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giovedì 22 ottobre 2026

𝗜𝗦𝗟𝗔𝗠𝗜𝗦𝗠𝗢, 𝗔𝗡𝗧𝗜𝗢𝗖𝗖𝗜𝗗𝗘𝗡𝗧𝗔𝗟𝗜𝗦𝗠𝗢 𝗲 𝗥𝗘𝗦𝗣𝗢𝗡𝗦𝗔𝗕𝗜𝗟𝗜𝗧𝗔' 𝗠𝗢𝗥𝗔𝗟𝗘

 La tendenza di una parte della cultura politica occidentale a interpretare l’islamismo radicale quasi esclusivamente come una reazione all’imperialismo, al colonialismo e alle politiche dell’Occidente finisce talvolta per negargli un’autonoma responsabilità storica, politica e morale.

È un paradosso: nel tentativo di superare una visione eurocentrica della storia, si finisce per riprodurne un’altra, nella quale l’Occidente continua a essere il protagonista assoluto, persino quando si tratta delle azioni dei suoi nemici.

Il colonialismo europeo ha prodotto violenze, gerarchie razziali, sfruttamento e conseguenze che persistono. Sarebbe storicamente insensato negarlo. Ma altra cosa è trasformarlo nella causa pressoché esclusiva delle violenze contemporanee.

Quando ogni manifestazione dell’islamismo viene ricondotta all’oppressione occidentale, si produce un’asimmetria morale: l’Occidente viene giudicato per ciò che fa, mentre i suoi avversari vengono spiegati attraverso ciò che hanno subito.

Si finisce così per attribuire ai movimenti islamisti una sorta di irresponsabilità storica, come se fossero incapaci di elaborare autonomamente ideologie, strategie e progetti di dominio. È una forma paradossale di paternalismo. Organizzazioni come Hamas, Hezbollah, Al-Qaeda e lo Stato Islamico non sono semplicemente aggregazioni spontanee di individui impoveriti e radicalizzati. 

Pur essendo molto diverse tra loro, hanno sviluppato, in misura variabile: Apparati militari e di intelligence. Reti finanziarie e organizzative transnazionali. Sistemi di propaganda e comunicazione tecnologicamente sofisticati. Strutture educative, religiose e assistenziali utilizzate anche per costruire consenso.

Meccanismi di sorveglianza, intimidazione e controllo sociale. Dirigenti ed élites con un’elevata formazione culturale, tecnica o religiosa.

L’immagine del fanatico ignorante, incapace di comprendere la modernità, è profondamente fuorviante. L’islamismo radicale non è necessariamente il rifiuto della modernità tecnologica: spesso è l’impiego della modernità tecnologica al servizio di un progetto politico e religioso autoritario. Naturalmente, sarebbe eccessivo sostenere che questi apparati siano complessivamente superiori a quelli degli Stati occidentali.

L’islamismo politico, nel significato moderno del termine, nasce soprattutto tra Ottocento e Novecento. I Fratelli Musulmani vengono fondati nel 1928, mentre il jihadismo contemporaneo si sviluppa successivamente. Non si può quindi attribuire all’islamismo moderno una storia criminale di molti secoli.

Esiste però una storia assai più lunga di imperi, conquiste, schiavitù, discriminazioni religiose e persecuzioni nel mondo islamico, come del resto in altre grandi civiltà e tradizioni imperiali. Questa storia non può essere cancellata né ridotta a una conseguenza dell’espansionismo europeo.

Bisogna tuttavia evitare di confondere l’islamismo politico contemporaneo con l’Islam come religione, o con la storia complessiva delle società musulmane, attraversate anche da importanti tradizioni filosofiche, scientifiche, pluralistiche e riformatrici.

L’Occidente non ha prodotto soltanto colonialismo, imperialismo e sistemi di dominio. Ha prodotto anche una straordinaria tradizione di autocritica: Illuminismo, costituzionalismo, diritti individuali, movimenti operai, femminismo, pensiero libertario, critica all’autoritarismo e all’imperialismo.

Molte delle categorie con cui oggi viene contestato l’Occidente sono nate o si sono sviluppate proprio al suo interno. Questo non significa che l’autocritica sia un’esclusiva occidentale. Anche nelle società musulmane esistono importanti tradizioni di dissenso, secolarismo, emancipazione femminile e opposizione al fondamentalismo.

La differenza è che in numerosi regimi autoritari questi movimenti vengono perseguitati, incarcerati o repressi violentemente. Basti pensare alle donne iraniane che sfidano la Repubblica islamica, agli intellettuali perseguitati per apostasia o blasfemia, agli oppositori dei talebani e ai musulmani liberali costretti all’esilio.

Il rischio di un certo antioccidentalismo è proprio quello di rendere invisibili queste persone, perché non rientrano nella rappresentazione ideologica del mondo diviso tra oppressori occidentali e oppressi non occidentali.

Se un movimento islamista compie un massacro, impone una teocrazia, perseguita le donne o elimina gli oppositori, il contesto storico può contribuire a spiegare perché sia nato e come abbia acquisito potere. Ma non può esaurire il giudizio sulla sua responsabilità. Spiegare non significa giustificare. E soprattutto, riconoscere le responsabilità dell’Occidente non comporta l’obbligo di attenuare quelle dei suoi avversari.

C’è una contraddizione profonda nel riconoscere piena autonomia politica e morale soltanto agli occidentali, considerando invece gli altri popoli e movimenti come semplici prodotti delle azioni occidentali. Si pretende di combattere l’eurocentrismo, ma si continua a pensare che tutto ruoti intorno all’Europa e all’America.

E c’è un’ulteriore conseguenza: quando si identifica un intero popolo con il movimento politico o religioso che pretende di rappresentarlo, si finisce per negare la libertà degli individui che vi appartengono. I palestinesi non sono Hamas. Gli iraniani non sono la Repubblica islamica. Gli afghani non sono i talebani. Anzi, spesso le prime vittime dell’islamismo autoritario sono proprio le popolazioni musulmane sulle quali esso esercita il proprio potere.

L’errore di una parte dell’antioccidentalismo contemporaneo non consiste nel criticare troppo l’Occidente, ma nel criticare troppo poco le altre forme di dominio. Un pensiero autenticamente universalista e libertario dovrebbe applicare gli stessi criteri a tutti: il rifiuto dell’oppressione, della violenza contro i civili, della subordinazione delle donne, della repressione del dissenso e dell’imposizione religiosa.

Senza concedere attenuanti morali a un potere soltanto perché si proclama nemico di un altro potere. Altrimenti l’antimperialismo smette di essere una critica del dominio e diventa semplicemente la scelta di quale dominio considerare tollerabile.

𝗗𝗢𝗡𝗡𝗔, 𝗩𝗜𝗧𝗔, 𝗟𝗜𝗕𝗘𝗥𝗧𝗔'. 𝗜𝗡 𝗠𝗘𝗠𝗢𝗥𝗜𝗔 𝗗𝗜 𝗝𝗜𝗡𝗔 𝗠𝗔𝗦𝗛𝗔 𝗔𝗠𝗜𝗡𝗜


“Donna, vita, libertà” (Zan, Zendegī, Āzādī in persiano; Jin, Jiyan, Azadî in curdo) è il nome con cui viene comunemente indicato il grande movimento di protesta nato in Iran nel settembre 2022. Definirlo semplicemente un movimento contro il velo obbligatorio, però, è riduttivo: il velo è stato il detonatore e uno dei suoi simboli più visibili, ma la contestazione ha investito più in profondità il rapporto fra individuo, corpo, religione, Stato e autorità politica. 

Il punto di svolta fu la morte, il 16 settembre 2022, della ventiduenne curdo-iraniana Jina (Mahsa) Amini, arrestata a Teheran dalla polizia morale perché accusata di avere indossato l'hijab in modo non conforme alle prescrizioni. La Amini fu sottoposta a violenza fisica durante la custodia della polizia morale e lo Stato iraniano è responsabile della sua morte illegale.

Il fatto che si chiamasse Jina è importante. Al suo funerale, nella città curda di Saqqez, comparve il grido: “Jin, Jiyan, Azadî - Donna, vita, libertà”. Da lì lo slogan si diffuse rapidamente dalle regioni curde al resto dell'Iran, traducendosi in persiano in Zan, Zendegī, Āzādī.

Un aspetto nelle prime ricostruzioni occidentali è stato spesso trascurato. Lo slogan non nasce nel 2022 e non nasce originariamente nel femminismo iraniano persianofono.

Proviene dal movimento delle donne curde, sviluppatosi soprattutto nell'ambiente politico curdo della Turchia e successivamente del Rojava siriano. 

È legato alla concezione secondo cui la liberazione delle donne costituisce una condizione necessaria della liberazione dell'intera società. Lo slogan divenne particolarmente conosciuto internazionalmente attraverso le donne curde del Rojava e la loro lotta contro l’ISIS. 

Il passaggio iraniano ne ha però trasformato profondamente il significato: un motto proveniente da una specifica tradizione politica curda è diventato un linguaggio condiviso da settori molto diversi della società iraniana. La forza dello slogan sta anche nella sua costruzione.

“Donna” mette al centro un soggetto che la Repubblica islamica sottopone a una legislazione differenziata in numerosi ambiti e il cui corpo è divenuto uno dei terreni sui quali lo Stato manifesta il proprio dispotismo. “Vita” contrappone implicitamente la vita quotidiana, il desiderio, le relazioni e l'autonomia personale a una concezione politica che pretende di regolare comportamenti privati e pubblici secondo norme religiose. “Libertà” trasforma infine una rivendicazione inizialmente legata all'autonomia femminile in una questione politica generale.

È proprio questo passaggio che distingue “Donna, vita, libertà” da una semplice campagna per modificare la normativa sull'hijab. Una delle caratteristiche più interessanti è che si tratta di un movimento femminista senza essere esclusivamente femminile.

Alle proteste hanno partecipato moltissimi uomini e, soprattutto, giovani e giovanissimi. Donne che si toglievano il velo, ragazze che si tagliavano i capelli, studenti che contestavano le autorità nelle università e nelle scuole hanno prodotto un bagaglio di proteste molto diverso da quello delle tradizionali organizzazioni politiche.

Inoltre non esisteva un vero partito “Donna, vita, libertà”, né una leadership centrale. Studi recenti insistono proprio sull'importanza delle reti decentralizzate di amicizia, solidarietà e resistenza quotidiana costruite dalle donne iraniane nel corso di decenni. 

Le regioni curde furono tra i centri principali della rivolta. Anche il Sistan e Baluchistan, abitato prevalentemente da baluci sunniti, conobbe proteste e una repressione particolarmente grave. È anche un movimento variegato: genere, autoritarismo, discriminazione etnica, religiosa e sociale si sovrappongono. La risposta dello Stato fu durissima. Ci furono diverse violazioni ai diritti umani fondamentali - fra cui omicidio, detenzione, tortura, stupro, sparizione forzata e persecuzione - che hanno raggiunto e superato la soglia dei crimini contro l'umanità. 

Il movimento ha fallito? Qui bisogna distinguere due livelli.

Sul piano politico-istituzionale, il movimento non ha rovesciato la Repubblica islamica e lo Stato mantiene il proprio apparato repressivo. Le attiviste continuano a essere arrestate e perseguite e l'obbligo legale del velo non è stato abolito. 

Sul piano sociale, però, qualcosa di importante è cambiato. La disobbedienza femminile è diventata molto più diffusa: numerose donne continuano ad apparire in pubblico senza hijab nonostante le sanzioni. La vastità della resistenza ha persino costretto le autorità nel 2025 a ridurre alcune forme di arresto di massa, pur sostituendole in parte con multe, espulsioni, chiusure di esercizi commerciali e soprattutto sorveglianza elettronica e riconoscimento facciale. 

E il fenomeno continua a essere visibile proprio nel 2026: durante una corsa femminile a Teheran, molte partecipanti hanno corso senza velo; successivamente le autorità hanno aperto procedimenti contro gli organizzatori. È forse qui che sta l'eredità più profonda di Donna, vita, libertà: non tanto nell'aver creato una nuova organizzazione politica, quanto nell'aver trasformato un comportamento quotidiano - una donna che decide autonomamente come vestirsi e come mostrarsi nello spazio pubblico - in una forma permanente di disobbedienza civile.

C’è inoltre anche un aspetto particolarmente interessante nella genealogia del movimento: il passaggio dal femminismo curdo e libertario di Jin, Jiyan, Azadî alla rivolta iraniana non è una semplice traduzione linguistica. È la trasformazione di un'idea nata ai margini - donne, curdi, minoranze - in una contestazione generale dell'autorità. Per questo, più che una tradizionale “rivoluzione femminista”, può essere letto come un movimento nel quale la libertà delle donne diventa il paradigma della libertà di tutti. 

Tale movimento non ha prodotto, soprattutto in alcuni settori della sinistra radicale, femminista e anticoloniale occidentale, una mobilitazione neanche minimamente paragonabile per durata e centralità a quella sviluppatasi successivamente per la Palestina. Una parte della critica proveniente dalle stesse femministe iraniane sostiene che la mobilitazione militante occidentale fu molto scarsa e intermittente.

Una parte consistente del femminismo occidentale aveva difficoltà a leggere il rifiuto del velo obbligatorio come gesto femminista, anche per il timore di alimentare l'islamofobia.

La spiegazione riguarda le categorie attraverso le quali una parte della sinistra occidentale interpreta i conflitti internazionali. Lo schema gerarchico tende a essere: le potenze occidentali e i loro alleati occidentale sono i dominatori. Gli attori contrapposti all'Occidente sono oppressi e resistenti, a prescindere dalla loro condizione sociale, dal dispotismo esercitato e dal fatto che commettano crimini contro l’umanità.

L'Iran rappresenta a tal proposito un’evidente conferma a questa contraddittoria rappresentazione perché la Repubblica islamica è contemporaneamente: antagonista degli Stati Uniti e di Israele; erede di una rivoluzione esplicitamente anti-imperialista; sostenitrice della causa palestinese; e uno Stato autoritario che impone alle donne norme religiose, reprime il dissenso e ha esercitato violenza sistematica contro i manifestanti.

Woman, Life, Freedom rende particolarmente difficile applicare automaticamente la categoria dello Stato iraniano come vittima dell'imperialismo: davanti alle immagini di donne disarmate picchiate o uccise dalle forze statali, la repressione interna diventa difficilmente riconducibile a un aggressore occidentale.

Questo aiuta a capire una certa dissonanza ideologica. È una contraddizione ancora più profonda. In Europa il diritto di una donna musulmana a portare il velo viene giustamente difeso contro chi pretende di toglierglielo. Ma il principio simmetrico dovrebbe essere altrettanto semplice: una donna deve essere libera anche di toglierselo.

Le iraniane mettono quindi alla prova una certa interpretazione occidentale del multiculturalismo. Per loro il velo non è necessariamente il simbolo di una minoranza discriminata che rivendica la propria identità: può essere un obbligo imposto dallo Stato e dalla polizia. E le protagoniste iraniane hanno ripetutamente insistito sulla differenza fondamentale fra: «vietare il velo» e «vietare di togliere il velo». Il principio comune sarebbe l'autonomia della donna.

E qui il confronto con la Palestina diventa paradigmatico.

Dopo il 7 ottobre 2023 e la guerra di Gaza, la Palestina ha assunto una centralità straordinaria in una parte dei movimenti occidentali: manifestazioni continue, occupazioni universitarie, accampamenti, campagne di boicottaggio, scontri di piazza, iniziative sindacali e mobilitazione culturale. L'asimmetria diventa politicamente evidente quando la solidarietà dipende dall'identità dell'oppressore.

Se il principio è: sto dalla parte delle persone sottoposte a ingiustizia, allora possono rientrarvi sia una donna iraniana perseguitata perché rifiuta il velo sia un civile palestinese sottoposto alla violenza della guerra. Se invece il principio diventa: sto dalla parte di chi si trova nel campo geopolitico contrapposto all'Occidente, le due solidarietà cominciano a divergere.

È una differenza importante perché nel primo caso il soggetto morale è l'individuo; nel secondo diventa il campo geopolitico. Una parte del femminismo iraniano di Woman, Life, Freedom ha invece cercato esplicitamente di costruire una solidarietà transnazionale e decoloniale, collegando la propria lotta ad altre lotte senza subordinarsi necessariamente a uno schieramento geopolitico. Una ricerca del 2025 mostra proprio la nascita nella diaspora di collettivi femministi iraniani orientati verso questo tipo di solidarietà.

Il caso iraniano mette quindi alla prova l'universalismo. Una solidarietà coerentemente universalistica dovrebbe essere capace di dire contemporaneamente: la donna iraniana ha diritto di ribellarsi alla Repubblica islamica; la donna palestinese ha diritto alla sicurezza e alla libertà, pesantemente minacciate e repressa anche dal dispotismo integralista di Hamas; la donna musulmana europea ha diritto di indossare l'hijab; la donna iraniana ha diritto di bruciarlo.

Non è necessario stabilire che queste situazioni siano equivalenti. Significa applicare lo stesso criterio di autonomia individuale anche quando cambia l'identità politica, religiosa o geopolitica di chi esercita il potere. Ed è proprio qui che Jin, Jiyan, Azadî pone una domanda piuttosto scomoda a una parte dell'attivismo occidentale: la liberazione delle donne è un principio universale oppure acquista priorità diversa a seconda del campo geopolitico in cui si trovano le donne? Il double standard permette di vedere molto bene come funzionano le dinamiche proprie del cosiddetto, anti-imperialismo, del femminismo intersezionale e di quella che potremmo chiamare “gerarchia delle solidarietà”.

martedì 20 ottobre 2026

𝗡𝗢𝗡𝗩𝗜𝗢𝗟𝗘𝗡𝗭𝗔 𝗘 𝗟𝗘𝗚𝗜𝗧𝗧𝗜𝗠𝗔 𝗗𝗜𝗙𝗘𝗦𝗔. 𝗟'𝗜𝗡𝗦𝗘𝗚𝗡𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗢 𝗗𝗜 𝗔𝗟𝗘𝗫 𝗟𝗔𝗡𝗚𝗘𝗥

Essere nonviolenti non significa rinunciare al diritto di difendersi, né chiedere agli altri di subire passivamente la sopraffazione. La nonviolenza è prima di tutto il rifiuto della violenza come strumento di dominio, non necessariamente il rifiuto di ogni forza necessaria a contrastarlo. La pace non è un valore autentico quando viene ottenuta al prezzo della libertà e della dignità degli oppressi. La nonviolenza non è codardia.

Pretendere che gli aggrediti rinuncino a difendersi, senza garantire loro una protezione effettiva, può trasformare un principio apparentemente pacifista in una forma di acquiescenza verso il più forte. Essere nonviolenti significa riconoscere che la nonviolenza, quando è fondata sulla responsabilità etica anziché su un dogma, deve confrontarsi anche con il dovere di proteggere chi subisce la violenza.

Alex Langer, per esempio, non concepiva la pace semplicemente come assenza di guerra. La collegava alla convivenza, alla tutela delle minoranze, al riconoscimento reciproco e alla possibilità di vivere senza essere assoggettati al potere altrui. Il suo pensiero rappresenta uno dei tentativi più interessanti di conciliare la nonviolenza come principio etico con la responsabilità concreta di fronte all'aggressione e alla sopraffazione.

È soprattutto nella sua riflessione sulle guerre jugoslave, e in particolare sulla Bosnia, che questa tensione emerge con drammatica chiarezza.

Nel 1993, in un articolo intitolato “È giusto intervenire militarmente?", Alex Langer sosteneva la necessità di un impiego limitato della forza internazionale, sotto mandato ONU, per impedire i bombardamenti, neutralizzare le armi pesanti e garantire gli aiuti umanitari. 

Nel maggio 1995, dopo il massacro di Tuzla, la sua posizione diventò ancora più esplicita: chiedeva un intervento internazionale capace di fermare l'aggressione e proteggere concretamente i civili. Infine, nel suo celebre scritto “L'Europa muore o rinasce a Sarajevo”, del giugno 1995, affermò:

«Basta con la neutralità tra aggrediti ed aggressori». 

Tuttavia, Langer andava oltre: per lui l'intervento armato non doveva sostituire la politica, ma creare le condizioni perché tornassero possibili il dialogo, la convivenza e la soluzione pacifica dei conflitti.

Questa è, a mio avviso, la parte più interessante del suo insegnamento: non fare della nonviolenza un'identità ideologica da preservare a qualsiasi costo, ma un'etica della responsabilità da mettere continuamente alla prova della realtà.

E soprattutto non pretendere che siano le vittime a pagare il prezzo della coerenza morale di chi, al sicuro, predica la rinuncia alla forza.

𝗜𝗟 𝗦𝗢𝗚𝗡𝗢 𝗟𝗜𝗕𝗘𝗥𝗧𝗔𝗥𝗜𝗢

𝗗𝘂𝗲 𝗻𝗮𝘃𝗶 𝗽𝗲𝗿 𝘂𝗻'𝘂𝘁𝗼𝗽𝗶𝗮: 𝗱𝗮 𝗗𝗮𝗻𝘁𝗲 𝗮 𝗪𝗼𝗼𝗱𝗲𝗻 𝗦𝗵𝗶𝗽𝘀

𝗟𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁à 𝗻𝗼𝗻 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗲𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹'𝗮𝗹𝗹𝗼𝗻𝘁𝗮𝗻𝗮𝗿𝘀𝗶 𝗱𝗮𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗶, 𝗺𝗮 𝗻𝗲𝗹 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿 𝘀𝗰𝗲𝗴𝗹𝗶𝗲𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗰𝗵𝗶 𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘃𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲.

Quasi sette secoli separano il sonetto «Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io» di Dante Alighieri da «Wooden Ships», composta da David Crosby, Stephen Stills e Paul Kantner nel 1968 e pubblicata nel 1969. Eppure, le due opere condividono un’immagine e un desiderio: prendere il largo, sottrarsi alle costrizioni e alle leggi del mondo e sperimentare una diversa maniera di vivere insieme.

È una parentela poetica sorprendente, che attraversa epoche, sensibilità e linguaggi lontanissimi: da un lato la Firenze medievale, dall'altro la controcultura americana degli anni Sessanta. Da un lato il sogno cortese di un piccolo gruppo di amici e delle donne amate, dall'altro la fuga da una civiltà devastata dalla violenza. Eppure, in entrambi i casi, c'è una nave. E quella nave è molto più di un mezzo di trasporto: è il simbolo di un altrove possibile.

«Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io

fossimo presi per incantamento

e messi in un vasel, ch’ad ogni vento

per mare andasse al voler vostro e mio.»

Nel sogno di Dante non conta la destinazione. Il vascello procede secondo il desiderio dei viaggiatori, protetto dalle avversità. Il viaggio è già una forma di felicità: uno spazio sottratto agli obblighi e alle interferenze della vita ordinaria. In «Wooden Ships», invece, l’orizzonte è quello di una civiltà devastata dalla guerra, con immagini che evocano una catastrofe nucleare. La nave diventa anche un’arca di salvezza. 

La nave di Dante è un sogno di felicità; quella di Crosby, Stills e Kantner è anche un'arca di salvezza. E tuttavia, entrambe custodiscono un'idea radicale: per vivere diversamente bisogna avere il coraggio di immaginare un'esistenza sottratta alle convenzioni, alle leggi e ai conflitti del proprio tempo. Quella di Dante nasce dal desiderio di felicità; quella della canzone, anche dall’urgenza di sopravvivere e ricominciare. Entrambe, però, affidano al mare la possibilità di un altrove.

Dante non vuole partire da solo: immagina con sé Guido, Lapo e le donne amate. Il suo ideale non è l’autosufficienza individuale, ma il piacere della compagnia scelta.

Anzi, «vivendo sempre in un talento,

di stare insieme crescesse ’l disio».

Il verso decisivo è quello del desiderio che cresce nello stare insieme. 

Non si tratta del dovere di appartenere, ma della gioia di condividere. Anche «Wooden Ships» può essere letta come una speranza di solidarietà fra esseri umani che, dopo la rovina delle vecchie contrapposizioni, possono incontrarsi senza riprodurle. È una lettura poetica e libertaria, non un programma politico esplicitamente enunciato dalla canzone.

La libera condivisione oltre individualismo e collettivismo

Il punto di incontro più profondo non è dunque un generico comunitarismo: è la libera condivisione. L’individuo non deve rinunciare alla propria autonomia per stare con gli altri; al contrario, può trovare nella relazione liberamente scelta un ampliamento della propria libertà.

L’individualismo, quando diventa ideale di autosufficienza, impoverisce la dimensione relazionale della vita. Il collettivismo, quando pretende di subordinare le persone alla volontà o all’identità del gruppo, rischia qualcosa di ancora più grave: trasformare la condivisione in un obbligo. Non è una questione di dimensioni. Anche un piccolo gruppo, perfino una comunità che si proclama libertaria, può produrre conformismo, gerarchie informali, pressione morale ed esclusione.

Per questo la libertà di condividere deve comprendere la libertà di non condividere, di dissentire e di allontanarsi. Una comunità è realmente libera solo se non trasforma l’appartenenza in una forma di potere sui suoi membri. Nessuno deve essere sacrificabile in nome di un astratto bene comune; nessuna identità collettiva può esaurire l’identità delle persone che vi partecipano.

Non si tratta di negare ogni accordo o responsabilità reciproca: vivere insieme implica sempre impegni e limiti negoziati. Si tratta di impedire che tali accordi diventino un’autorità permanente, indipendente dalla volontà e dalla dignità dei singoli.

L’utopia dantesca, ripeto, è un sogno cortese e circoscritto, non un progetto di emancipazione universale. La canzone appartiene invece all’immaginario della controcultura degli anni Sessanta, segnato dalla critica della guerra e dal desiderio di nuove forme di convivenza. Sarebbe anacronistico sovrapporre le due prospettive. E tuttavia entrambe suggeriscono, ciascuna a suo modo, una comunità fondata sull’affinità anziché sull’imposizione.

Rimane un’ambiguità: per vivere liberamente occorre lasciare il mondo esistente? La separazione protegge il desiderio, ma può anche trasformare la comunità felice in un’isola incapace di incidere sulla realtà. Nessuna delle due opere risolve definitivamente la questione; la loro forza sta proprio nel mantenere aperta la possibilità.

Né il vascello di Dante né le navi di legno hanno bisogno, poeticamente, di un porto definito. Il loro significato risiede nel viaggio e nella qualità dei rapporti che esso rende immaginabili. Non si imbarcano per istituire un nuovo ordine, ma per sperimentare una vita differente. La formula potrebbe essere questa: «Non voglio essere libero dagli altri, ma libero con gli altri. E non voglio che il nostro stare insieme diventi un potere su ciascuno di noi».

L’utopia, allora, non è la società perfettamente organizzata, piccola o grande che sia. È la possibilità sempre fragile e rinnovabile di relazioni libere, nelle quali la vicinanza non cancelli l’autonomia e l’autonomia non diventi solitudine. Forse la terra promessa non è un luogo da raggiungere: è il modo in cui, almeno per un tratto di mare, si riesce a navigare insieme.

domenica 18 ottobre 2026

𝗖𝗟𝗔𝗨𝗗𝗜𝗢 𝗩𝗘𝗥𝗖𝗘𝗟𝗟𝗜, 𝗜𝗟 𝗡𝗘𝗚𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗜𝗦𝗠𝗢. 𝗦𝗧𝗢𝗥𝗜𝗔 𝗗𝗜 𝗨𝗡𝗔 𝗠𝗘𝗡𝗭𝗢𝗚𝗡𝗔 (𝟮𝟬𝟭𝟯)


Ripropongo la versione riveduta e corretta di una mia recensione un po' prolissa di qualche anno fa di un saggio che ritengo oggi più che necessario alla luce non solo dell’aumento dell’antisemitismo, con aggressioni, insulti, esclusioni da esercizi commerciali, un clima che ha molte affinità con quello del 1938, ma anche di un’epoca in cui si chiedono abiure, non solo ai semplici cittadini israeliani, ma perfino agli ebrei in quanto ebrei.

Il saggio di Claudio Vercelli rappresenta un contributo importante alla comprensione del negazionismo della Shoah, un fenomeno che, lungi dall'essere confinato ai margini dell'estremismo politico, ha progressivamente ampliato la propria influenza, trovando nuovi spazi di diffusione soprattutto attraverso il web, il complottismo e la contaminazione tra ideologie apparentemente contrapposte.

Il negazionismo nasce principalmente negli ambienti dell'estrema destra antisemita, con l'obiettivo di riabilitare il nazismo attraverso la falsificazione della storia. Successivamente si diffonde anche in settori dell'estrema sinistra radicale, in ambienti politici che rifiutano la tradizionale distinzione tra destra e sinistra, in alcune componenti del cattolicesimo tradizionalista e nel fondamentalismo islamico, soprattutto attraverso la saldatura tra antisemitismo e antisionismo.

Il suo presupposto fondamentale è di natura complottista: la Shoah sarebbe una gigantesca mistificazione storica, costruita per attribuire ai nazisti crimini mai commessi, oppure enormemente esagerati. Alcuni negano direttamente lo sterminio, altri l'esistenza delle camere a gas, altri ancora riconoscono le deportazioni e le morti, ma le attribuiscono esclusivamente alle condizioni della guerra, negando qualsiasi progetto sistematico di eliminazione degli ebrei.

La strategia consiste nell'isolare particolari, enfatizzare errori marginali, ignorare prove documentali e testimonianze, per mettere in discussione l'intero impianto della ricostruzione storica. Paradossalmente, proprio il consenso storiografico sull'Olocausto viene presentato come dimostrazione dell'esistenza di una cospirazione.

Vercelli sottolinea come il negazionismo non possa essere considerato una legittima corrente storiografica alternativa. La ricerca storica procede attraverso il confronto delle fonti, il dubbio metodologico e la revisione critica delle interpretazioni. Il negazionismo, al contrario, parte da una conclusione stabilita in anticipo e seleziona esclusivamente ciò che può confermarla. Non cerca la verità: pretende di possederla già.

Da qui la sua aspirazione a presentarsi come una forma di revisionismo scientifico, rivendicando il diritto al dissenso e alla libertà di pensiero. Ma dietro questa apparente rivendicazione di autonomia intellettuale si nasconde un'operazione ideologica: screditare la Shoah, rovesciare le responsabilità storiche e trasformare i carnefici in vittime.

Uno degli aspetti più interessanti del libro riguarda proprio la capacità del negazionismo di attraversare confini politici e culturali. L'antisemitismo tradizionale dell'estrema destra può incontrare, attraverso il complottismo, alcune forme di anticapitalismo e di antimperialismo radicale. L'ebreo, o più frequentemente l'«ebreo-sionista», viene rappresentato come l'incarnazione di un potere occulto, finanziario e politico, responsabile delle ingiustizie del mondo contemporaneo.

Il vecchio mito del complotto ebraico mondiale, già presente nei famigerati Protocolli dei Savi di Sion, viene così riproposto in forme aggiornate. Il sionismo diventa la nuova manifestazione di un presunto progetto di dominio planetario, mentre Israele viene rappresentato come l'espressione collettiva delle caratteristiche negative tradizionalmente attribuite agli ebrei.

In questo passaggio assume particolare importanza il rapporto tra negazionismo e alcune declinazioni dell'antisionismo. Non si tratta, naturalmente, di identificare ogni critica al sionismo o alle politiche israeliane con l'antisemitismo, ma di riconoscere quei meccanismi attraverso i quali la critica politica si trasforma nella riproposizione di stereotipi antiebraici.

In determinati ambienti terzomondisti e dell'islamismo radicale, la Shoah viene negata, minimizzata oppure relativizzata per delegittimare le fondamenta storiche e morali dell'esistenza di Israele. Il conflitto israelo-palestinese diventa così il terreno sul quale si realizza un ulteriore capovolgimento: gli ebrei vengono rappresentati come i nuovi carnefici, mentre la memoria dello sterminio viene descritta come uno strumento di ricatto morale e di potere politico.

È quella che Vercelli interpreta anche come una competizione per lo «statuto vittimario», nella quale il riconoscimento della sofferenza di un popolo viene strumentalmente contrapposto a quello di un altro.

Un altro procedimento ricorrente è il riduzionismo comparativo: mettere sullo stesso piano, attraverso un semplice conteggio quantitativo, le vittime della Shoah e quelle complessive della Seconda guerra mondiale, per suggerire che lo sterminio degli ebrei non possieda alcuna specificità storica. Non è il confronto tra tragedie a essere illegittimo, ma il suo utilizzo per cancellare le differenti intenzionalità, responsabilità e dinamiche dei crimini.

Il negazionismo si alimenta inoltre di una concezione profondamente distorta della conoscenza. Ogni ricostruzione storica condivisa viene sospettata di essere manipolata, mentre le teorie alternative vengono considerate verità indiscutibili. Tutto può essere falsificato, tranne il complotto stesso, la cui esistenza costituisce il presupposto irrinunciabile dell'intera narrazione.

In questo senso, il negazionismo manifesta una natura culturale sostanzialmente totalitaria: non ammette realmente il dubbio, non riconosce la complessità dei processi storici e riduce la realtà a uno scontro tra una verità nascosta e un inganno universale.

La sua diffusione è favorita dalla crisi delle appartenenze ideologiche tradizionali, dalla crescita del qualunquismo e dalla formazione di ambienti politici ibridi, nei quali convergono suggestioni provenienti da destra e da sinistra. Il web amplifica enormemente queste dinamiche, offrendo alle falsificazioni una circolazione che difficilmente potrebbero ottenere nell'ambito della ricerca scientifica.

Il merito principale di Vercelli è dunque quello di mostrare come il negazionismo non sia soltanto una menzogna sul passato, ma uno strumento politico e culturale rivolto al presente. La falsificazione della Shoah serve a riabilitare ideologie criminali, alimentare l'antisemitismo, delegittimare l'identità collettiva ebraica e reinterpretare i conflitti contemporanei attraverso il paradigma della cospirazione.

Per questo non è necessario riconoscere ai negazionisti la dignità di interlocutori scientifici, ma è indispensabile studiare il negazionismo come fenomeno sociale, comprenderne i meccanismi e individuare le condizioni che ne favoriscono la diffusione.

A distanza di anni dalla pubblicazione, il libro conserva una notevole attualità. Anzi, l'espansione delle narrazioni complottiste, la radicalizzazione del dibattito pubblico e la crescente permeabilità tra estremismi ideologici rendono ancora più importante l'analisi proposta da Vercelli.

La conclusione che se ne ricava è che il negazionismo non rappresenta una forma estrema di spirito critico, ma la sua negazione. Dietro la pretesa di smascherare le menzogne della storia si nasconde la volontà di sostituire alla complessità dei fatti una visione ideologica assoluta, nella quale l'antisemitismo continua a riprodursi, adattandosi ai linguaggi e ai conflitti di ogni epoca.

domenica 11 ottobre 2026

STATO DI ECCEZIONE E UNTORI

 Quelli come me che si sono opposti allo stato d'eccezione permanente, al sacro Lockdown, per mere questioni di libertà di scelta, nel triennio pandemico, devono portare lo stigma di novax, pur non essendo novax (molti si sono anche vaccinati). Non siamo putiniani, né vannacciani, né filocinesi, né antisionisti, né complottisti, anzi siamo l'esatto contrario. Ma dobbiamo pagare lo stesso, abbiamo peccato. Non siamo degni di dialogo, non dico di comprensione, non sia mai! Al massimo siamo appena tollerati. Non siamo degni di considerazione da parte di quelli che si riempiono la bocca di libero pensiero, antiproibizionismo, di pace, inclusione, democrazia, tutela delle minoranze, che sono disposti a dialogare anche con gli islamisti. Ma con noi, no! Noi siamo gli untori della colonna infame che si sono rifiutati di piegarsi alla sacra via dello Stato e dei sacerdoti della religione scientista.

giovedì 8 ottobre 2026

𝗜𝗟 𝟳 𝗢𝗧𝗧𝗢𝗕𝗥𝗘 𝗘 𝗜𝗟 𝗥𝗢𝗩𝗘𝗦𝗖𝗜𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗠𝗘𝗠𝗢𝗥𝗜𝗔

 A tre anni dal massacro del 7 ottobre 2023, assistiamo a un fenomeno inquietante: in alcuni ambienti politici e militanti, una delle più atroci stragi di civili degli ultimi decenni viene trasformata in un simbolo di liberazione, in una ricorrenza da celebrare anziché in una tragedia da ricordare.

Quel giorno Hamas e altri gruppi armati palestinesi uccisero circa 1.200 persone, in gran parte civili, e ne rapirono 251. Nei kibbutz, nelle abitazioni e al festival musicale Nova furono assassinati uomini, donne, bambini e anziani. Le vittime non erano soltanto israeliani ebrei, ma anche cittadini arabi, lavoratori stranieri e persone di diverse nazionalità. Le indagini delle Nazioni Unite hanno inoltre raccolto elementi credibili relativi a violenze sessuali commesse durante gli attacchi.

Eppure, a distanza di tre anni, c'è chi presenta quella giornata come una tappa gloriosa della resistenza palestinese. È un rovesciamento morale che dovrebbe interrogare soprattutto quanti si richiamano ai valori dell'emancipazione, della libertà e della solidarietà internazionale.

Come si è arrivati a questa contraddizione? Una parte della sinistra radicale occidentale (sempre più contigua all’area rossobruna) sembra aver progressivamente sostituito l'universalismo dei diritti con una visione del mondo fondata sulla contrapposizione tra blocchi geopolitici. In questa prospettiva, l'identità dell'avversario finisce per determinare il giudizio morale sulle azioni: chi combatte Israele e l'Occidente può essere considerato un alleato, indipendentemente dalla propria ideologia e dai propri metodi.

È così che movimenti autoritari, teocratici e apertamente reazionari vengono talvolta presentati come soggetti di emancipazione. Il loro antisemitismo, la repressione delle donne, la persecuzione degli omosessuali e il rifiuto del pluralismo politico diventano aspetti secondari, quando non vengono completamente rimossi.

La contraddizione è particolarmente evidente quando organizzazioni che rivendicano i diritti delle donne e delle persone LGBT finiscono per giustificare, minimizzare o ignorare la natura di Hamas, un movimento che nega proprio quelle libertà che esse dichiarano di difendere.

A questa deriva ideologica si accompagna un problema di informazione. La guerra di Gaza ha mostrato quanto sia difficile distinguere tra fatti accertati, propaganda e ricostruzioni interessate. L'esplosione all'ospedale al-Ahli del 17 ottobre 2023 costituisce un esempio significativo: le prime accuse contro Israele e le cifre diffuse nell'immediatezza furono riprese da numerosi mezzi d'informazione prima che fossero disponibili verifiche indipendenti. Le successive indagini hanno messo seriamente in discussione quella ricostruzione iniziale.

Questo non significa negare l'immensa sofferenza della popolazione palestinese, né considerare inattendibile qualsiasi informazione proveniente da Gaza. Significa riconoscere che anche la propaganda è un'arma di guerra e che il dovere di verificare le fonti non può dipendere dalle proprie simpatie politiche.

C'è poi la responsabilità di Hamas nei confronti della stessa popolazione palestinese. Per anni il movimento ha investito ingenti risorse nella costruzione di una vasta infrastruttura militare sotterranea, mentre la Striscia continuava a dipendere dagli aiuti internazionali. Ha sviluppato la propria organizzazione armata all'interno di un territorio densamente popolato, esponendo ulteriormente i civili ai rischi della guerra e sottomettendoli anche a un feroce dispotismo. 

Le dichiarazioni attribuite a Yahya Sinwar, secondo cui le vittime civili costituivano sacrifici necessari alla strategia politica e militare, rivelano una concezione profondamente cinica della vita umana.

Naturalmente, tutto questo non assolve Israele dalle proprie responsabilità per le devastazioni, le morti civili e le eventuali violazioni del diritto internazionale commesse nella Striscia. Ma riconoscere quelle responsabilità non può comportare la cancellazione di quelle di Hamas.

La solidarietà con i palestinesi dovrebbe significare anche il riconoscimento del loro diritto a vivere liberi dal dominio di un'organizzazione armata che reprime duramente il dissenso e subordina la vita dei civili ai propri obiettivi politici e militari.

Un'altra contraddizione riguarda alcune iniziative occidentali di solidarietà, nelle quali la dimensione simbolica e propagandistica sembra talvolta prevalere sull'efficacia concreta degli aiuti umanitari. Quando l'obiettivo dichiarato è alleviare la sofferenza di una popolazione, occorre interrogarsi seriamente sulla disponibilità ad accettare soluzioni alternative che consentano di far arrivare gli aiuti, senza trasformare ogni iniziativa in uno scontro politico spettacolarizzato.

Ancora più preoccupante è la crescente tolleranza verso espressioni di antisemitismo e intimidazioni nei confronti degli ebrei, anche all'interno di ambienti che si proclamano antifascisti e antirazzisti. Le contestazioni rivolte ad associazioni LGBT ebraiche, come Keshet, mostrano quanto facilmente l'identità ebraica possa diventare motivo di esclusione persino negli spazi che dovrebbero rappresentare l'inclusione e la difesa delle minoranze.

Il problema di fondo è la progressiva sostituzione dei principi con le appartenenze. Non si giudicano più le azioni sulla base di criteri morali universali, ma in funzione del campo politico al quale appartiene chi le compie.

La violenza del nemico viene condannata; quella dell'alleato viene contestualizzata, relativizzata o trasformata in resistenza. Le vittime non hanno più tutte la stessa dignità. Alcune meritano solidarietà incondizionata, altre devono prima rispondere della propria nazionalità, della propria identità o delle politiche del proprio governo. È una logica incompatibile con qualsiasi autentica prospettiva libertaria ed emancipatrice.

Il 7 ottobre non può diventare una festa, perché il massacro deliberato di civili non può diventare un'impresa rivoluzionaria.

Si può denunciare l'occupazione, sostenere l'autodeterminazione palestinese, condannare le politiche israeliane e chiedere giustizia per le vittime di Gaza senza concedere alcuna legittimazione morale alle atrocità di Hamas.

Anzi, proprio chi rivendica una solidarietà fondata sui diritti universali dovrebbe essere il primo a rifiutare questa confusione.

La questione non è scegliere quale popolo meriti la nostra solidarietà, ma decidere se i principi che proclamiamo debbano valere per tutti oppure soltanto per coloro che consideriamo politicamente dalla nostra parte.

Quando la solidarietà diventa fedeltà a uno schieramento e la memoria di una strage viene trasformata in celebrazione, non siamo più davanti a una lotta per la liberazione, ma a una nuova forma di subordinazione della coscienza morale all'ideologia. Al degrado più assoluto dell'animo umano.

mercoledì 7 ottobre 2026

𝗜𝗡 𝗠𝗘𝗠𝗢𝗥𝗜𝗔 𝗗𝗘𝗟 𝗣𝗢𝗚𝗥𝗢𝗠 𝗗𝗘𝗟 𝟳 𝗢𝗧𝗧𝗢𝗕𝗥𝗘 𝟮𝟬𝟮𝟯


Il termine pogrom viene dal russo e indica la devastazione, il saccheggio, la distruzione condotta dalla folla contro una comunità ebraica, con la tolleranza, quando non la regia, dei poteri costituiti. All’alba del 7 ottobre, durante la festività ebraica di Simchat Torah, Hamas e altri gruppi armati palestinesi lanciarono migliaia di razzi dalla Striscia di Gaza e penetrarono nel territorio israeliano via terra, mare e aria, ai quali si aggiunsero successivamente anche civili provenienti da Gaza. L’attacco investì basi militari, ma anche città, kibbutz, moshav e raduni civili. La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha ricostruito un’operazione coordinata condotta in maniera organizzata.

Che il 7 ottobre 2023 sia stato definito un pogrom da chi lo ha vissuto e da molti storici non è dunque una forzatura retorica, ma il riconoscimento di una forma: uomini armati irrompono nelle case di Be’eri e di Kfar Aza, nei kibbutz del confine, tra i ragazzi del festival Nova, e uccidono, torturano, rapiscono, stuprano. Circa milleduecento morti in un giorno, in maggior parte civili, e oltre duecentocinquanta ostaggi trascinati a Gaza: la più grave strage di ebrei in un solo giorno dopo la Shoah.

In questo senso il 7 ottobre presenta una somiglianza impressionante con il modello storico del pogrom: l’irruzione nelle comunità, la caccia ai civili, famiglie sterminate nelle loro abitazioni, persone bruciate o trascinate via, cadaveri oltraggiati, ostaggi di ogni età. Per una parte consistente della società israeliana la parola non fu quindi semplicemente una metafora politica: esprimeva la sensazione che fosse improvvisamente riapparsa, dentro lo Stato nato anche per proteggere gli ebrei dalla condizione di minoranza indifesa, una forma di violenza appartenente alla memoria della diaspora. Il termine conserva, quindi, una forza interpretativa notevole se viene riferito alla forma assunta dalla violenza contro la popolazione civile, non alla natura complessiva del conflitto. Il 7 ottobre fu contemporaneamente un’operazione militare contro installazioni israeliane e un massacro deliberato di civili. La prima dimensione appartiene alla guerra; la seconda richiama inevitabilmente la storia dei pogrom.

A differenza dei pogrom del passato, che dovettero essere in buona parte ricostruiti dalle testimonianze dei sopravvissuti, il 7 ottobre fu documentato dai suoi stessi esecutori. Molti dei terroristi portavano telecamere sul petto o sul capo, e le riprese recuperate dai loro corpi mostrano la preparazione all’alba, la coordinazione dei gruppi, l’irruzione nelle case e l’intenzione di registrare tutto. A queste immagini si affiancano quelle delle telecamere di sorveglianza, delle dashcam, dei telefoni di chi cercava di fuggire o di nascondersi, che Human Rights Watch ha sottoposto a verifica indipendente, stabilendo luoghi e orari e riconoscendovi uccisioni deliberate di civili. 

La specificità dell’evento sta nella sua intenzione dichiarata. Il pogrom classico poteva indossare la maschera del disordine popolare; qui la violenza fu pianificata, addestrata, filmata con orgoglio dagli stessi esecutori e rivendicata al telefono con i genitori, mentre l’eccidio era in corso. Lo statuto del 1988 di Hamas, che attinge ai "Protocolli dei Savi di Sion" e inscrive la lotta politica in una cornice escatologica contro «gli ebrei», rende superflua ogni ricerca di moventi nascosti. Chi volesse leggervi soltanto l’esplosione di una disperazione nazionale dovrebbe spiegare perché la disperazione abbia scelto proprio quei bersagli e quei gesti, i bambini nelle stanze di sicurezza, le donne, i vecchi, e perché abbia avvertito il bisogno di documentarli.

Eppure la documentazione non ha prodotto l'indignazione che ci si sarebbe potuti attendere. Già nelle settimane successive circolarono con insistenza versioni che attribuivano la strage, in tutto o in parte, a Israele, o ne contestavano le dimensioni. Si possono riconoscere in questo i meccanismi ben noti del negazionismo. Spesso l’immagine dell’orrore non costringe a nessuna indignazione, perché chi la guarda la interpreta secondo il proprio bias cognitivo; il 7 ottobre ne ha offerto una conferma tanto più amara in quanto le immagini, qui, furono prodotte dai colpevoli. Ciò purtroppo si può osservare anche dalla reazione di una parte dell’opinione pubblica, di certi ambienti accademici e militanti occidentali.

L’antisionismo, nella sua forma di antisemitismo "rispettabile", ha dimostrato che l’ostilità verso Israele ha potuto fornire all’antico odio un lessico nuovo e un alibi morale, quello dell’anticolonialismo. Nelle ore e nei giorni che seguirono il massacro, quando i cadaveri non erano ancora stati contati, si moltiplicarono assemblee e cortei che parlavano di resistenza, e dichiarazioni che premettevano il «contesto» alla condanna, quasi che l’orrore avesse bisogno di una genealogia. Quel contesto esiste, e discuterne è legittimo: l’occupazione, l’assedio di Gaza, la politica degli insediamenti. Ma la storia è una cosa, l’assoluzione preventiva un’altra, e la differenza tra spiegare e scusare è esattamente quella che Primo Levi, nei “Sommersi e i salvati", chiedeva di non smarrire.

Né la gravità del 7 ottobre rende neutra la guerra che ne è seguita. Le decine di migliaia di morti palestinesi, la devastazione di Gaza, la catastrofe umanitaria sono fatti altrettanto reali, e pongono interrogativi di diritto e di coscienza che nessuna rivendicazione di legittima difesa può giustificare per decreto; la discussione sulla proporzionalità, sulla strategia, sul destino politico dei due popoli appartiene al dibattito di una società libera, in Israele prima ancora che altrove. I due piani non si annullano a vicenda. Riconoscere il carattere antisemita del massacro non obbliga a tacere sulla guerra, e criticare la guerra non autorizza a ridimensionare il massacro. Sarebbe invece necessario rifiutare il double standard che produce le peggiori semplificazioni e fornisce un supporto ai crimini contro l'umanità.

Il 7 ottobre ha restituito a una parte dell’Occidente, che si illudeva di aver chiuso i conti con l’odio antiebraico nel 1945 e nel “Nostra aetate" del 1965, la consapevolezza che la vicenda non era conclusa. Jules Isaac aveva lavorato tutta la vita per sradicare l’«insegnamento del disprezzo», e il suo lavoro fu in larga parte raccolto dalla Chiesa; ma il disprezzo, quando prova a perdere la sua veste teologica, non è detto che muoia, si può trasferire, assumere le forme dell’ideologia politica, e si riconosce per i suoi stereotipi ricorrenti: la colpa collettiva, la responsabilità ereditaria, il controllo del mondo, la separazione dell’ebreo dall’umanità.

Giunti al terzo anniversario ci sono ostaggi che non sono tornati a casa, famiglie private della sepoltura dei propri cari, una società israeliana lacerata, e un mondo che ha mostrato di sapere ancora, con inquietante certezza, a chi concedere la propria compassione e a chi negarla. Il compito dello storico e dello scrittore è forse questo: registrare l’evento per ciò che fu, senza ritrarsi davanti al suo orrore, rifiutare che le immagini siano lasciate a se stesse, e insieme, dall'altra parte, impedire che la sua narrazione diventi un’arma contro chi soffre.


Alcune fonti online

Domande e risposte: L'attacco a Israele del 7 ottobre 2023 da parte dei gruppi armati guidati da Hamas:

https://www.hrw.org/news/2024/07/17/questions-and-answers-hamas-led-armed-groups-october-7-2023-assault-israel

Rapporto di Human Rights Watch sui crimini del 7 ottobre: https://www.hrw.org/news/2024/07/17/october-7-crimes-against-humanity-war-crimes-hamas-led-groups 

rapporto dettagliato della Commissione d’inchiesta ONU:

https://www.un.org/unispal/document/coi-attacks-7october2023-report-10jun24/

rapporto ONU su ostaggi e detenuti:

https://www.un.org/unispal/document/report-of-the-independent-international-commission-of-inquiry-on-the-occupied-palestinian-territory-including-east-jerusalem-and-israel-11sep24/

 Corte penale internazionale: mandato contro Mohammed Deif:

https://www.icc-cpi.int/news/situation-state-palestine-icc-pre-trial-chamber-i-issues-warrant-arrest-mohammed-diab-ibrahim?utm_source=chatgpt.com

CNN, Slain Hamas militants’ body camera videos show the preparation and tactics behind their terror attack on Israel, inchiesta interattiva:

cnn.com/interactive/2023/middleeast/hamas-attack-body-cam-videos-invs-dg/

La redazione ha esaminato decine di video provenienti da telecamere di tipo GoPro recuperate dai corpi dei terroristi; Bellingcat ha datato una delle riprese, intorno alle 7.30 del mattino, dalla posizione del sole.

Human Rights Watch, Israel/Palestine: Videos of Hamas-Led Attacks Verified, 18 ottobre 2023: hrw.org/news/2023/10/18/israel/palestine-videos-hamas-led-attacks-verified

 Il Digital Investigations Lab dell’organizzazione ha verificato quattro video, tratti da dashcam e telecamere di sorveglianza, incrociando immagini satellitari, dati open source e ombre per stabilire luogo e ora delle riprese.

Sulla compilazione mostrata ai giornalisti: CBC News, resoconto della proiezione di Ottawa: cbc.ca/news/politics/israel-hamas-gaza-palestinian-1.7016989

che descrive 43 minuti di materiale, tra riprese di Hamas e immagini di sicurezza israeliane, con la morte o i resti di 138 persone; 

The Times of Israel, resoconto della proiezione per la stampa estera timesofisrael.com/idf-shows-foreign-press-raw-hamas-bodycam-videos-of-murder-torture-decapitation/

The Times of Israel, New GoPro footage shows Hamas terrorists infiltrating Israel unopposed on Oct. 7 timesofisrael.com/new-gopro-footage-shows-hamas-terrorists-infiltrating-israel-unopposed-on-oct-7/

trenta minuti di riprese delle forze Nukhba, che mostrano il superamento dei quattro livelli di barriera in circa sette minuti e mezzo.

Rapporto della Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei conflitti, Pramila Patten, 4 marzo 2024. Sintesi in NPR npr.org/2024/03/04/1235824305/israel-sexual-assault-rape-hamas-attack-un-report

e nel comunicato ONU: la missione, che per mandato non aveva natura investigativa, ha esaminato oltre 5.000 fotografie e circa 50 ore di video, trovando «motivi ragionevoli» per ritenere che violenza sessuale, compresi stupri e stupri di gruppo in almeno tre luoghi, sia stata commessa; non fu possibile incontrare alcuna sopravvissuta, e il rapporto stesso segnala le difficoltà di raccolta delle prove.

Ancora più interessante metodologicamente è:

https://www.hrw.org/news/2023/10/11/real-or-fake-verifying-video-evidence-israel-and-palestine?utm_source=chatgpt.com

Qui HRW spiega come ha distinto i filmati autentici dalla disinformazione. Gli investigatori hanno raccolto e conservato centinaia di contenuti, geolocalizzato le immagini confrontando strade, edifici e caratteristiche del terreno con fotografie satellitari e verificato cronologia e provenienza. HRW sottolinea esplicitamente che accanto a immagini autentiche circolavano anche video manipolati, immagini provenienti da altri conflitti e perfino sequenze di videogiochi.

sabato 19 settembre 2026

“𝗙𝗔𝗨𝗗𝗔” (𝟮𝟬𝟭𝟱-𝟮𝟬𝟮𝟲)


Ne consiglio caldamente la visione. È un prodotto che rende una versione diversa di quel conflitto, scevra da stereotipi e romanticismo, e spesso impietosa con tutti i protagonisti. Non esistono solo film e registi che accedono ai red carpet degli Academy Awards o di Venezia, alla faccia di quello che poi sarebbe il mainstream, secondo una visione disancorata dalla realtà, e a prescindere dal loro reale valore artistico e documentaristico, che non è mia intenzione ora mettere in discussione.

“Fauda” è una serie televisiva israeliana di spionaggio e azione, creata da Lior Raz e Avi Issacharoff, che racconta il conflitto israelo-palestinese attraverso le operazioni di un’unità israeliana specializzata nell’infiltrazione sotto copertura nei territori palestinesi. Il titolo significa in arabo «caos», termine usato anche operativamente quando una situazione sfugge al controllo.

Il protagonista, Doron Kavillio, interpretato dallo stesso Lior Raz, è un ex membro dell’unità richiamato sul campo. Le operazioni antiterrorismo costituiscono però soprattutto la struttura narrativa attraverso cui la serie esplora lealtà, vendetta, paura, appartenenza, radicalizzazione e costo umano della violenza.

Una delle caratteristiche più interessanti di Fauda è il tentativo di mostrare il conflitto da entrambi i lati. I personaggi palestinesi non sono semplicemente antagonisti funzionali alla storia: hanno famiglie, motivazioni, conflitti interni e differenti atteggiamenti politici e religiosi. Allo stesso tempo, gli agenti israeliani vengono rappresentati lontano dall'immagine dell'eroe impeccabile: mentono, sbagliano, oltrepassano limiti morali e pagano conseguenze psicologiche e familiari molto pesanti.

La serie adotta uno stile teso, realistico e quasi documentaristico, con largo uso dell'arabo e dell'ebraico, combattimenti ravvicinati e operazioni costruite più sulla tensione che sulla spettacolarità tipica delle produzioni hollywoodiane. Proprio questa ricerca di realismo è una delle ragioni del suo successo internazionale.

Va però distinta la complessità narrativa dalla neutralità politica. Fauda nasce dall'esperienza israeliana dei suoi autori - Raz stesso ha prestato servizio in un'unità sotto copertura. È quindi una serie capace di umanizzare entrambi i campi senza necessariamente collocarli in una prospettiva perfettamente simmetrica.

Nel complesso, più che una serie «sul terrorismo», Fauda può essere vista come un dramma sulla spirale della violenza: quasi ogni azione produce una reazione, ogni vendetta prepara quella successiva e la distinzione fra vita privata e guerra finisce progressivamente per dissolversi. È proprio questa dimensione, più morale e tragica che propriamente geopolitica, a renderla interessante anche per chi non cerca semplicemente una serie d'azione.

Ad oggi la serie conta cinque stagioni (le prime quattro da 12 episodi, e la quinta da 11), l'ultima delle quali è ambientata dopo il 7 ottobre 2023.

martedì 15 settembre 2026

𝗟𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗱𝗼𝗻𝗻𝗲 𝗲𝘇𝗶𝗱𝗲 - 𝗼 𝘆𝗮𝘇𝗶𝗱𝗲 - 𝗲 𝗶𝗹 "𝘀𝗮𝘁𝗮𝗻𝗶𝘀𝗺𝗼"


Mi rendo benissimo conto che molti non abbiano mai sentito nominare la storia di queste donne e del loro popolo, nonostante un premio Nobel e una risoluzione di genocidio. Gli ezidi sono un’antica comunità etnoreligiosa della Mesopotamia, concentrata soprattutto nel Sinjar, nell’Iraq settentrionale. Al centro della cosmologia ezida vi sono Dio e i sette esseri angelici, il più importante dei quali è Tawûsê Melek, l'Angelo Pavone.

Proprio questa figura è stata all'origine di una delle più tragiche deformazioni della religione ezida: Tawûsê Melek è stato identificato dagli avversari con Satana e gli ezidi sono stati perseguitati e accusati per secoli di essere «adoratori del diavolo». L'accusa è teologicamente falsa, ma ha avuto conseguenze storiche terribili. Sono stati sottoposti a campagne persecutorie almeno dal XIII secolo. Sempre la stessa storia, insomma, i fanatici rimangono tali, attraverso i secoli e in ogni luogo. Ci vuole poco a criminalizzare le minoranze. Ma mentre nei secoli passati e in alcuni luoghi, certe accuse possono essere contestualizzate, oggi qui da noi sono solo imbecillità e ignoranza.

Nella loro società tradizionale, fortemente endogamica, le donne hanno avuto un ruolo fondamentale nella continuità della famiglia, della religione e della memoria comunitaria. La donna non era semplicemente una componente della famiglia: era anche uno dei principali veicoli della continuità religiosa e comunitaria. Le donne trasmettevano lingua, pratiche domestiche, racconti, canti, ritualità e memoria familiare.

Ma questa centralità conviveva con una struttura generalmente patriarcale. I matrimoni erano tradizionalmente sottoposti a forti vincoli familiari e comunitari; la sessualità femminile era strettamente collegata all'onore familiare; il matrimonio fuori dalla comunità era considerato una rottura particolarmente grave. Questa struttura avrebbe prodotto un conflitto drammatico dopo il 2014. 

Il 3 agosto 2014 l’ISIS attaccò il Sinjar. Migliaia di uomini furono uccisi, mentre circa 6-7.000 donne e bambine vennero rapite, vendute, violentate e ridotte in schiavitù sessuale. Non si trattò semplicemente di violenze commesse nel caos della guerra: l’ISIS organizzò un vero sistema della schiavitù, cercando persino di conferirgli una giustificazione religiosa, venduti nei mercati secondo procedure di tratta pianificate a tavolino, con l'obiettivo dichiarato di distruggere la comunità attraverso le sue donne.

Nell'ottobre 2014 la sua rivista Dabiq rivendicò esplicitamente la restaurazione della schiavitù e dedicò particolare attenzione agli ezidi, classificati come politeisti e utilizzando questa classificazione per legittimare la schiavitù delle donne. Questo elemento è importante perché modifica la natura storica del crimine: lo stupro non fu soltanto uno strumento di terrore; divenne un'istituzione dello Stato islamico.

La tradizione avrebbe potuto produrre una seconda tragedia: considerare le donne violentate come contaminate o esterne alla comunità. Avvenne invece un'importante reinterpretazione comunitaria. Il significato simbolico era enorme: la violenza sessuale non avrebbe ottenuto il risultato perseguito dai carnefici, cioè espellere le vittime dal loro stesso popolo.

Nel 2015, infatti, la massima autorità religiosa ezida dichiarò che le sopravvissute restavano ezide a pieno titolo, nonostante la conversione forzata subita in cattività. Rimaneva tuttavia una questione ancora più dolorosa: i bambini nati dagli stupri. Le regole tradizionali dell'appartenenza ezida hanno reso la loro integrazione molto più problematica, provocando conflitti drammatici tra maternità individuale e norme comunitarie. È uno degli aspetti più difficili e meno conosciuti del dopo-genocidio.

Colpire le donne significava colpire la possibilità stessa degli ezidi di continuare a esistere come comunità. Ma la storia non finisce con la schiavitù. Molte sopravvissute scelsero inoltre di testimoniare pubblicamente. La più conosciuta è Nadia Murad, rapita a 21 anni, ridotta in schiavitù e poi fuggita. Nel 2018 ha ricevuto il Premio Nobel per la pace. La sua testimonianza, insieme a quella di molte altre donne, ha contribuito a trasformare un crimine che rischiava di rimanere nascosto in una questione di giustizia internazionale.

L’ISIS aveva trasformato il corpo delle donne in uno strumento per cancellare un popolo. Molte di quelle donne hanno trasformato la propria testimonianza in uno strumento per impedire che quel popolo - e ciò che gli è stato fatto - venisse dimenticato. E intanto, a più di un decennio dai fatti, quasi 2.700 persone risultano ancora disperse, verosimilmente prigioniere nelle enclave residue del califfato in Siria.

lunedì 14 settembre 2026

PACIFISMO E ANTIMPERIALISMO?

 Ci sono soggetti che nel 1938, in nome del pacifismo o dell'antimperialismo, avrebbero probabilmente guardato con indulgenza a Hitler perché era nemico dell'imperialismo britannico.

Ci furono infatti, all'epoca, diversi esempi di un antimperialismo disposto a cercare alleati tra i nemici delle potenze coloniali. Non necessariamente perché i suoi esponenti fossero nazisti, ma perché avevano già stabilito quale fosse il campo principale, se non l'unico, da condannare.

Non è necessario, infatti, sostenere esplicitamente il campo opposto: basta riservare sistematicamente la condanna morale a uno solo dei campi. 

Si crea così un'asimmetria. Le violenze del campo considerato imperialista vengono interpretate attraverso categorie morali — aggressione, colonialismo, crimini, oppressione — mentre quelle del campo avversario vengono spiegate soprattutto attraverso categorie causali — reazione, resistenza, conseguenza, contesto storico.

Nel primo caso si individua immediatamente una responsabilità; nel secondo, la spiegazione causale tende a trasformarsi in attenuazione della responsabilità. E spesso la causa viene ricondotta ancora una volta alle azioni del campo occidentale, che finisce per diventare la causa ultima alla quale ricondurre ogni conflitto.

Naturalmente le responsabilità storiche e politiche delle potenze occidentali esistono e devono essere riconosciute. Il problema nasce quando esse diventano una spiegazione universale, mentre agli altri attori viene implicitamente negata una piena autonomia politica e, con essa, una piena responsabilità per le proprie scelte.

È questa una delle degenerazioni dell'antimperialismo quando cessa di essere un principio universale e diventa una geopolitica morale a senso unico: non occorre approvare i crimini del campo avversario; è sufficiente contestualizzarli sempre, mentre quelli del proprio nemico vengono sempre condannati.

A quel punto non si giudicano più imperialismo, autoritarismo e violenza in quanto tali. Si giudica innanzitutto chi li esercita. E il principio si trasforma in appartenenza. Essere nemici di un impero non significa essere nemici dell'imperialismo.

C'è inoltre anche un paradosso in questa negazione della responsabilità autonoma degli altri attori. Nel tentativo di sottrarsi alla presunta superiorità occidentale si rischia di riprodurne una forma paternalistica: l'Occidente viene considerato pienamente capace di scegliere e dunque pienamente responsabile delle proprie azioni, mentre gli altri vengono rappresentati prevalentemente come soggetti reattivi, le cui scelte sarebbero determinate dall'imperialismo, dal colonialismo o dalle provocazioni occidentali.

Gli occidentali agiscono; gli altri reagiscono. È una forma di occidentalocentrismo rovesciato, nella quale possono mescolarsi appunto paternalismo e senso di colpa storico. L'Occidente continua a essere posto al centro della storia, soltanto con il segno morale invertito: non più origine della civiltà e del progresso, ma causa ultima dei conflitti e persino delle scelte compiute dai suoi avversari.

Riconoscere piena autonomia politica a un popolo o a un soggetto storico significa invece riconoscergli anche la piena responsabilità delle proprie scelte. Negargli sistematicamente questa responsabilità non significa necessariamente rispettarlo di più: può significare considerarlo, implicitamente, meno capace di autodeterminarsi, e quindi inferiore.

mercoledì 19 agosto 2026

𝗔𝗡𝗧𝗜𝗦𝗘𝗠𝗜𝗧𝗜𝗦𝗠𝗢 𝗧𝗥𝗔𝗦𝗩𝗘𝗥𝗦𝗔𝗟𝗘 𝗜𝗡 𝗜𝗧𝗔𝗟𝗜𝗔: 𝗜 𝗗𝗔𝗧𝗜, 𝗟𝗘 𝗠𝗔𝗦𝗖𝗛𝗘𝗥𝗘, 𝗖𝗜O' 𝗖𝗛𝗘 𝗟𝗘 𝗦𝗧𝗔𝗧𝗜𝗦𝗧𝗜𝗖𝗛𝗘 𝗡𝗢𝗡 𝗩𝗘𝗗𝗢𝗡𝗢


Il Rapporto annuale della Fondazione CDEC, presentato al Senato lo scorso marzo, ha registrato 963 episodi di antisemitismo in Italia nel 2025, contro gli 877 del 2024, i 453 del 2023 e i 241 del 2022: una crescita pressoché quadruplicata in tre anni, dal 7 ottobre 2023 in avanti, che non riguarda solo la quantità ma la gravità - le aggressioni fisiche sono aumentate più delle diffamazioni verbali. L'antisemitismo, in altre parole, non è più un fenomeno marginale né episodico nel Paese. Va detto, però, che nonostante i dati raccolti siano ampiamente indicativi del fenomeno, il CDEC li classifica sulla base della definizione operativa dell'International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), che alcuni studiosi e alcune aree politiche giudicano troppo estensiva proprio perché include forme di critica a Israele fra le manifestazioni antisemite.

Certo, è bene ricordare che la critica, anche radicale, al governo israeliano non è ovviamente antisemitismo ed è più che lecita, per chi scrive è doverosa. Tuttavia, il passaggio avviene quando «Israele», «sionisti» o «lobby sionista» assumono le funzioni che nell'antisemitismo classico avevano «gli ebrei»: potere occulto, controllo dell'informazione, avidità, crudeltà congenita, sacrificio di bambini, doppia lealtà, cospirazione mondiale. Una riattivazione, in sostanza, dei Protocolli dei Savi di Sion. È precisamente il fenomeno di trasferimento degli antichi stereotipi antiebraici su Israele rilevato dal CDEC.

Ma dire che è in aumento non basta: è anche, letteralmente, trasversale: neofascismo e neonazismo convivono con ambienti radicali di sinistra, e non solo radicali, con certo grillismo, con una parte sostanziosa della cosiddetta area del dissenso e coi circuiti islamisti. I termini-schermo come "sionista" o "ashkenazita" circolano indifferentemente in tutti questi settori, permettendo di colpire senza incorrere nell'accusa esplicita di antisemitismo, fino a sentirsi legittimati, in non pochi casi, a definire il pogrom del 7 ottobre un atto di resistenza, o, bene che vada a minimizzarne la gravità. 

Ma esiste anche un secondo tipo di maschera, diverso da quello ideologico-lessicale di certa sinistra, della destra estrema e degli ambienti islamisti. Lo hanno mostrato, quasi in contemporanea, due scandali interni al mondo della destra istituzionale italiana: la chat "Congresso FdI" in Trentino, con dirigenti locali del partito di governo autori di frasi apertamente giudeofobe, e successivamente - venuta fuori proprio in questi giorni - la chat di Futuro Nazionale, il partito di Vannacci, dove circa trecento persone si sono scambiate messaggi di nostalgia hitleriana, insulti razzisti verso arabi ed ebrei e perfino linguaggio eversivo. 

Qui l'odio non passa per alcun travestimento anti-israeliano: è giudeofobia classica, allo stato puro. La maschera, in questo caso, è istituzionale - è la facciata pubblica di rispettabilità del post-fascismo italiano, la retorica dei "conti fatti col passato", che nelle chat private si sfalda mostrando un sostrato rimasto intatto. Non è neppure un fenomeno completamente nuovo: l'inchiesta del 2024 su Gioventù Nazionale aveva già documentato discorsi razzisti e antisemiti nell'ambiente giovanile del partito. Giorgia Meloni scrisse ai dirigenti che nel partito non c'era spazio per «posizioni razziste o antisemite» né per nostalgici dei totalitarismi. Siamo quindi in presenza di tre episodi diversi, in contesti diversi, e di organizzazioni diverse, che è assai difficile liquidare come isolati.

Paradossalmente il dichiarato filoisraelismo di questa area politica non è affatto in contraddizione con l'antisemitismo tradizionale. Le due cose operano su registri distinti - l'adesione a Israele, percepito come Stato-fortezza, baluardo contro l'Islam politico, può convivere tranquillamente con la persistenza di tropi antiebraici classici riferiti non allo Stato ma all'ebreo in genere, diasporico, cosmopolita, "senza patria", specularmente simmetrica, del resto, rispetto al travestimento antisionista che maschera l'antisemitismo di segno opposto, per il quale è legittimo proclamare solidarietà universale e antirazzismo e contemporaneamente attribuire al «sionista» caratteristiche prese quasi letteralmente dall'archivio dell'antisemitismo europeo. 

I due fenomeni non sono identici ideologicamente, ma possono convergere nella riproduzione e riattivazione del paradigma antigiudaico. I 963 episodi del CDEC, nonostante la presunta estensività, sono soltanto la punta emersa dell’iceberg, filtrata attraverso segnalazioni formali. Ben altra scala, infatti, restituisce la Mappa dell'Intolleranza di Vox - Osservatorio Italiano sui Diritti, che monitora algoritmicamente il discorso d'odio su X: quasi due milioni di contenuti analizzati nel solo 2025. 

L'antisemitismo è la seconda categoria di odio rilevata, immediatamente dopo la misoginia e più che doppia rispetto a xenofobia e islamofobia. Inoltre passa dal 27% del 2024 al 29% del 2025. Il dato è più significativo di quanto sembri perché il corpus complessivo preso in considerazione è cresciuto del 35%: quindi cresce anche considerevolmente il volume assoluto dei contenuti antisemiti. Vox ha studiato per la prima volta sistematicamente la deumanizzazione. Sotto il nuovo vocabolario politico continuano ad affiorare meccanismi antichissimi: l'ebreo rappresentato come animale, essere demoniaco o alterità biologica.

La Mappa mostra che il nuovo antisemitismo non ha semplicemente sostituito quello vecchio. I due repertori sembrano sovrapporsi. Da una parte abbiamo: ebreo → israeliano → sionista → genocida/sterminatore che costituisce lo slittamento politico contemporaneo. Dall'altra sopravvive: ebreo → complotto / demonizzazione / animalizzazione / alterità biologica, che appartiene all'archivio dell'antisemitismo tradizionale. Ma la Mappa suggerisce che nella comunicazione reale i due lessici possono contaminarsi. Inoltre Vox riconosce un problema non secondario: quasi metà degli stereotipi rilevati (46,68%) è espressa indirettamente - allusioni, ironia, generalizzazioni - e persino i sistemi di IA hanno difficoltà a riconoscerla.

L’analisi semantica conferma il filo che lega tutto il discorso: il bersaglio, quindi, è sia "l'ebreo" in quanto tale, sia "l'ebreo in quanto sionista", percepito come aggressore, associato a verbi come sterminare, cacciare, ammazzare - è la prova che gran parte dell'odio sommerso, quello mai formalizzato in denuncia, transita proprio attraverso i social, ma si diffonde anche nella vita quotidiana. Senza dimenticare l'equiparazione Israele/nazismo che costituisce uno dei ponti più evidenti fra critica politica e riattivazione dell'immaginario antisemita.

Non è semplicemente dire che Israele commette crimini di guerra, conduce una politica coloniale, pratica apartheid o persino sostenere l'accusa di genocidio: sono affermazioni differenti, che vanno valutate ciascuna sulla base di definizioni e prove. L'analogia col nazismo introduce invece deliberatamente la memoria della Shoah nella rappresentazione di Israele. E da qui nasce la formula, diffusissima, del «voi che avete subito la Shoah ora fate la stessa cosa». Quel voi è decisivo. Perché diventa «voi ebrei», la responsabilità politica viene trasferita a un'intera collettività etnico-religiosa.

Ed è proprio questo che impedisce di ridurre il problema alla consueta geometria destra antisemita / sinistra antisionista. L'antisemitismo è storicamente straordinariamente adattabile. Non ha bisogno di una dottrina politica coerente. Può essere nazionalista oppure anti-imperialista; cristiano oppure islamista; razziale oppure anticapitalista; anti-israeliano oppure, paradossalmente, compatibile con il sostegno a Israele. Una struttura antisemita trasversale capace di cambiare lessico, riadattandolo, secondo l'ambiente che la ospita. Ma con confini non così definiti, con contagio sistematico a livello semantico, tra le varie aree politiche.

Il dato forse più inquietante delle chat di FdI e Futuro Nazionale è proprio questo: dimostrano che la centralità contemporanea dell'antisemitismo legato a Israele non ha sostituito l'antisemitismo classico. I due strati convivono, si sovrappongono. Il vecchio repertorio non è morto; in diversi ambienti è semplicemente diventato meno pronunciabile pubblicamente. E questo spiega bene la trasversalità: non esiste più un unico antisemitismo con un'unica casa politica; esistono linguaggi politici differenti capaci di riattivare, ciascuno a modo proprio, lo stesso deposito secolare di rappresentazioni dell'ebreo.

domenica 16 agosto 2026

UN RAZZISMO DI TIPO NUOVO

 Un razzismo di tipo nuovo è germogliato in questi tempi grami. È un razzismo che non gerarchizza più per natura biologica ma per natura culturale, e che proprio per questo può presentarsi con le insegne dell'antirazzismo e del rispetto della differenza. Il meccanismo è semplice: si sospende l'applicazione del diritto universale non perché lo si neghi in teoria, ma perché lo si subordina a una presunta autenticità collettiva del gruppo, che diventa l'unico soggetto legittimato a un giudizio morale. L'individuo - e la donna, in questo schema, è l'individuo per eccellenza sacrificato - smette di essere portatore di diritti in proprio e diventa rappresentante di una totalità culturale che va "capita" prima che giudicata. È quel tipo distorto di multiculturalismo che, per rispettare le comunità, tratta ogni persona come incarnazione di un'unica appartenenza - di norma stabilita proprio dai componenti maschili e conservatori del gruppo - e le nega così proprio la pluralità di identità e di scelte che l'universalismo dei diritti umani dovrebbe garantirle.

È di fatto la sostituzione della comprensione con la giustificazione, l'idea che il singolo torto, la singola vittima, vadano ricollocati dentro una necessità storica o collettiva superiore, che ne assorbe e ne annulla la pretesa individuale. 

Una volta, nel caso del filosovietismo occidentale, era la Storia con la maiuscola a reclamare priorità sul dolore del singolo confinato nei gulag; oggi è la Cultura, o l'Identità collettiva, a reclamare priorità sul corpo della singola donna. La struttura argomentativa - e il suo vizio - è identica: dalla spiegazione ideologica causale si fa derivare l'assoluzione morale. Il totalitarismo, prima ancora di sopprimere fisicamente l'individuo, ne distrugge lo statuto giuridico e morale di persona, rendendolo funzione di una categoria, razza, classe, e qui si potrebbe aggiungere civiltà.

Non c'è luogo comune più sciovinista del "bisogna capirli", assai insidioso perché si maschera da umiltà. La colpevolizzazione occidentale e il disprezzo coloniale sono due facce della stessa medaglia, perché entrambi negano all'altro la piena responsabilità morale - lo si assolve in anticipo esattamente come prima lo si condannava in anticipo, e in entrambi i casi gli si nega lo status di agente razionale che risponde delle proprie scelte secondo lo stesso metro con cui rispondiamo delle nostre, lo si riduce a untermensch, pur partendo da presunti presupposti “egualitari”. Aspettarsi meno da un uomo perché è "di un'altra cultura" non è rispetto, è la riedizione soft del fardello dell'uomo bianco: la convinzione implicita che quell'uomo non sia pienamente capace dell'autonomia morale che diamo per scontata in noi.

Non voglio negare con questo che esista una forma di “femminismo colonialista” che pretende di "salvare" la donna delle società “arretrate”. Ma ancora più pericoloso è l'essenzialismo culturale che relativizza la sua sottomissione, legittimandola di fatto. Entrambi tendono all'omogeneizzazione della "donna del Terzo Mondo" come categoria. Oggi, però è il secondo a essere più insidioso - quello per cui i diritti collettivi vengono prima di quelli individuali (ciò dovrebbe ricordare qualcosa) - perché è il prodotto di un caricaturale moralismo militante e mistificante tipicamente occidentale, travestito da rispetto per l'alterità e da egualitarismo favorevole all'autodeterminazione dei popoli e delle comunità.

𝗜𝗦𝗟𝗔𝗠𝗜𝗦𝗠𝗢, 𝗔𝗡𝗧𝗜𝗢𝗖𝗖𝗜𝗗𝗘𝗡𝗧𝗔𝗟𝗜𝗦𝗠𝗢 𝗲 𝗥𝗘𝗦𝗣𝗢𝗡𝗦𝗔𝗕𝗜𝗟𝗜𝗧𝗔' 𝗠𝗢𝗥𝗔𝗟𝗘

 La tendenza di una parte della cultura politica occidentale a interpretare l’islamismo radicale quasi esclusivamente come una reazione all’...