentale vero e proprio tra lei e Aurelio, ma un legame di amicizia autentica e profonda. Pomponia, intelligente e sensibile, è appassionata di intrighi aristocratici ed è confidente, consigliera e informatrice di Aurelio.

Saturnalia, decimo romanzo della serie, si distingue dai precedenti per un'atmosfera più cupa, pur mantenendo un tono da commedia plautina. L'ambientazione coincide con la festività romana dei Saturnalia, celebrata dal 17 al 23 dicembre in onore del dio Saturno e della fine della semina. Questa festa, caratterizzata dal temporaneo capovolgimento delle gerarchie sociali e dallo scambio di doni chiamati sigillaria (candele, noci e statuette), ha influenzato anche le celebrazioni natalizie.

Il romanzo si svolge prevalentemente nella Suburra, quartiere popolare dell’antica Roma, abitato dalle classi più povere e marginali. Qui emerge con forza una critica sociale che sottolinea la drammaticità della storia, segnata da numerosi e cruenti delitti. La trama è intricata e richiede attenzione, adeguandosi perfettamente all'atmosfera di inquietudine che la pervade, accentuata dalla pratica storica dei "bambini esposti".

Nell'antica Roma, infatti, era comune e legalmente accettato abbandonare neonati indesiderati. Alla nascita, il padre poteva decidere se accettare il figlio (tramite il gesto simbolico della elevatio) oppure esporlo in luoghi pubblici, dove poteva essere raccolto e destinato alla schiavitù, alla prostituzione, o alla morte per abbandono. Le cause principali di tale pratica erano povertà, illegittimità, deformità o disabilità, e in particolare la nascita di femmine non primogenite, considerate economicamente svantaggiose per via della dote.

In definitiva, la serie di Danila Comastri Montanari rappresenta un raro esempio di romanzo giallo storico che combina sapientemente intrattenimento, approfondimento culturale e critica sociale.


lunedì 9 giugno 2025

“Io capitano” (2023) regia di Matteo Garrone


“Io capitano” (2023)

regia di Matteo Garrone

con Seydou Sarr, Moustapha Fall, Issaka Sawadogo, Hichem Yacoubi, Doudou Sagna, Khady Sy, Venus Gueye

«Non raccontarmi storie! Quelli che sono partiti sono morti nel deserto, sono morti in mezzo al mare. Ci sono cadaveri dappertutto! Hai idea... Hai idea di quante persone sono morte su quelle barche? Ne hai un'idea?!»

«Pensa che diventerai una grande star! E sarai tu a firmare gli autografi ai bianchi.»

«Io sono il capitano! Io sono il capitano! Ce l'ho fatta! Ce l'ho fatta! Ho salvato tutti! Nessuno è morto, nessuno! Io sono il capitano! Io sono il capitano!»

Comunque la si pensi, è davvero difficile non considerare “Io capitano” un’opera d’arte, a cominciare da alcune scelte narrative estremamente significative. I conflitti e le dinamiche di sfruttamento messi in scena, che girano attorno ai flussi migratori e al traffico di esseri umani, si limitano esclusivamente all’attraversamento del continente africano, spostando il focus su un aspetto meno considerato: la complessità e le contraddizioni interne. La scelta dell’uso linguistico: a cominciare dal wolof, lingua della comunità senegalese, che è quella più parlata nel film.

La ferocia delle relazioni di dominio e di sfruttamento, evidenziano la spietatezza che è causata non solo da motivi economici, legati a interessi della criminalità organizzata che spesso si intrecciano con quelli dei rappresentanti istituzionali degli stati coinvolti, attraverso una diffusa corruzione, ma anche da un odio tribale, atavico interetnico, che è una delle piaghe che contribuisce a ostacolare lo sviluppo dell'emancipazione africana. L'uomo bianco e il suo colonialismo sono convitati di pietra che aleggiano come fantasmi nella loro assenza, il cui dominio assume così caratteristiche quasi metafisiche, inevitabili.

Garrone evita con abilità ogni stucchevole pietismo retorico sulle vittime, consegnandoci un mondo vividamente crudo, ma sospeso tra sogno, allucinazione e realtà, dove il punto di vista dei due giovani protagonisti emerge incontrastato, soprattutto quello di Seydou. Il regista dimostra una spiccata sensibilità, una profonda conoscenza del contesto e una notevole capacità di empatizzare con queste anime continuamente umiliate e offese, che riescono, nonostante tutto, a conservare umanità, speranze e illusioni.

Nel film “Io capitano”, il deserto del Sahara e il mar Mediterraneo assumono significati simbolici profondamente diversi e opposti, creando una forte contrapposizione che scandisce le tappe del viaggio.

Il Sahara è simbolo di solitudine e desolazione: il deserto rappresenta l’isolamento assoluto, l’assenza di vita, la perdita di riferimenti. È la prova estrema della resistenza fisica e psicologica dei migranti. Luogo di perdita e morte: attraversare il deserto significa affrontare la costante minaccia della disidratazione, dell’abbandono, della violenza dei trafficanti. Metafora dell’abbandono esistenziale: è un simbolo di smarrimento spirituale, di crisi interiore, dove i protagonisti vengono privati della loro identità e sicurezza, ridotti a pura sopravvivenza.

Il Mediterraneo, invece, è simbolo ambivalente di speranza e pericolo: il mare appare inizialmente come promessa, confine ultimo prima del “sogno” europeo, ma si rivela rapidamente un luogo tragico, con la costante minaccia dell’annegamento e della morte. Luogo della collettività e della responsabilità: a differenza della solitudine del deserto, il mare impone la solidarietà. Seydou deve assumersi il ruolo di capitano, divenendo responsabile della vita degli altri naufraghi.

Metafora della trasformazione e del passaggio: il mare rappresenta il transito da una vita a un’altra, da un passato certo, seppur doloroso, a un futuro ignoto, aperto e incerto. Entrambi gli elementi naturali, nella loro violenza e immensità, rappresentano la dimensione epica del viaggio migratorio: un viaggio che è, contemporaneamente, fisico e spirituale, collettivo e personale, disperato e pieno di speranza.

Nel film, il deserto e il mare però, oltre ad essere percepiti dai migranti come due incarnazioni distinte, sono tuttavia profondamente affini. Il deserto è come un "mare di sabbia". I migranti vivono il Sahara come una distesa infinita, sconosciuta e minacciosa, dove ogni passo è rischioso. È un mare terrestre, immobile, dominato dal silenzio e dall’abbandono assoluto. Uno spazio crudele, che uccide lentamente attraverso il caldo, la sete e la solitudine estrema.

Il Mediterraneo è invece come un "deserto liquido". L'acqua diventa paradossalmente non un elemento di vita ma una minaccia immediata e feroce. Il mare è mobilità incessante, caos, e annienta rapidamente chi non riesce a domarlo. È un deserto d’acqua in cui i migranti sperimentano ancora una volta isolamento, vulnerabilità, e disperazione, amplificata dall’imprevedibilità degli elementi naturali.

In entrambi gli spazi, la percezione è quella di una vastità senza appigli, dove si è costretti al confronto con l'immensità della natura e con la fragilità della propria esistenza. Questa similitudine tra deserto e mare accentua l’esperienza tragica della migrazione, delineando il viaggio come una continua navigazione in spazi ostili, indifferentemente mortali.

Il simbolo della catarsi invece è rappresentato dall'elicottero. È l'angelo salvatore. Appare come una figura provvidenziale, un mezzo di salvezza, che arriva quando ogni speranza sembra ormai perduta. È una rappresentazione moderna e quasi religiosa, un intervento divino o un miracolo laico, che porta conforto e riscatto immediato. In questa lettura, è il simbolo stesso della speranza, del soccorso, della possibilità di rinascita dopo un viaggio estenuante e tragico.

Al tempo stesso, l'elicottero può essere visto come una presenza estranea e superiore, l’illusione che domina i destini di coloro che vengono salvati. Rappresenta il potere dello Stato, della burocrazia, di un Nord del mondo distante e spesso razzista che adesso prende possesso delle loro vite e ne determina il futuro. È un'immagine che suggerisce l’ambiguità dell'accoglienza, la dipendenza da forze esterne, una nuova forma di vulnerabilità e la rappresentazione di una nuova precarietà.

L’aspetto più interessante è che queste due interpretazioni possono coesistere simultaneamente: salvezza e controllo, speranza e subordinazione non si escludono, ma si intrecciano. L'elicottero diventa così metafora di una doppia realtà vissuta da ogni migrante che approda in Europa: la gratitudine verso chi salva e la consapevolezza della propria condizione di dipendenza.

Uno degli aspetti più sorprendenti del film è la recitazione ad alti livelli qualitativi dei due attori protagonisti, ragazzi alla loro prima esperienza cinematografica e recitativa. Seydou Sarr ha vinto anche il Premio Marcello Mastroianni al Festival di Venezia nel 2023. Garrone compie una scelta originale anche in questo: fa recitare attori non professionisti, ricollegandosi alla tradizione del miglior cinema italiano.

sabato 7 giugno 2025

Percorsi di lettura e di pace. Un’anima ebraica antinazionalista tra utopia, solidarietà e dialogo


Percorsi di lettura e di pace. Un’anima ebraica antinazionalista tra utopia, solidarietà e dialogo

Una premessa. C'è chi pensa che in Israele solo negli ultimi mesi sia venuta fuori un'opposizione alle politiche criminali del governo e alla guerra. Solo per fare due esempi: “Peace Now”, emerito movimento pacifista esiste dal 1978, lo ricordo benissimo quando fu creato: chi era in piazza in quegli anni, ricorderà benissimo con emozione; “Gush Shalom”, fondato nel 1993 dal giornalista Uri Avnery, era l’anno dei colloqui di Oslo. Inoltre, questo post non ha affatto la pretesa di essere esaustivo. L’argomento necessita infatti di approfondimento, tanto è fondamentale e complesso il tema trattato.

Nasce dal bisogno di smentire luoghi comuni e schematismi, e di promuovere la speranza – mai sopita dentro di me da decenni – che due popoli, e non solo due, possano convivere in pace, cooperando alla costruzione di un mondo migliore in una terra assai martoriata, e possano essere d’esempio a tutti, in qualsiasi parte del globo. Nasce dalla mia indole libertaria e utopistica, mai doma, nonostante le disillusioni. Nasce dal mio orrore generato dall'atto efferato del 7 ottobre, e dal crimine continuato del governo israeliano verso i palestinesi della striscia di Gaza e quelli della Cisgiordania che subiscono le violenze dell’occupazione dei coloni e dell’esercito.

È un post sintetico, solo un abbozzo, sicuramente parziale, in forma discorsiva non accademica. Nasce da conoscenze e letture personali e da ricerche in rete, da osservazioni che durano da anni. Fa parte della mia personale battaglia contro le semplificazioni e le mistificazioni. La strada è questa, ed è tracciata.

In un contesto segnato da conflitti e da rappresentazioni polarizzate, il recupero di voci ebraiche dialogiche, pacifiste e comunitarie, che resistono e costruiscono insieme a quelle palestinesi, risulta non solo attuale, ma necessario per la costruzione di un pensiero critico, e di una società migliore per tutti. C'è chi lavora per distruggere e chi per costruire.

Oggi, all’interno della società civile israeliana e palestinese esistono diversi movimenti e gruppi pacifisti che, a differenza di Peace Now o Gush Shalom, non sostengono più la soluzione "due popoli, due Stati", ma si orientano verso una visione binazionale o plurinazionale, fondata su uguaglianza piena tra ebrei e palestinesi all’interno di uno stesso spazio politico, si stanno orientando verso forme di uguaglianza integrale e coesistenza non gerarchica.

Questi movimenti, seppur minoritari, sono in crescita, soprattutto dopo il fallimento degli Accordi di Oslo e l’espansione dell’occupazione.

Movimenti e collettivi attivi in favore di una soluzione binazionale o post-nazionalista

1. Standing Together (Omdim Beyachad – Naqif Ma'an)

Natura: movimento ebraico-arabo, progressista e sociale.

Obiettivo: costruire una piattaforma comune per ebrei e palestinesi cittadini di Israele, basata su uguaglianza, giustizia sociale, e fine dell’occupazione.

Visione: pur non assumendo ufficialmente una posizione "binazionale", molti suoi leader e attivisti vedono una comunità politica condivisa come l’unica via d’uscita reale.

Azioni: manifestazioni miste, campagne contro il razzismo e per la parità tra ebrei e arabi, opposizione alla guerra a Gaza.

Sito ufficiale: www.standing-together.org

2. The One Democratic State Campaign (ODSC)

Natura: rete mista israelo-palestinese (più forte nei territori occupati e nella diaspora).

Obiettivo: superare l’apartheid e l’occupazione attraverso un solo Stato democratico e laico per tutti gli abitanti storici della Palestina mandatoria.

Principi: uguaglianza dei diritti, ritorno dei rifugiati, fine del privilegio etnico.

Riferimento: si ispira all’anti-apartheid sudafricano.

Sito ufficiale: www.onestatecampaign.org

3. Zochrot ("Ricordare")

Natura: ONG israeliana fondata da ebrei, focalizzata sulla memoria della Nakba.

Visione: sostiene il diritto al ritorno dei profughi palestinesi e la necessità di ripensare il concetto stesso di cittadinanza e appartenenza in una forma post-sionista e non esclusiva.

Approccio: pedagogico, culturale, documentaristico, con forti implicazioni politiche binazionali.

Sito ufficiale: www.zochrot.org

4. De-Colonizer

Natura: collettivo intellettuale e attivista israeliano.

Obiettivo: smantellare il discorso sionista coloniale e promuovere narrazioni alternative.

Visione: lo Stato di Israele deve essere ripensato come entità condivisa, decolonizzata, binazionale o plurinazionale.

Attività: mostre, conferenze, educazione critica, archivi.

Sito ufficiale: www.de-colonizer.org

5. Combatants for Peace

Natura: gruppo misto di ex soldati israeliani ed ex combattenti palestinesi.

Visione ufficiale: sostiene la fine dell’occupazione, ma alcuni settori del movimento tendono verso una visione post-nazionale, binazionale o federale.

Forza: la testimonianza comune della sofferenza e del superamento della violenza.

Sito ufficiale: www.cfpeace.org

Tendenze ideali comuni

Anche se questi movimenti hanno strategie diverse, condividono alcune idee chiave:

Critica al nazionalismo etnico, sia ebraico che palestinese.

Superamento della logica dei muri e delle separazioni.

Riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi palestinesi (tema tabù per la sinistra sionista).

Costruzione di uno Stato democratico, laico, per tutti, con modelli che vanno da:

Uno Stato binazionale (due popoli, uguali diritti, un governo comune);

A uno Stato unico democratico (senza riconoscimento nazionale separato);

Fino a modelli confederali o plurinazionali.

Questi movimenti sono minoritari nella politica israeliana attuale. Tuttavia:

Stanno guadagnando attenzione internazionale, soprattutto tra studiosi, attivisti per i diritti umani e la diaspora ebraica critica.

Sono visti da alcuni come l’unica alternativa di lungo termine a un conflitto senza fine.

1. Stato unico democratico

Un solo Stato, con una sola cittadinanza e uguaglianza assoluta di diritti per tutti gli abitanti, indipendentemente da etnia, religione o origine nazionale.

Superamento dello Stato ebraico.

Un Parlamento, una Costituzione laica e democratica.

Diritto al ritorno per i profughi palestinesi.

Eliminazione di ogni forma di separazione giuridica o territoriale.

2. Stato binazionale

Uno Stato con due identità nazionali riconosciute (ebraica e palestinese), conviventi all’interno di un’unica entità federale, ma con autonomia culturale e politica reciproca.

Parlamento comune, ma forse anche due camere nazionali.

Costituzione che tutela diritti collettivi e identità.

Modello ispirato al Belgio o alla Bosnia.

Gerusalemme come capitale condivisa.

Possibile ritorno parziale dei profughi.

3. Confederazione Israelo-Palestinese

Due Stati (Israele e Palestina), con confini riconosciuti e sovranità parziale, ma fortemente interconnessi, con libera circolazione e istituzioni condivise.

Due governi, ma organismi comuni per risorse, frontiere, diritti civili.

Gerusalemme come capitale doppia o internazionale.

Diritto di residenza incrociata (coloni restano, profughi rientrano).

Modello simile a UE, con sovranità sfumata.

4. Stato plurinazionale / decolonizzato

Una forma aperta e flessibile di Stato democratico post-nazionale, che riconosce una molteplicità di identità (non solo ebraica e palestinese), e ripensa la cittadinanza in modo non etnico.

Non più due “popoli” ma molteplici comunità conviventi (etniche, religiose, culturali).

Riconciliazione con la Nakba e con la storia coloniale.

Ricostruzione sociale e giuridica della Palestina storica.

Forti elementi di giustizia transizionale (memoria, verità, riparazione).

In questi giorni è in corso una marcia di «migliaia di ebrei e arabo-israeliani si sono messi in cammino e hanno raggiunto i valichi di accesso alla Striscia per portare solidarietà e aiuti alla popolazione palestinese affamata»

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/ecco-il-cibo-e-gli-aiuti-la-marcia-degli-israeliani-verso-gaza


  


venerdì 6 giugno 2025

La biblioteca e l’abisso. Lettori e studiosi tra fuga, ossessione, resistenza, memoria e amore.


La biblioteca e l’abisso. Lettori e studiosi tra fuga, ossessione, resistenza, memoria e amore.

Canetti, Borges, Eco, Zafón, Oz e Bradbury a confronto

Nella narrativa, nel corso del tempo, la biblioteca è diventata molto più di un luogo dove si conservano i libri: è diventata un simbolo, una metafora potente. Per alcuni, è un rifugio; per altri, una trappola. In questo viaggio tra i mondi immaginati da Elias Canetti, Jorge Luis Borges, Umberto Eco, Carlos Ruiz Zafón, Amos Oz e Ray Bradbury, è mia intenzione mostrare come la biblioteca possa assumere significati diversi e intrecciati per il lettore odierno: tra passione e smarrimento, alienazione e solitudine. A volte, una biblioteca può perfino diventare un universo concentrazionario, un sistema chiuso che ingloba e attraversa tutta l'esistenza dell'individuo, modellandone pensieri e comportamenti.

In “Auto da fé" di Elias Canetti, il protagonista, Peter Kien, vive chiuso nella sua biblioteca come un eremita, un monaco laico. I libri sono tutto per lui: amici, scudo, ragione di vita. Ma proprio questo amore assoluto e ossessivo lo conduce all’isolamento, lo consuma, e alla fine lo porta alla distruzione. Il rogo dei libri diventa così il simbolo di una conoscenza che, invece di aprire al mondo, lo brucia. La biblioteca diventa la sua istituzione totale, che delimita e definisce ogni ragion d’essere.

Nella “Biblioteca di Babele”, una delle invenzioni più geniali della storia della letteratura, Borges immagina un universo fatto solo di libri. Un labirinto infinito dove esiste ogni possibile combinazione di lettere, ogni possibile libro. Ma in questo oceano di sapere, i personaggi si perdono, non ci sono: l'uomo è assente. L’infinito, invece di illuminare, paralizza. Il sapere, se totale, diventa indifferente. Anche qui, la biblioteca è un mondo chiuso su sé stesso, autoreferenziale, una forma astratta e metafisica, dove tutto è compreso e, nello stesso tempo, nulla esiste. La realtà si dissolve nell'astrazione e nella ripetizione, nell’infinitesimale variazione.

Nel “Nome della rosa", Umberto Eco ci mostra una biblioteca che non è solo un tempio del sapere, ma anche un luogo dove il sapere viene controllato. Il monaco cieco Jorge da Burgos difende il divieto di ridere, di mettere in discussione il dogma. Quando la biblioteca brucia, con lei brucia anche il sogno di un sapere assoluto, chiuso, inaccessibile. L’Abbazia è un perfetto esempio di istituzione totale medievale, in cui il sapere diventa strumento di dominio, di sottomissione e di sofferenza, pur nella sua varietà culturale e artistica. 

Nella saga del “Cimitero dei libri dimenticati”, a dispetto del nome, Zafón ci racconta un altro tipo di biblioteca: misteriosa, segreta, ma viva. Qui, i libri sono anime dimenticate che aspettano di essere salvate da chi le leggerà. Per i protagonisti, leggere è un’avventura, un viaggio verso se stessi. I libri non rappresentano l’oppressione della conoscenza: ma la luce che dona la vita. La biblioteca, pur con le sue regole e riti, non è totalizzante: è un luogo che apre al mondo, invece di chiuderlo. Quella del “Cimitero dei libri dimenticati” è una biblioteca “leggera”, sfuggente, ma concreta. È il luogo del recupero della memoria. 

Nei romanzi “Giuda” e "Una storia di amore e di tenebra", Oz racconta biblioteche familiari, intime, spesso legate a perdite personali. I libri non sono né salvatori né carnefici: sono testimoni silenziosi, testimoni del sacro, dei ricordi, ma anche le anime del cambiamento. Accompagnano il dolore, la memoria, le domande mai risolte, i profeti della pace e della convivenza. Non portano verità, ma dubbi e presenza. La biblioteca rappresenta il luogo dell’umana esperienza, del conflitto, ma anche dell’amore, non impone nulla. Tuttavia può diventare un'estensione del lutto e della solitudine.

In “Fahrenheit 451”, Ray Bradbury immagina un mondo dove i libri sono vietati e bruciati da un potere che teme la riflessione, il dubbio, la memoria, il pensiero critico, la libertà. La lettura è un atto sovversivo. La presenza stessa dei libri è un atto sovversivo, che non può essere tollerato. Ma proprio in questa negazione radicale della biblioteca, la sua assenza diventa ancora più eloquente: i ribelli imparano i libri a memoria, diventando essi stessi biblioteche viventi. In questo scenario distopico, la biblioteca non è un’istituzione totale chiusa, ma un’utopia perduta, da ricostruire con il corpo e la voce. Un'utopia che dona speranza.

Nel mondo contemporaneo, la biblioteca si dematerializza, ha assunto una nuova forma: quella digitale. Libri elettronici, audiolibri, archivi immateriali modificano radicalmente l’esperienza della lettura. Il sapere perde fisicità, odore, peso: si trasforma in incorporeo, si avvicina allo “spirito”. L’accesso diventa ubiquo, ma anche effimero. In questa nuova ambigua forma, la biblioteca rischia di diventare un flusso senza memoria, o, al contrario, ancora più ricco di possibilità, dove la conservazione materiale, tipica della cartolarizzazione, cede il passo alla riproduzione istantanea, e il libro diventa file, voce, algoritmo, diventa anima mundi. L'assenza del corpo del libro produce un nuovo tipo di spaesamento, dove il sapere scivola via, senza radicarsi, pur rinnovando il flusso della conoscenza.

Tutte queste forme mostrano quanto la biblioteca possa essere, in certi contesti, un'istituzione totale: assorbe chi la abita, lo conforma, lo definisce. Oppure, al contrario possibilità di liberazione e di emancipazione. Tra mito feticista e simbolo di liberazione.

Ogni autore, attraverso i suoi personaggi, ci mostra un lettore diverso. C’è chi fugge dal mondo rifugiandosi nei libri, chi cerca di capirlo attraverso i simboli, chi ne teme il potere sovversivo, chi li trasforma in chiave di rinascita e chi, come Oz, impara semplicemente a convivere con il fatto che nessun libro potrà mai dire tutto.

Forse è proprio Amos Oz a suggerirci la chiave più umana: i libri non ci salveranno, ma ci possono accompagnare. Non serve sapere tutto, non serve chiudersi nei volumi. Serve aprirsi al dialogo, al dubbio, all’altro. Perché leggere, in fondo, è una forma di resistenza: non contro il mondo, ma contro l’illusione di poterlo dominare. E contro la tentazione di trasformare la biblioteca in un’autorità assoluta, autoreferenziale e confermativa delle proprie certezze.

Tra le ossessioni di Canetti, i paradossi di Borges, i roghi di Eco e Bradbury, i misteri di Zafón, le tenebre affettive di Oz e le ambiguità del digitale, la biblioteca si rivela uno specchio potente. Ci mostra le nostre paure, i nostri desideri, le nostre fragilità. A volte ci imprigiona, a volte ci libera. Ci invita sempre a entrare – non per perderci, ma per tornare trasformati.


mercoledì 4 giugno 2025

Souvestre & Allain, “Fantômas” (1911)


Souvestre & Allain, “Fantômas” (1911)

— Fantômas!

— Come dite?

— Dico: Fantômas!

— Cosa significa?

— Niente... e tutto!

— Ma che cos'è?

— Nessuno... ma qualcuno!

— Insomma, che cosa fa questo qualcuno?

— Fa paura!!!  

«Ecco il prodotto dell'educazione moderna, dello stato d'animo creato dal giornalismo, dalla letteratura, nella nostra gioventù! Si fa un'aureola ai delinquenti; s'improvvisa loro una pubblicità fantastica! È roba da far rizzare i capelli!»

Questo romanzo non solo ha contribuito ad anticipare un intero filone narrativo, amalgamando generi diversi, ma è stato un vero e proprio evento culturale, divenendo nel tempo oggetto di culto. Ha ispirato l'arte visiva — pittura, fumetti, cinema — e ha influenzato l’avanguardia e il surrealismo, venendo amato da artisti come Apollinaire, Breton e Magritte. Quest’ultimo intitolò una sua opera proprio Fantômas, in omaggio al personaggio creato da Souvestre e Allain.

Diede inoltre vita a una fortunata serie di trentadue romanzi, che divennero poi quarantatré dopo la morte di Souvestre nel 1914: Allain, da solo, ne fece uscire altri undici. La serie, iniziata su richiesta dell’editore, conobbe sin da subito un grande successo.

Fantômas è un supercriminale sui generis, inafferrabile quanto una metafora, un essere eclettico dai mille volti e travestimenti, mutevole anche sessualmente — gender fluid, si direbbe oggi — che si impose con forza nell'immaginario collettivo.

È la personificazione del male: spietato, cinico, privo di emozioni e di motivazioni, un antieroe nichilista. Commette crimini crudeli ed efferati, fini a sé stessi. I due autori si dimostrano estremamente abili nel confondere le idee del lettore, che a oltre metà romanzo si ritrova disorientato: non sa bene cosa stia accadendo, se la soluzione si trovi tra i personaggi coinvolti oppure prescinda dalla trama stessa.

È inevitabile identificarsi nell’ispettore Juve: impacciato, maldestro, ambiguo anch’egli, ma acuto nella sua ossessione nei confronti di Fantômas. La sua fissazione, al limite della paranoia, appare più che giustificata. È l’unico che crede, fin dall’inizio, nell’esistenza del supercriminale. Razionale e lucido, rappresenta l’opposto del caos generato da Fantômas. Può essere visto come il suo doppio speculare: anche Juve si traveste, inganna e manipola.

Fantômas appartiene senza dubbio alla narrativa popolare, ma vi è introdotto con uno stile impeccabile. Souvestre e Allain si muovono con disinvoltura, sostenuti da un ritmo incalzante, colpi di scena e una buona introspezione psicologica. È tutt’altro che narrativa usa e getta: è pulp nobilitato da raffinatezze, eleganza e riferimenti colti. D'altronde, non avrebbe ricevuto apprezzamenti così eminenti, se non fosse stato tale. Deve molto al feuilleton ottocentesco.

I due scrittori adottavano un metodo di lavoro assai singolare: alternavano la scrittura dei capitoli, spesso dettandoli su cilindri fonografici in stanze separate, per poi farli trascrivere dalle stenografe. Riuscivano così a rispettare le scadenze mensili imposte dall’editore.

Il romanzo è perfettamente calato nell’atmosfera dell’epoca: il senso di orrore, di straniamento e di inquietudine che lo attraversa contribuisce alla costruzione dell’enigma e alla sua reiterazione, capitolo dopo capitolo. Ogni episodio si chiude con un colpo di scena.

C’è chi ha voluto vedere in Fantômas un antieroe collettivo, ma solitario, un possibile riferimento alle imprese criminose della banda Bonnot: un sodalizio tra delinquenti comuni e anarchici nichilisti e individualisti, che insanguinò la Francia nei primi anni del XX secolo. Il collegamento è stato costruito a partire dall’idea del criminale come spettro. Quello della Banda Bonnot e di Fantômas era, in fondo, lo stesso contesto storico e culturale.

Il supercriminale di Souvestre e Allain ha ispirato una molteplicità di personaggi. Tra i più noti, è bene ricordare:

Il Dottor Mabuse, protagonista di alcuni film di Fritz Lang: sinistro criminale, maestro del travestimento e della cospirazione, detentore di un potere oscuro.

Diabolik, il celebre fumetto delle sorelle Giussani: anche lui, criminale mascherato, si serve di travestimenti e inganni. L’ispettore Ginko condivide molti tratti con Juve.

Il Joker, nelle sue varie versioni e trasformazioni: sempre cinico, crudele e privo di scrupoli morali.

Fu Manchu, di Sax Rohmer, con la sua capacità di sfuggire continuamente alla cattura.

Erik, il Fantasma dell’Opera di Gaston Leroux: senz’altro meno malvagio di Fantômas, ma avvolto allo stesso modo in un’aura di terrore e mistero, antieroe tragico e maledetto.


martedì 3 giugno 2025

Percorsi di lettura. Le origini della letteratura speculativa e del fantastico: la proto-fantascienza.


Percorsi di lettura. Le origini della letteratura speculativa e del fantastico: la proto-fantascienza. Un confronto tra Swift, Poe, Verne, Salgari, Wells e Lovecraft.

Partendo da Salgari e dai due grandi signori della proto-fantascienza a cavallo tra XIX e XX secolo — Jules Verne e H.G. Wells — si delinea un triangolo ideale che unisce parte della letteratura di genere europea: Italia, Francia e Inghilterra. Questo triangolo dimostra quanto fosse, anche involontariamente, intensamente interconnessa la narrativa dell’immaginario dell’epoca nel Vecchio Continente, ciascuna con le proprie peculiarità, dovute anche a marcate differenze culturali.

Con Jules Verne, Salgari condivideva la dimensione avventurosa e, nelle sue rare incursioni nel fantastico, la fiducia in un futuro segnato dal progresso tecnologico, visto come portatore di benefici per l’umanità. Tuttavia, se in Verne prevaleva il rigore scientifico, Salgari era più incline al romanzesco e, a volte, al picaresco, mediato da una visione mitica e quasi bucolica.

Una simile fiducia nel progresso accomunava anche Salgari e Wells, ma più sul piano sociale, come possibilità di riscatto dalle ingiustizie. Tuttavia, entrambi condividevano la consapevolezza dei rischi legati a un’egemonia tecnocratica, in senso totalitario. La visione di Salgari, rispetto a quella di Wells, rimane comunque più ottimista.

Se si guarda alle radici letterarie e culturali, tutti e tre questi autori sono chiaramente debitori nei confronti del loro più eminente predecessore: Jonathan Swift e i suoi Viaggi di Gulliver. Il terreno di incontro con Swift non è solo l’inventiva e l'immaginazione fervida. In particolare, per quanto riguarda Salgari, le analogie con lo scrittore irlandese sono sorprendenti: si pensi al tono satirico, fondamentale per entrambi — basti confrontare l’isola volante di Laputa e la macchina volante Iride — e alla capacità di elaborare una critica sociale carica di tratti grotteschi e caricaturali. Swift impiega un sarcasmo più cinico, allegorico e simbolico; Salgari, invece, mantiene un tono più ingenuo e fiducioso.

Il Gulliver di Swift è, in ogni caso, profondamente anti-utopico. Questa rappresenta la differenza più marcata con gli altri tre autori, immersi nel clima positivista dell’epoca — pur se anche Salgari e Wells ne attraversarono le crepe, lasciando emergere componenti distopiche.

In tutti loro, il viaggio è elemento comune: per Swift è avventuroso, esplorativo e filosofico; in Verne è scientifico e geografico; in Wells prevale il viaggio nel tempo, come strumento per indagare la dimensione morale e la degenerazione dell’uomo attraverso le tecniche del progresso e il confronto con l’abisso. A questo punto diventa necessario introdurre H.P. Lovecraft, che pur operando in tutt’altro contesto — geograficamente e filosoficamente lontano dal positivismo europeo — ne rappresenta quasi una risposta oscura e terminale.

È singolare osservare, proprio da un confronto tra Swift e Lovecraft, una certa continuità narrativa tra questi due giganti della letteratura, pur posti agli estremi cronologici di questa (parziale e arbitraria) ricostruzione storica, nata da suggestioni personali.

Swift, illuminista critico, ridicolizzava la scienza accademica ed era profondamente scettico verso il progresso, pur mantenendo una fiducia, seppur cauta, nella ragione. Lovecraft, invece, mette in scena l’inadeguatezza della mente umana di fronte all’orrore cosmico e all’inconoscibile. Tra loro si colloca il lungo XIX secolo e i primi del Novecento, con l’ottimismo scientifico di Verne, quello più immaginifico e narrativo di Salgari, e il progressismo relativista di Wells, ancora figlio del positivismo, ma già capace di prevedere un’imminente catastrofe.

A proposito di Lovecraft, è inevitabile il riferimento a chi lo ha influenzato profondamente: Edgar Allan Poe. Sebbene Poe non abbia scritto veri e propri racconti fantascientifici, tranne qualche suggestiva eccezione, la sua impronta sul genere è evidente. Poe e Lovecraft, pur appartenenti a epoche diverse, sono accomunati dall’indagine dell’oscuro: l’incubo, il soprannaturale e l’alieno sono i veri protagonisti della loro narrativa, tesa verso l’abisso umano e cosmico.

Ciò che tiene insieme Swift, Poe, Verne, Salgari, Wells e Lovecraft non è un genere letterario in senso stretto, ma un’attitudine comune: l’uso del fantastico come strumento per indagare il reale, per spingersi ai margini della razionalità, del tempo e dello spazio. Ognuno, con il proprio linguaggio e il proprio tempo, ha dato forma a mondi alternativi che riflettono ansie, desideri e contraddizioni del proprio presente. Dalla satira illuminista alla distopia tecnologica, dall’esplorazione geografica all’orrore cosmico, questi autori tracciano un arco narrativo che, pur nelle differenze, racconta un’unica tensione: quella verso l’altrove, come specchio dell’uomo e delle sue possibilità.

Bibliografia consigliata:

“I viaggi di Gulliver” Jonathan Swift

“La verità sul caso di Mr. Valdemar”, “L'incomparabile avventura di un certo Hans Pfaall” Edgar Allan Poe

“Viaggio al centro della Terra”, “Dalla Terra alla Luna” Jules Verne

“Le Meraviglie del Duemila”, “I figli dell'aria” Emilio Salgari

“La macchina del tempo”, “L'isola del dottor Moreau” H.G. Wells

“Alle montagne della follia”, “Il colore venuto dallo spazio” (Ciclo di Cthulhu) H.P. Lovecraft



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