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martedì 7 febbraio 2023

"Faster, Pussycat! Kill! Kill!" (1965)


Cult Movie

"Faster, Pussycat! Kill! Kill!" (1965)

regia di Russ Meyer

con Tura Satana, Stuart Lancaster, Susan Bernard, Lori Williams, Haji.


Russ Meyer, considerato a torto per lungo tempo solo il re del soft porn made in USA, è stato per molti versi invece un genio incompreso. Sono dovuti passare diversi decenni prima di cominciare a percepire con chiarezza la sua importanza e il ruolo di rottura che ebbe nell'ambito della cinematografia degli anni sessanta. Regista che ha fatto scuola, influenzando una buona parte del cinema successivo, tra i suoi ammiratori un certo Quentin Tarantino, che non esita a definirlo uno dei suoi maestri.

Nonostante le apparenze, il cinema di Russ Meyer non è affatto un cinema facile. Le immagini, il linguaggio e l'asprezza delle sceneggiatura lo fanno appartenere ad un genere assolutamente non popolare, sicuramente underground. L'uso che in alcuni suoi film si fa del porno non è un uso fine a se stesso, ma il mezzo estremo con cui trasmettere il messaggio contro le convenzioni dell'ipocrisia moralista.

La crudele ironia di cui sono stracolmi i suoi film è l'arma di Russ Meyer contro l'American Way of Life. Il suo obiettivo principale è la provincia americana, culla in cui ipocrisia, sciovinismo e moralismo vengono allevati. Non solo americana, potrei aggiungere io.

Ma attenzione, quello del regista è un amore odio, mentre ostenta disprezzo, ne esalta anche le caratteristiche, decostruendo per poi ricostruire a suo modo un trasgressivo mito della frontiera.

"Faster, Pussycat! Kill! Kill!" è sotto diversi punti di vista il capolavoro del regista. Ultimo film in bianco e nero prima dell'esplosione di colori e di forme parossistiche del successivo "Mondotopless" e dell'escalation porno dei film degli anni seguenti.

Ed è proprio una netta divisione quella tra la produzione in bianco e nero e quella a colori, dettata da questioni stilistiche e non solo da semplici questioni di ordine temporale. Questo film è la giusta apoteosi della sua filmografia.

Il bianco e il nero sono trattati non a caso e volutamente nella loro nettezza, dimostrano uno sforzo teso alla rappresentazione drastica dei contrasti, a cominciare dalle tre crudeli eroine, la cui misura della crudeltà viene data prorpio dall'uso ironico dei due colori nell'abbigliamento: inguinata nel nero dei jeans e della maglietta la più cattiva, la mitica Tura Satana, con jeans neri e maglietta bianca la seconda, e completamente in bianco o quasi, l'anima più "candida" delle tre. More le prime due, bionda la terza.

Ma il contrasto non si produce solo attraverso la metafora del colore, ma anche con il  paesaggio, la cui piattezza assume l'aspetto quasi lunare di un'allucinazione e dai dialoghi impossibili tra i protagonisti, la cui ironia rende alla perfezione un mondo assolutamente allo sbando, senza valori certi e di uno squallore unico.

"Faster, Pussycat! Kill! Kill!" potrebbe anche essere definito un noir, con tutte le implicazioni e l'ambiguità che questa definizione si porta appresso, un noir violentissimo e crudele, con componenti palesemente horror, ambientato in un mondo che sembra popolato da uno sparuto gruppo di sopravvissuti, privi di logica e di scrupoli morali.

Ma il bersaglio principale di Russ Meyer non è la crudele Tura Satana (e in maniera minore le sue compagne), che in qualche modo una sua logica sembra aver trovato nell'estrema malvagità, personalissima forma di ribellione, ma sono soprattutto gli altri personaggi, che si muovono tra ipocrisia e imbecillità.

Oggetto di culto da parte della cultura alternativa, come il precedente "Motorpsycho" (la famosa band rock ha preso da lì il nome), si pensi ancora al recupero sonoro e visivo fattone per esempio dall'altra band rock dei "Cramps", l'uso delle musiche abbinato alle immagini, infatti, nei film di Russ Meyer è un elemento imprescindibile, come in poche altre produzioni cinematografiche. 

Questo film possiede inoltre anche una notevole carica fumettistica, sia nell'impostazione visiva, sia nella sceneggiatura, che nei dialoghi, influenzando a sua volta proprio molte graphic novel made in USA, e non solo. Una pellicola che ha fatto epoca, ingiustamente e inspiegabilmente sottovalutata.

lunedì 6 febbraio 2023

Duane Allman

Storia del Rock

Protagonisti 

Duane Allman

Duane Allman è stato un grande, grandissimo chitarrista, destinato suo malgrado a diventare leggenda prima del tempo. Uno dei tanti cavalieri solitari del rock, un guitar hero per eccellenza. Un angelo del rock, passato su di noi con la velocità di un tornado. Morto nel 1971 ad appena ventiquattro anni nel pieno del suo fulgore artistico, a causa di un incidente motociclistico. Incidente che si ripeterà l'anno successivo, ironia della sorte, quasi sullo stesso luogo, decretando la morte del bassista Berry Oakley, compagno di Duane nell'Allman Brothers Band.

Ed è proprio all'Allman Brothers Band che il chitarrista legherà di più il suo nome, band che aveva fondato insieme al fratello tastierista Gregg. Gruppo di chiara ispirazione sudista, che ripeterà i fasti dell'acid rock e del country rock americano, con una marcatissima impronta rock blues e rythm'n blues. 

È proprio il blues, infatti, la fonte da cui aveva attinto Duane Allman, formandosi suonando con i migliori artisti neri, tra i quali basta citare Aretha Franklin e Wilson Pickett.

La sua fu una carriera, anche se troppo breve, molto intensa. Non si esaurì infatti all'interno della grande formazione sudista. Ci sono alcune  incisioni come solista e altre che attestano grandi collaborazioni, tra le quali spiccano soprattutto quella con Boz Scaggs e con Eric Clapton nei Derek & The Dominoes. 

Resta mitica, con questi ultimi, la versione di "Layla", con un assolo divino di chitarra slide, attribuito per lungo tempo ingiustamente allo stesso Clapton.

Duane Allman era un chitarrista dalle doti tecniche indiscutibili. Esecutore dai toni romantici ed epici, ci lascia una serie di dischi indimenticabili, anche se veramente troppo pochi.

È uno dei musicisti rock che amo di più, provate ad ascoltare "In Memory of Elizabeth Reed", dal live "At Fillmore East", e non avrete più dubbi.

Discografia consigliata:

"Boz Scaggs" (1969) Boz Scaggs

"Layla & The Other Assorted Love Song" (1970) Derek & The Dominoes

"The Allman Brothers Band At Fillmore East" (1970) Allman Brothers Band

"Eat A Peach" (1971) Allman Brothers Band

"An Anthology" vol.I e II - Duane Allman


"LA STRADA" DI CORMAC MCCARTHY



CONSIGLI DI LETTURA  


Cormac McCarthy

"La strada" (2006)


Le immaginarie storie su mondi post-apocalittici godono (si fa per dire) da sempre, in letteratura, in televisione e al cinema, di discreta considerazione, con forme espressive e risultati qualitativi assai differenti. La tematica del mondo distrutto da un olocausto di varia natura è uno degli argomenti più cari alla fantascienza e uno degli spunti più abusati dall'immaginario narrativo e visivo, purtroppo, di "moda", come non mai, negli ultimi anni, in particolare in questi ultimi tre, coi loro terrori vissuti, annunciati e minacciati dalla propaganda.


Non è necessaria un'eccessiva fantasia per ipotizzarne le forme, d'altronde chi ci ha provato ha di solito rispettato una serie di canoni che si ripetono anche banalmente: paesaggi sterili, forme di vita quasi del tutto estinte e i sopravvissuti del genere umano che crudelmente mettono in pratica, nella maniera più prosaica ed efferata, la concezione di hobbesiana memoria di "homo homini lupus".


Quindi, la materia scelta da Cormac McCarthy non era certo particolarmente originale e quindi, le probabilità di cadere nel già scritto e nei luoghi comuni annessi e connessi, erano abbastanza alte. McCarthy arriva infatti alla prova, quando nei decenni scorsi è stato preceduto da scrittori del calibro di Ballard e Matheson, che le possibili varianti catastrofiche hanno passato al setaccio con geniale meticolosità.


Eppure, McCarthy non solo si smarca elegantemente da tutti i possibili ostacoli e rischi, ma realizza un indiscutibile capolavoro. Da qualsiasi prospettiva lo si voglia guardare, il romanzo ha una sua potenza evocativa, che difficilmente potrebbe far pensare ad altre opere del genere. 


E' vero che lo scrittore fa suoi molti degli ingredienti da post catastrofe, compresi certi richiami cinematografici (si pensi per esempio ad alcune suggestioni che fanno venire alla mente i vari "Interceptor"). Alla fine, però, il post-apocalittico viene comunque trattato senza tralasciare alcun particolare e senza giocare troppo sul sensazionalismo, con realismo e verosimiglianza scioccanti. 

È un mondo in cui la catastrofe non viene mai precisata, e i cui confini non si conoscono, aumentando il senso di totale straniamento e di precarietà con cui sopravvivono i protagonisti. Un mondo apparentemente privo di animali, a eccezione di un cane dalle caratteristiche spettrali.

 

Di fatto, il libro potrebbe essere letto anche come se fosse una perfetta sceneggiatura cinematografica, e non a caso ne è stato tratto un ottimo film, interpretato da uno straordinario Viggo Mortensen, che però qualitativamente si pone un gradino al di sotto del romanzo. 

A conferma di questa sua plasmabilità, persino lo stile e la scrittura si adattano per intero alla tragedia che stanno vivendo i personaggi, in modo tale da rendere la forma scritta un unicum con il racconto.


Si prendano ad esempio i dialoghi privi di punteggiatura, scarni ed essenziali, che vanno ad integrarsi con il resto del testo, rendendo ancor più vivido il senso di desolazione, di disperazione, di vuoto. Così come l'essenzialità dei paragrafi, a volte anche brevi e brevissimi, che, con la fredda spaziatura, comunica l'impressione chiara, netta dell'impossibilità di vivere una realtà diversa da quella data. 


L'assenza di capitoli, sia numerati che intitolati, la quasi totale assenza di nomi geografici, i protagonisti chiamati solo come "l'uomo" e il "bambino", il mondo e i luoghi anonimi, appiattiti dalla desolazione circostante, sono fattori che completano la notevole forza descrittiva di McCarthy che con poche frasi, fa trovare il lettore immerso in quell'universo dominato dal nero e dal grigio, impregnato di fango, cenere e morte. Quasi un fluire incontrastato di un sordo, funereo rumore di fondo.


In mezzo a tutto questo, una piccola ma potente luce. La luce dell'amore tra il padre e il figlio, quasi assoluti protagonisti del libro. Di un uomo che sfida oltre ogni logica la morte, per proteggere e far sopravvivere il figlio in un mondo fosco e crudele. Ma soprattutto la luce simbolica del "portare il fuoco", quell'espressione che spesso il bambino ricorda al padre e che non è legata solo ad un paragone preistorico, ma soprattutto al fatto che la luce e il calore del fuoco tengono viva l'umana speranza.


Una speranza, per dei versi assolutamente insensata, ma che salva i due dal degrado disumano di doversi riscoprire mostri senza più anima, quasi a due passi dal trasformarsi in zombie, anche se senzienti (e qui la metafora è chiarissima), come molti dei "cattivi", così come li chiama il bambino. Ed è un'irriducibile speranza nella "bontà" e nell'umano il messaggio finale dell'autore, un messaggio che tutto riassume e che rende quest'opera diversa da molte altre dello stesso genere.

mercoledì 1 febbraio 2023

Michel Foucault, "Sorvegliare e punire - Nascita della prigione" (1975)


CONSIGLI DI LETTURA

Michel Foucault, "Sorvegliare e punire - Nascita della prigione" (1975)

Non è mia intenzione disconoscere i meriti di certe pubblicazioni, di quella forma editoriale che va sotto il nome di "instant book". In questi ultimi tre anni (ma è comunque un fenomeno anche dei decenni precedenti: si veda i saggi sull'europeismo), ne sono uscite molte, e se è vero che è importante riempire l'editoria di voci dissonanti, è anche vero che questo fenomeno è stato alimentato da una spinta emotiva e, purtroppo, anche da sensazionalismo. 

Quindi, accanto a libri preziosi (non molti in verità), è possibile trovare prodotti assai discutibili, in cui è del tutto evidente la mancanza di approfondimento, la tendenza verso ossessioni ideologiche, mistiche e religiose, e l'assenza di capacità complessiva di analisi. E in diversi casi, soprattutto l'intento commerciale: chi ha un nome già affermato, spesso cerca di sfruttare l'onda emotiva, adattando la propria produzione letteraria. Legittimo, per carità. Basta che i lettori ne siano però consapevoli.

Nulla di nuovo, in effetti, il limite di questo settore editoriale è proprio quello di essere adeguato solamente al momento storico che stiamo vivendo, solo pochi riescono a prescindere da questo limite. 

Attenzione però, non sto dicendo di non leggere questi libri, pure io ne acquisto e ne leggo diversi.

Tuttavia, insisto nel consigliare, prima di rivolgersi a queste letture, o almeno di compendiarle, spostando l'attenzione sulla produzione filosofica, storica e letteraria del secolo passato, dove già era stato scritto tutto, cioè con "tutto" intendo la capacità di prevedere e leggere certe dinamiche, non solo in modo da essere applicate esclusivamente al periodo in cui sono state scritte, ma che riescono ad andare oltre, e servono da strumento, a prescindere dalle epoche.

Michel Foucault, spesso citato, a volte non proprio a proposito anche durante lo stato d'eccezione pandemico (stessa sorte di Pasolini, di Bauman e della Arendt), è stato, a tal proposito uno dei pensatori del XX secolo, che meglio è riuscito ad analizzare tutti gli aspetti del potere.

Questo saggio, non è l'unico in tal senso, la sua è una bibliografia assai ricca. Ma è uno di quelli nei quali Foucault sviscera con più forza le tante implicazioni relative alla pena, al consenso, al disciplinamento, alla sorveglianza e al controllo. 

È un libro assai complesso: è contemporaneamente saggio storico e filosofico.

È complesso, perché le dinamiche che analizza sono esse stesse complesse, e di complessità nelle analisi, noi abbiamo bisogno.

Certo, è fermo agli inizi degli anni settanta, ma esistono altre letture, anche di questi anni che possono completare storicamente le analisi del filosofo francese. Ma senza le basi di partenza, poco può essere adeguato: i fondamentali stanno qui, come appunto, in altri autori del Novecento. Semmai, il problema è di trovarne oggi di veramente all'altezza. L'intuito, a volte può aiutare.

L'incipit del libro, insieme a tutta la prima parte, dedicata al supplizio nel XVII e XVIIl secolo è a dir poco fulminante e traumatizzante.

Un libro difficilmente riassumibile e dal quale è difficile trarre una citazione. Un libro che va letto attentamente e attentamente studiato.

«…infine ciò che presiede a tutti questi meccanismi, non è il funzionamento unitario di un apparato o di un'istituzione, ma le necessità di un combattimento e le regole di una strategia. Che, di conseguenza, le nozioni di istituzione di repressione, di rigetto, di esclusione, di emarginazione, non sono in grado di descrivere la formazione, nel cuore stesso della città carceraria, di insidiose dolcezze, di cattiverie poco confessabili, di piccole astuzie, di processi calcolati, di tecniche, di «scienze» in fin dei conti, che permettono la fabbricazione dell'individuo disciplinare. In questa umanità centrale e centralizzata, effetto e strumento di complesse relazioni di potere, corpi e forze assoggettate da dispositivi di «carcerazione» multipli, oggetti per discorsi che sono a loro volta elementi di quella strategia, bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia.»

martedì 31 gennaio 2023

"My Life In The Bush Of Ghosts" Brian Eno & David Byrne (1981)

 

Storia del Rock e non solo

"My Life In The Bush Of Ghosts" 

Brian Eno & David Byrne (1981)

Solo due menti geniali come Eno e Byrne potevano all'inizio degli anni ottanta concepire un'operazione musicale del genere. Capolavoro che sfugge a qualsiasi catalogazione e al quale i due contribuirono in egual misura, "My Life In The Bush Of Ghosts", come e più del "Remain In Light" dei Talking Heads, è qualcosa di assolutamente innovativo e i due, già collaboratori proprio in "Remain In Light", dilatarono ancor più il discorso musicale intrapreso con quel disco per andare oltre in assoluta libertà creativa.

Fuori dai Talking Heads, infatti, Eno e Byrne, ma in continuità con il livello musicale raggiunto con quella formula, diedero sfogo alla loro vena più sperimentale e intellettuale. Il punto di partenza però restava ancora "Remain In Light", tanto da lasciare comunque la forte sensazione che i due dischi, pur appartenendo a modalità espressive diverse, fossero un'unica cosa.

"My Life In The Bush of Ghosts" nacque, come detto, da una forte esigenza di sperimentazione, che, però, non era priva da puro e semplice divertimento. La maggior parte delle composizioni si reggeva su un ipnotico tappeto ritmico sul quale venivano a innestarsi giochi sonori tra i più svariati. Quindi, in definitiva, era pur sempre musica da ballo.

La base era la musica che andava per la maggiore in quegli anni nell'ambito più avanzato della new wave, e che veniva rielaborata e stravolta, portandola all'estremo limite con l'inserimento di effetti preregistrati: voci di predicatori radiofonici, esorcisti, rumori, cori orientali.

Il risultato fu straordinario. I due si avvalsero inoltre della collaborazione di ottimi strumentisti, tra i quali spiccava il nome di Bill Laswell, bassista e compositore della scena newyorkese, che era già protagonista in quegli anni, come lo sarà ancor più in quelli successivi, di analoghi esperimenti musicali che investiranno le più svariate tendenze.

"My Life In The Bush Of Ghosts" è un album del quale non verrà colta immediatamente tutta l'enorme carica e potenzialità innovativa, restando per lo più un prodotto fuori dagli schemi commerciali, relegato in una sorta di limbo intellettuale, quale fosse solo il capriccio straordinario delle manie di avanguardia dei due geni musicali.

Nel corso dei decenni successivi, come e forse di più che negli anni ottanta, questo disco rivelerà invece la sua imprescindibile importanza.

La storia della musica elettronica e della scena alternativa non sarebbe certamente stata la stessa senza l'esperimento di Eno e Byrne e, ascoltato oggi, si ha ancor più netta la sensazione che questa è musica al di fuori dal tempo, in cui la carica innovativa è ancora intatta e assolutamente lontana dall'essere un minimo intaccata.

Non so se ne fossero consapevoli o meno, ma i due autori, con questa operazione, stavano dando un contributo alla rappresentazione di un mondo in disfacimento, così come lo avevano fatto altri nell'era punk, e lo fecero altri ancora in quella post punk.

sabato 28 gennaio 2023

Antonio Colavito e Adriano Petta "Ipazia, scienziata alessandrina" (2004 - 2006)


CONSIGLI DI LETTURA

Antonio Colavito e Adriano Petta

"Ipazia, scienziata alessandrina" (2004 - 2006)

Se la storia è quella di una donna eretica e sconfitta, state pur certi che la rimozione e il confinamento nell'ombra sono quasi una certezza. 

Quanti di noi hanno mai sentito parlare di Ipazia Alessandrina? Di quale fosse la sua effettiva importanza? Quale ruolo abbia avuto nella storia del pensiero umano? In quante storie della filosofia e del sapere scientifico viene menzionata la sua esistenza? Credo che i casi siano pochi e marginali. Ed è per merito di questo romanzo che io l'ho conosciuta.

Eppure, non solo Ipazia è esistita veramente, ma ha avuto anche un'importanza non certo secondaria. Nella quarta di copertina vengono menzionate poche righe che dovrebbero bastare: "Ipazia (370-415 d.C.) erede della Scuola alessandrina, filosofa, matematica, astronoma, antesignana della scienza sperimentale (studiò e realizzò l'astrolabio, l'idroscopio e l'aerometro)".

Eppure, Raffaello le dedica un posto di tutto rispetto nel suo affresco "La Scuola di Atene". È l'unica filosofa donna in mezzo a tanti filosofi uomini di grande prestigio. Ed è l'unica figura che guarda dritta davanti a sé, fuori dal dipinto, senza timore.

Inoltre, come dice Margherita Hack nella sua prefazione (un po' discutibile data la sua impostazione eccessivamente razionalista, ma erano quasi vent'anni fa), Ipazia fu la prima scienziata donna della Storia di cui ci sono state tramandate testimonianze. Tuttavia, tutto ciò vale molto poco. Si potrebbe obiettare che nulla di suo pugno è rimasto, se non l'epistolario con Sinesio che la consultava sulla costruzione di un astrolabio e di un idroscopio. Ma di quanti suoi "colleghi" uomini è rimasto ugualmente così poco, in determinati casi ancora meno, eppure a molti di questi non è stato negato un posto di primo piano?

L'immagine che Colavito e Petta ci presentano di lei è quella di una giovane donna, colta e sensibile, preoccupata che il sapere di secoli e millenni non vada dissipato e distrutto da un potere che non può accettare l'esistenza di idee non omologate. Ricorda qualcosa?

Una giovane donna e la sua battaglia contro l'intolleranza, ossessionata dall'idea dell'antica distruzione della biblioteca che la sua città vide secoli prima.

Un testo questo, in cui Colavito e Petta si dividono le parti. Il primo che parla con la voce di Ipazia intenta a speculare sul mondo e a riflettere sui suoi sogni, il secondo che tramite la voce narrante di Shalim, discepolo della scienziata, ripercorre in forma romanzata la cronaca di quegli anni, rendendo omaggio alla sua maestra.

E' un mondo diviso in due quello di Ipazia, che non riesce ad accettare questa separazione, tante sono invece le possibilità che l'esistenza può nascondere. E' un mondo alle soglie di una trasformazione epocale, con una Chiesa cristiana ancora giovane e da poco alle prese con le dinamiche del dominio. Si intravedono i primi scontri con alcune culture che da quel momento in poi la cristianità tollererà sempre meno e così per molti secoli a venire, intraprendendo soprattutto una guerra contro la diffusione del libero pensiero, che, al tempo di Ipazia, le ultime propaggini del mondo ellenico ancora un po' garantivano.

Nell'edizione in mio possesso del 2004 - 2005, gli scrittori soprattutto nelle introduzioni promuovono (come fa anche la Hack) una generica idea un po' troppo ingenua, tesa all'esaltazione della Ragione e al presunto oscurantismo medievale, addossando per intero le colpe alla Chiesa Cattolica. Resta comunque, al netto di queste loro considerazioni, una storia raccontata molto bene, a testimonianza di una donna coraggiosa che non volle piegarsi. L'importanza di Ipazia non sta tanto nella difesa della Ragione, che, come abbiamo potuto constatare noi sulla nostra pelle, può essere trasfigurata in un dogma al pari e peggiore degli altri. Ma nella difesa della tolleranza e del libero pensiero.

Un mondo, infatti, che ha purtroppo molte analogie col nostro, dove odio e risentimento, causati da un'idea di appartenenza fittizia e indotta, dove ogni libero pensiero è bandito, inibiscono il dialogo, la crescita, la diffusione della cultura e la mutua solidarietà tra uguali. Un mondo dove la prevaricazione e il conflitto, in nome di una qualsiasi verità rivelata e dogmatica, nutrono il pregiudizio e fanno venir meno la capacità di ascolto e di compresenza nell'altro.

Cambiano gli attori, le "fedi", tuttavia, le dinamiche di potere e di controllo sono sempre le stesse. Ma verrebbe voglia di dire anche che, purtroppo, nel corso del tempo, diventano sempre più pervasive. Come i bigotti scientisti del presente sono, d'altronde, ben peggiori di quelli di ieri, considerando che hanno anche operato un capovolgimento. Ora, l'intolleranza opera anche in nome della dea Ragione, e paradossalmente con l'uso di un pensiero magico, altrettanto superstizioso, che millanta di detenere l'imprimatur della vera e unica Scienza.

Il romanzo di Colavito e Petta, che ha il merito di trattare tutto ciò con drammaticità e serenità, è un'opera molto delicata, ma nello stesso tempo forte e tenace, come delicata, forte e tenace è la sua protagonista, irriducibile fino alla fine.

Il libro però narra anche di una dolcissima storia d'amore, che come le idee di Ipazia, rifiuterà di piegarsi all'insensatezza del potere.

venerdì 27 gennaio 2023

"Fantasmi a Roma" (1961)


Cult Movie

"Fantasmi a Roma" (1961)

regia di Antonio Pietrangeli

con Eduardo De Filippo, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman,

Sandra Milo, Tino Buazzelli, Claudio Gora, Lilla Brignone, Belinda Lee, Claudio Catania

"Fantasmi a Roma" è un'opera molto particolare, un piccolo grande gioiello del nostro Cinema che fu, e che stupisce ancora oggi per quanto e come riesca a colpire l'immaginario, un esempio "sui generis" di commedia all'italiana, che pur restando per certi versi di "nicchia", ha fatto decisamente scuola anche fuori dall'Italia stessa. Una commedia di genere fantastico, fatto abbastanza inusuale per l'epoca, ma che riprende temi cari a certo teatro, in primis a quello di Eduardo: è assolutamente chiaro che sia anche un omaggio a "Questi fantasmi", suo grande capolavoro. 

Considerato un film ingiustamente minore, ha invece dalla sua parte diverse caratteristiche che lo rendono colmo di interesse. Si vedano innanzitutto il soggetto e la sceneggiatura che raccolgono insieme, nei nomi di Ennio Flaiano, Ettore Scola, Ruggero Maccari, Sergio Amidei e dello stesso Pietrangeli, un pezzo considerevole della storia del Cinema italiano e con Flaiano anche della Letteratura. E in tema di maestri, non si può non segnalare la colonna sonora composta da Nino Rota.

L'intelligenza e la cura che lo pervade, lo rende unico anche per l'epoca, ponendolo sicuramente tra le opere più altamente raffinate del genere. La storia infatti, pur scegliendo la veste fantastica, non è priva di chiari riferimenti sociali: la critica alle effimere sirene del mito del progresso e al cancro della speculazione edilizia. Critica che, però, nella sua forma lieve e divertente, non diventa mai pesantemente accademica.

Inoltre, la pellicola è un omaggio alla città di Roma, a certe sue tipiche figure umane e ai suoi luoghi. Vestendosi di una patina tra il surreale e il concreto, riesce così a cogliere alla perfezione alcuni aspetti di fantastico incanto e di miseria urbana. Fotografia e documento di quello che era la città negli anni sessanta.

E poi il regista, quell'Antonio Pietrangeli, che a causa sicuramente della presenza ingombrante di contemporanei molto blasonati, non ha goduto del giusto riconoscimento, che andrebbe invece tributatogli, sia come regista, che come sceneggiatore. La sua è una mano lieve e da grande professionista. Un professonista che nell'epoca cinematografica attuale sarebbe giudicato un gigante, a fronte dei troppi oscuri e sopravvalutati nani che la popolano.

Infine, il cast di attori straordinari, impegnati, lo si ricordi bene, tra Cinema e Teatro, e che financo nei comprimari, danno una lezione di recitazione a livello decisamente sublime nel caratterizzare personaggi e figure, che restano indelebili e che entrano senza esagerazione e in pieno diritto nel mito.

giovedì 26 gennaio 2023

Grace Slick

Storia del Rock

Protagonisti 

Grace Slick ❤️

Ci sono personaggi che nella storia del rock hanno lasciato il loro segno. Cantanti, musicisti, produttori, sono moltissimi quelli di cui si dovrebbe parlare a prescindere del valore musicale in sé, o meglio partendo proprio da questo, ma per indagare anche l'impronta lasciata nell'immaginario degli appassionati. Ci sono alcuni che sono delle vere e proprie icone.

Vorrei iniziare da Grace Slick per una serie di motivi, innanzitutto perchè di Grace Slick sono stato profondamente innamorato, soprattutto nell'adolescenza, forse l'unico caso di vero e proprio di innamoramento da parte mia nei confronti di una star del rock, l'altro perchè è stata uno dei simboli di una stagione particolare e di un movimento particolare, legato alla musica giovanile. Ultimo, ma non meno importante, è il valore artistico indiscutibile.

Premetto che mi riferisco soprattutto all'epoca d'oro dei primi Jefferson Airplane, quello che è accaduto dopo è un'altra storia, sicuramente dalla valenza molto meno rilevante.

La Slick è innanzitutto una delle protagoniste della Bay Area, insieme a Paul Kantner e a Jerry Garcia. Il movimento che musicalmente, ma non solo, rinnova radicalmente la scena rock californiana della seconda metà degli anni sessanta. Figli diretti della Controcultura, del flower power e dei viaggi lisergici.

Grace Slick si ritrova a ricoprire un pò il ruolo di sacerdotessa di tale movimento, la sua voce e il suo aspetto fisico si prestano assai per la costruzione del mito, forte anche dall'incredibile carica sensuale, anarchica e trasgressiva.

Con i Jefferson, da sola o in coppia con


Kantner dà vita ad una serie di dischi memorabili, nei quali la sua voce unica, allucinata, aggressiva e dolcissima, ma sempre dai toni intensissimi è la maggiore protagonista, rendendo inconfondibile un sound dalle tinte acide e psichedeliche, vessillo più importante della west coast. Interprete notevole anche di diverse cover, nelle quali in alcuni casi offre il meglio di sé. Come dimenticare per esempio "Triad" di David Crosby, contenuta nell'album "Crown of Creation", oppure la mitica "Wooden Ships" di Kantner, Crosby e Stills, presente su "Volunteers".

Senza dimenticare poi la partecipazione al festival di Woodstock, che ha semplicemente del memorabile, e che contribuì ancor più ad accrescere la popolarità della cantante.

Discografia consigliata:

"Surrealistic Pillow" (1967) - Jefferson Airplane

"After Bathing At Baxter's" (1967) - Jefferson Airplane

"Crown of Creation" (1968) - Jefferson Airplane

"Volunteers" (1969) - Jefferson Airplane

"Blows Against the Empire" (1970) - Paul Kantner / Jefferson Starship

"Sunfighter" (1971) - Paul Kantner & Grace Slick

"Baron Von Tollbooth & The Chrome Nun" (1973) - Paul Kantner, David Freiberg & Grace Slick

"Manhole" (1974) Grace Slick

"Dragon Fly" (1974) Jefferson Starship.



"Wooden Ships", amaro inno anarchico.


«Salpare per dove si innalza il sole del mattino

Salpare per dove il vento soffia dolcemente

E giovani uccelli volano

Prendere una sorella per mano

Condurla lontano da questa terra desolata

L’orrore ci assale mentre vi vediamo morire.

Tutto quello che possiamo fare è fare eco alle vostre grida angosciate,

guardare a bocca aperta mentre muoiono tutti i sentimenti umani.

Ce ne stiamo andando, non avete bisogno di noi.

Andiamo, prendiamo, quindi, una sorella per mano,

Conduciamola lontano da questa terra straniera,

lontano, via, dove potremmo sorridere ancora.

Ce ne stiamo andando, voi non avete bisogno di noi.

Oh, voi non avete bisogno di noi

Velieri, sull'acqua, molto liberi e accessibili.

Accessibili, sai, nel modo che si può supporre.

Persone d'argento sul litorale, lasciateci essere

molto liberi, e lasciateci andare.»

martedì 24 gennaio 2023

Richard Zimler "Il cabalista di Lisbona" (1996)


CONSIGLI DI LETTURA

Richard Zimler

"Il cabalista di Lisbona" (1996)

Lisbona, primi anni del cinquecento, dopo le espulsioni del 1492 di molti ebrei abitanti nella penisola Iberica, detti sefarditi, quello che resta della comunità ebraica vive in clandestinità, costretta alla conversione forzata al cattolicesimo. Durante la Pasqua esplode un violentissimo pogrom, nel corso del quale vengono bruciati centinaia di "nuovi cristiani". Parallelamente a questi fatti, si inserisce l'indagine di un giovane ebreo che cerca di chiarire il mistero della morte dello zio Abraham Zarco, cabalista e miniaturista.

Siamo nel 1506, nove anni dopo la conversione forzata al cattolicesimo, e trenta anni prima della creazione dell'Inquisizione portoghese.

Ottimo giallo storico di Richard Zimler, scrittore americano, naturalizzato portoghese, che dopo essere stato rifiutato da ventiquattro editori americani, è stato pubblicato proprio in Portogallo. E alla fine, solo dopo cinque anni di traduzioni e successi editoriali in tutto il mondo, che lo hanno tramutato in un vero e proprio best seller in Brasile e in Italia, è stato pubblicato anche negli USA dalla Overload Press, casa facente parte dell'editoria indipendente.

“Credo che quello che è successo con il mio libro evidenzi alcuni punti deboli dell'editoria americana”, ebbe a dire Zimler, in un' intervista, “Quando arriva un libro che non rientra in una formula, gli editori semplicemente non sanno cosa farsene. È come un oggetto di un altro pianeta. E così lo rifiutano”.

Ci sono stati periodi in cui l'odio nei confronti degli ebrei nell'Europa cristiana ha raggiunto livelli di inusitato furore persecutorio. Quando la Santa Inquisizione ha mandato al rogo masse innumerevoli di ebrei, con la complicità del consenso popolare, ebrei che divenivano il capro espiatorio di ogni male e iattura. Gli stessi tempi in cui invece i cittadini di religione musulmana, pur essendo duramente discriminati, non venivano trattati alla stessa stregua. Infatti nel periodo del post medioevo e del primo Rinascimento si alternavano situazioni di vera e propria guerra, ad altre in cui vigeva una sorta di guerra fredda tra le due civiltà che, si spartivano il mediterraneo, e alcuni precari equilibri dovevano essere salvaguardati. E in nome di questa realpolitik, gli ebrei erano spesso gli unici a farne le spese in occidente.

Contemporaneamente molti di loro fuggivano dall'Europa per rifugiarsi nelle terre dell'Islam, molto più accoglienti e tolleranti, come nel caso dell'io narrante, il nipote di Zarco che da Istanbul ricorda i fatti di quei giorni ormai lontani.

È bene ricordare, però, che nello stesso periodo si diffuse il singolare fenomeno dei cosiddetti "Cristiani di Allah", criminali, rinnegato, avventurieri, mercanti, pirati e quant'altro che si convertirono all'Islam, per continuare i loro traffici con meno restrizioni, e che ebbero, nonostante tutto un ruolo non secondario nello scacchiere geopolitico dell'epoca. 

Romanzo terribilmente intenso, che assume un valore particolare ai nostri occhi, visti i tempi che stiamo vivendo, la storia spesso è beffarda e si diverte a cambiare i rapporti di potere, nonostante chi crede che certi fattori siano perennemente immutabili, e che dovrebbe insegnarci che nulla è dato per certo nel fluire degli avvenimenti umani, l'unica cosa certa sono le dinamiche che sottendono ai conflitti e ai pregiudizi, e il fatto che a farne le spese sono innanzitutto le persone comuni. 

Nel libro viene dipinta una Lisbona ai limiti delle possibilità umane, ed in particolare il piccolo quartiere ebarico nel distretto di Alfama. Una città che è un vero e proprio inferno di intolleranza e pregiudizio, con feroci conflitti interni anche tra correligionari.

Suggestivo e colto affresco storico che richiama alla mente l'arte pittorica di Bruegel, Bosch e Durer. Nel quale si intersecano i riferimenti alla Kabbalah e ai significati filosofici e religiosi legati al miniaturismo ebraico. Un'atmosfera claustrofobica e ossessiva non abbandona mai la storia e finisce per rendere ancora più oscuri e affascinanti gli elementi di mistery che la caratterizzano.

Unico fattore di speranza, l'amicizia fraterna tra il nipote di Zarco e Farid, giovane mussulmano sordo-muto, il quale, con il suo particolare acume, aiuta l'amico a venire a capo del mistero e della situazione più propriamente esistenziale.

domenica 22 gennaio 2023

"I tre volti della paura" (Black Sabbath) (1963)


CULT
MOVIE

"I tre volti della paura" (Black Sabbath) (1963)

regia di Mario Bava

con Boris Karloff, Michelle Mercier,

Jacqueline Pierreux, Lydia Alfonsi, Mark Damon, Susy Andersen.

Genere: horror, thriller, gotico.


A proposito di visioni inquietanti, questo è un film che trasmette una notevole dose di inquietudine ancora oggi, a dimostrazione che al Cinema di qualità poco servono effetti speciali sofisticati e tecnologie innovative. E a dimostrazione che certe opere artistiche non invecchiano mai, riuscendo a comunicare forti emozioni, nonostante il tempo, attraverso il tempo e fuori dal tempo.

"I tre volti della paura", a dispetto del suo schematico inserimento tra i "b movies", è un film di notevole complessità. Pietra angolare del cinema di genere, ha segnato una svolta decisiva, tanto da essere, nel corso dei decenni successivi, uno dei film più citati e di maggiore fonte di ispirazione di diversi registi e non solo per quanto riguarda l'horror e la produzione di genere. Dario Argento, solo per fare un esempio, non sarebbe stato lo stesso senza Mario Bava e senza questo film. Quentin Tarantino lo considera uno dei suoi maestri: ha affermato che nel concepire la struttura di "Pulp Fiction" aveva in mente proprio questo film.

Nell'ottica, quindi, di una giusta valutazione del "b movie" di qualità, questo è un prodotto di cui andare fieri proprio per la sua indubbia catalogazione. Sul fatto che sia un film di genere, insomma, non ci piove e non rientrava certo nelle intenzioni di Bava stesso fare qualcosa di diverso. Ma proprio qui, per fortuna, risiedono appunto tutte le sue qualità.

In una naturalezza quasi naif, nel rifuggire qualsiasi operazione pseudo intellettuale, ma nello stesso tempo, nella sua struttura che la rende un'operazione colta e squisitamente ironica, sta la genialità dell'intuizione di Bava. A cominciare dagli interventi fuori scena di Boris Karloff, posti all'inizio e alla fine del film. Finale, in cui sta lo svelamento non solo del trucco del cinema di genere in quanto tale e della finzione grottesca legata appunto ai "b movies", ma che è caratteristica imprescindibile di tutto il Cinema.

La finzione non è solo di quei film e Bava sarcasticamente lo rende esplicito. Il cinema è finzione sublime nel suo complesso, e guai a dimenticarlo. L'ironia è diretta chiaramente soprattutto a tutti i suoi detrattori, cultori del cinema "alto", che per tale definizione ha necessità intrinseca e vitale del disprezzo coltivato nei confronti del cinema "altro".

Siamo tutti coinvolti, sembra dire Bava, ma c'è chi lo fa con consapevole sincerità e modestia e chi nega ipocritamente la sua natura, tanto da snaturare in alcuni casi il messaggio stesso, proprio del linguaggio cinematografico.

La finzione, partendo già dal ricorrente pseudonimo di "John Old" usato proprio da Bava, in diverse occasioni come regista, è, inoltre ben rappresentata nei tre episodi presi singolarmente, soprattutto dal primo: "Il telefono", che nella trama è esattamente la finzione di un gioco di terrore, simbolicamente reso financo nella falsa attribuzione del soggetto a Maupassant.

Gli altri due episodi sono invece tratti, rispettivamente, da un racconto di Aleksej Tolstoj (cugino di secondo grado del ben più famoso Lev), "I Wurdalak", e da un racconto di Anton Cechov, "La goccia d'acqua".

In definitiva, anche il Cinema come metafora degli inganni della Comunicazione. Non credete a tutto ciò che vi fanno vedere, che vi dicono, che leggete. Perché molto è falso, è solo rappresentazione della realtà, è creazione di chi sta dietro la "macchina da presa" e della sua "troupe", di chi ci "regala" incubi. 

Tuttavia, paradossalmente, al contempo, la finzione cinematografica ci stimola a sognare, anche se dovremmo farlo "cum grano salis", con spirito critico, consapevoli della finzione stessa, insita in ogni rappresentazione, che sia cinematografica, televisiva, mediatica, virtuale, politica.

Non è un caso, infatti, che il film sia diviso, così perfettamente, in una triade di episodi assai diversi tra loro. Non vi è solo la manifesta intenzione di scandagliare le varie tonalità del terrore: thriller, gotico e horror. Operazione che, tra l'altro, raggiunge risultati assolutamente ragguardevoli. Bava usa di nuovo la metafora del prodotto di genere per parlare ancora una volta dell'essenza del cinema nella sua interezza. La capacità di cambiare luogo e situazione, l'approssimazione visiva che si fa atto sublime, l'eclettica adattabilità ad ogni storia: la luce vivida, quasi eccessiva, dei colori, il grigiore e l'oscurità.

Il cinema in fondo è questo, e a volte alcuni registi di genere sono riusciti meglio nell'impresa con il loro connaturato eclettismo. Sono riusciti con più efficacia a rendere quello che il cinema dovrebbe essere: la materializzazione più concreta delle visioni, dei sogni, delle speranze, dei timori e degli incubi umani.

Mario Bava per questo ha lasciato a tutti noi il suo cinema, pieno di sense of wonder, a cui molti registi, anche più recenti, si sono ispirati, ritenendo giustamente il cineasta italiano un maestro indiscusso per tutti loro.

E infine, una curiosità che non è a tutti nota: la pellicola uscì all'estero con il titolo di "Black Sabbath". E indovinate un po' che cosa ispirò?

PACIFISMO E ANTIMPERIALISMO?

 Ci sono soggetti che nel 1938, in nome del pacifismo o dell'antimperialismo, avrebbero probabilmente guardato con indulgenza a Hitler p...