Scrivi a Cassiel

Nome

Email *

Messaggio *

mercoledì 17 maggio 2023

Speciale Progressive (un amore senza fine)

 


Storia del rock


I protagonisti 


Speciale Progressive (un amore senza fine)


["Progressive & Underground in Gran Bretagna e in Europa 1967 - 1976" (2003)

di Cesare Rizzi]


E' difficile catalogare con esattezza cosa sia o sia stato il progressive, ma alcuni aspetti che delineano con una certa sicurezza i canoni di questa musica ci sono. Innanzitutto la "progressiva" espansione della materia tipica del rock, attraverso la dilatazione di tempi e di modalità sonore. Quindi, la contaminazione con altri generi musicali: la sinfonica, il folk e il jazz. Il tutto condito da una predisposizione ad una discreta apertura mentale verso la sperimentazione.


Il pretesto di parlare di Progressive me lo offre questa interessante pubblicazione uscita venti anni fa e che fa parte di una collana dedicata ai sottogeneri del rock.

Comincerò col dire che non esiste corrente musicale all'interno del rock, a cui io sia più legato. Le motivazioni sono molteplici, a cominciare dal valore sentimentale e dalla suggestione evocativa che questa musica mi provoca pressoché da sempre. Un amore sconfinato.


Oltre ad essere divertente e piacevole (di grande formato, a colori, e con una copertina semplicemente strepitosa), un volume come questo è soprattutto molto utile. Tenta di dare una sistemazione critica e cronologica ad un genere musicale e di inquadrarlo in un determinato periodo storico. Infatti il decennio che va dal 1967 al 1976 è quello senz'altro più proficuo e prolifico dal punto di vista qualitativo. Il volume è diviso per sezioni e organizzato per schede, ognuna per artista, in ordine alfabetico, con particolare attenzione alla recensione dei singoli album. Molto bello graficamente, oltre che coloratissimo, e con la riproduzione delle copertine originali dei dischi.


La prima sezione, intitolata “I maggiori”, è dedicata appunto a quegli artisti più rappresentativi e che hanno reso famoso il Progressive. Tra questi, Genesis, King Crimson, Yes, Van Der Graaf Generator, Gentle Giant, Robert Wyatt, Caravan, Jethro Tull. La seconda, “I minori”, nella quale vengono raccolti i nomi di quei gruppi e artisti che hanno contribuito, magari oscuramente, ad arricchire la scena Prog di quegli anni. 


Particolarmente interessante la terza sezione, “Gli italiani”, nella quale appunto c'è il tentativo di inquadrare storicamente la scena italiana, che all'epoca poteva vantare capacità e preparazione musicale non inferiori alla più quotata scena britannica. Quindi a fianco di PFM, Banco, Balletto di Bronzo, Orme, Osanna, Battiato, appaiono anche nomi abbastanza sconosciuti, che magari sono vissuti quel tanto per registrare uno o due album.


L'antologia è abbastanza completa e Rizzi è sicuramente un grande conoscitore del genere. L'unico neo, che è poi il difetto di ogni dizionario o manuale musicale, è che i giudizi relativi agli album, sono strettamente soggettivi e rispecchiano ovviamente il gusto personale dell'autore. A volte anche molto discutibile, almeno per me. Resta comunque l'ottimo servizio reso al Progressive. 


Ed è a questo periodo che è limitato il mio post. Lo farò attraverso dieci schede, dedicate ad altrettanti artisti, quelli che complessivamente, a mio parere, hanno dato il contributo creativo maggiore. Non è una classifica.

Ogni scheda sarà seguita da consigli di ascolto. Sono gli album migliori secondo il mio gusto personale.

In coda indicherò album imperdibili di artisti rimasti fuori da questo elenco.


King Crimson - Più che dei King Crimson, bisognerebbe parlare di Robert Fripp. E' ovvio comunque che, pur essendoci lui dietro la sigla del Re Cremisi, la produzione a nome del solo Fripp è ben altra cosa da quella del gruppo, e sfora sicuramente i canoni del Progressive. Non si può, d'altronde, attribuire tutto il merito a Fripp, infatti, nel corso della varie trasformazioni della band, si sono alternate personalità di grande spicco, che hanno contribuito non poco all'elaborazione compositiva ed esecutiva.

I King Crimson hanno aperto, comunque sia, e in ogni fase, la strada a nuove sonorità, anticipando quasi sempre i tempi, coniugando romanticismo e sperimentazione. È incredibile, comunque, a prescindere dai contenuti, come siano sempre riusciti a mantenere un equilibrio formale unico, dosando intellettualismo e musica popolare.

Album consigliati: "In The Court Of Crimson King" (1969), "In The Wake Of Poseidon" (1970), "Lizard" (1970), "Larks' Tongues In Aspic" (1973), "Starless And Bible Black" (1973), "Red" (1974).


Robert Wyatt - Maestro e capostipite di tutta la Scuola di Canterbury, Robert Wyatt meriterebbe, solo per questo, di essere citato nel presente speciale. Al pari di Fripp, Wyatt può vantare una carriera musicale di altissimo livello e di lungo corso. Prima coi Soft Machine, poi con i Matching Mole ed infine da solo, ha sperimentato, sia con la voce che con gli arrangiamenti e le composizioni, strade sonore di grande, grandissima suggestione.

Quasi sempre partito dalla forma canzone, Wyatt è andato ben oltre, inserendo elementi folk, jazz e di musica romantica, filtrati attraverso una sensibilità delicata e raffinata, che ha trovato soprattutto nella sua voce il naturale compimento espressivo. Considerata la notevole cultura musicale, ha poi messo in piedi una molteplicità di collaborazioni e di produzioni, nelle quali, spesso, la sua presenza ha fatto la differenza.

Album consigliati: "The End Of An Ear" (1970), "Rock Bottom" (1974), "Ruth Is Stranger Than Richard" (1975).


Genesis - E' bene subito chiarire, che quando parlo di Genesis, intendo i Genesis con Peter Gabriel, e non la "Phil Collins Band", che, a parte l'ottimo "A Trick of the Tail", nel quale aleggia ancora la presenza e l'influenza del "convitato di pietra" Gabriel, il resto è abbastanza o molto dimenticabile, e pur mantenendo il nome dei Genesis, di questi gradatamente ha avuto poco o nulla in comune. 

Tra l'altro mi manterrò nel periodo indicato in premessa, quindi non entrerò nel merito di quanto è accaduto dopo. 

Ma a parte questa dovuta considerazione, i Genesis sono stati il gruppo che più di altri, all'interno di questa corrente musicale, ha riscosso un successo di notevole portata, tale da renderli una delle band più popolari nella storia del rock.

Compositori ed esecutori eccellenti, Gabriel e soci hanno incarnato il lato romantico del Progressive, consolidando l'affermazione di quel particolare filone denominato "Rock Sinfonico", influenzando una miriade di gruppi e artisti.

Album consigliati: "Trespass" (1970), "Nursery Crime" (1971), "Foxtrot" (1972), "Selling England By The Pound" (1973) e "The Lamb Lies Down On Broadway" (1974).


Van Der Graaf Generator - Mentre la fama è stata generosa con i Genesis, ben al di sopra dei loro effettivi meriti, considerata la produzione degli anni più recenti, la stessa cosa non si può dire per i Van Der Graaf Generator, rimasti sempre fuori dal mainstream, e per questo penalizzati più che ingiustamente.

Dal punto di vista musicale, la band di Peter Hammill ha molte analogie con quella di Peter Gabriel, a cominciare dal taglio romantico e sinfonico, per arrivare fino alla centralità della voce del leader.

Ma l'approccio dei Van Der Graaf è ben più radicale, fatto di sperimentazione, dissonanze e sostanziali incursioni anche nel jazz. Radicalismo sonoro che li ha condotti però ad una certa coerenza musicale.

Musicisti tecnicamente molto preparati, i Van Der Graaf, con le loro atmosfere decadenti e oscure, hanno influenzato molto anche la new wave e certo cantautorato inglese.

Album consigliati: "Aerosol Grey Machine"(1969), "The Least We Can Do Is Wave To Each Other" (1970), "H To He, Who Am The Only One" (1971), "Pawn Hearts" (1971).


Caravan - Altro gruppo che meriterebbe ben altra fama sono appunto i Caravan, la migliore espressione del filone melodico del Canterbury sound dopo il vate Robert Wyatt.

Band dall'eccellente preparazione musicale. Caratterizzazione melodica, sempre in bilico con un'impostazione colta, tra sinfonica, folk, psichedelia, pop e jazz, con evidenti suggestioni zappiane.

Nonostante la scarsa popolarità, la band canterburyana ha contribuito ad influenzare moltissimo la scena musicale progressive, consegnando almeno alla storia un paio di capolavori assolutamente geniali.

L'apice artistico i Caravan lo hanno raggiunto tra la fine degli anni sessanta e l'inizio degli anni settanta, quando nella formazione militavano i due cugini Sinclair (Richard e David), basso e tastiere, Pye Hastings, chitarra, e Richard Coughlan, batteria. Un gruppo che andrebbe attentamente rivalutato.

Album consigliati: "Caravan" (1968), "If I Could Do It All Over Again, I'd Do It All Over You" (1970), "In the Land of Grey and Pink" (1971), "Waterloo Lily" (1972), "Cunning Stunts" (1975).


Yes - Gli Yes sono stati senza alcun dubbio, per un periodo di tempo, il gruppo progressive con i migliori musicisti. Una preparazione musicale e un'energia invidiabili. La band inglese è stata anche quella che ha retto meglio la prova dei live acts, dal vivo infatti sono sempre stati una vera forza della natura.

Il loro sound era caratterizzato, nell'epoca d'oro, prevalentemente da un'impostazione sinfonica, nella quale si inserivano le incursioni dei vari strumentisti, veri e propri funamboli.

Anche per loro il momento migliore può essere circoscritto all'inizio degli anni settanta e con la formazione composta da Jon Anderson alla voce, Steve Howe alle chitarre, Rick Wakeman alle tastiere, Chris Squire al basso e Bill Bruford alla batteria.

Album consigliati: "The Yes Album" (1971), "Fragile" (1972), "Close To The Edge" (1972), "Yessongs" (1973), "Relayer" (1974).


Jethro Tull - Il folletto Jan Anderson è uno dei personaggi di maggiore spicco del rock inglese degli anni settanta. La resa scenica delle sue originali performance dal vivo e il suo flauto sono oramai diventati un simbolo non solo dei Jethro Tull, ma di buona parte del progressive rock.

I Jethro Tull sono comunque rimasti sempre un po' al confine con il territorio reale del Progressive, avendo cominciato come band fondamentalmente rock blues, con elementi di art rock.

Il primo disco, "This Was", infatti, tra l'altro un capolavoro, ha ancora poco a che fare con tale ambito, resta confinato per lo più nel rock blues e nel folk, anche se ne rende una versione molto originale. Tuttavia, in seguito la sapiente contaminazione di elementi folk, jazz, psichedelici, sinfonici, hard rock e ancora rock blues, soprattutto con la realizzazione di alcuni concept album, li inserisce a pieno titolo all'interno della musica progressive.

Un sound molto particolare distingue questa band, caratterizzato soprattutto dalla voce e dal flauto del leader, ma anche dall'ottimo livello di preparazione di tutti gli altri musicisti.

Album consigliati: "Stand Up" (1969), "Benefit" (1970), "Aqualung" (1971), "Thick As A Brick" (1972), "A Passion Play" (1973)


Banco del Mutuo Soccorso - Il "Banco" è senz'altro uno dei maggiori simboli della stagione d'oro del Progressive italiano. Un gruppo che aveva ben poco da invidiare ai suoi colleghi britannici, sia per inventiva, sia per qualità compositiva, che per esecuzione. Ben al di sopra della semplice emulazione sonora. 

Il Progressive italiano si è caratterizzato da subito per l'originalità di molte trovate musicali, legando questa esperienza soprattutto alla musica classica, alla canzone d'autore e alla musica popolare del nostro paese. 

Con il Banco del Mutuo Soccorso si arriva a livelli di eccellente profilo qualitativo, grazie soprattutto ad una varietà di elementi e alla professionalità dei membri del gruppo, a cominciare dalle capacità vocali del mai troppo compianto Francesco Di Giacomo e a quelle esecutive e compositive dei due fratelli Nocenzi. 

Bisognerà un giorno riscrivere la storia della musica italiana, riconoscendo il giusto peso ad un genere che ancor oggi resta sottovalutato e del quale i musicisti del Banco sono stati tra i primi e migliori protagonisti.

Album consigliati: "Banco del Mutuo Soccorso" (1972), "Darwin" (1972), "Io sono nato libero" (1973).


Premiata Forneria Marconi - Se c'è il Banco, c'è anche la PFM. Non è solo un luogo comune. Questi due gruppi, nel bene più che nel male, sono rimasti uniti da destini simili e paralleli. Entrambi hanno attraversato una stagione entusiasmante, entrambi hanno incarnato uno stesso genere musicale ed entrambi, in qualche modo, sono sopravvissuti a mode e tendenze.

La Premiata Forneria Marconi ha da vantare una storia blasonata. Hanno suonato sia con Battisti, che con De Andrè, per esempio. Hanno creato una scuola, copiati non solo in Italia, ma anche all'estero, dove sono diventati famosi (USA, Inghilterra e persino Giappone).

Musicisti eccezionali, soprattutto se si pensa a Franco Mussida (chitarrista), Mauro Pagani (flautista) e Flavio Premoli (tastierista). 

Album consigliati: "Storia di un minuto" (1972), "Per un amico" (1972), "L'isola di niente" (1974), "Live in USA" (1974).


Gentle Giant - I Gentle Giant sono un caso a parte. Dal punto di vista sonoro, questo gruppo è da inserire sicuramente tra i più preparati e geniali del rock progressivo. Con un amore per la raffinatezza dei suoni e per la ricerca musicale, è stato forse il gruppo più colto del Progressive inglese, subito dopo i King Crimson. Musicisti preparatissimi, a cominciare dai fondatori: i tre fratelli Shulman (Ray, Derek e Phil), si sono caratterizzati fin dal primo album per la cura maniacale delle composizioni e per la scelta della strumentazione, che andava da strumenti elettrici a quelli acustici, come il violino e lo xilofono, fino a riservare ai fiati un posto tutt'altro che secondario.

Questa estrema cura però li ha penalizzati dal punto di vista dell'immagine. Scarsamente "commestibili" per il pubblico rock, anche per quello più esigente, sono rimasti un po' ai margini della scena, anche a causa di una certa freddezza esecutiva, che se sfiorava la perfezione, li privava di quel tratto sanguigno elemento necessario per tutta la musica rock.

Album consigliati: "Gentle Giant" (1970), "Acquiring The Taste" (1971), "Three Friends" (1972), "Octopus" (1972) e "In A Glass House" (1973).


Nel terminare questo speciale, voglio però ricordare alcuni artisti che sono rimasti fuori da questa lista e che meritano più che una semplice menzione. E allora per completare la discografia, ecco ulteriori segnalazioni.


Innanzitutto, i capolavori progressive dei Pink Floyd. Come sappiamo, il periodo progressive seguì quello puramente psichedelico degli inizi, e andò avanti anche successivamente, ma con alterni risultati qualitativi.

"Atom Heart Mother" (1970), "Meddle" (1971), "The Dark Side of the Moon" (1973) e "Wish You Were Here" (1975) sono però pietre miliari.


-"Angel's Egg" (1973) dei Gong, il gruppo più creativo e trasgressivo del Progressive, fondato dal genio Daevid Allen.

-"Leg End" (1973) degli Henry Cow, ancora una creatura della Scuola di Canterbury, gruppo d'avanguardia formato dall'onnipresente Fred Frith.

-"Tarkus" e "Trilogy" (1972), secondo e quarto album del supergruppo Emerson, Lake & Palmer, manifesti del rock sinfonico basati sulle acrobazie delle tastiere e sulla geniale vena compositiva di Keith Emerson, e sull'evocativa bellissima voce di Greg Lake.

-"Third" (1970), ancora Canterbury con i Soft Machine, primo gruppo di Robert Wyatt e primo esempio di jazz rock progressivo della storia.

-"Valentyne Suite" (1969) capolavoro dei Colosseum, che contiene il brano omonimo, forse la prima suite interamente strumentale del Progressive.

-"Tubular Bells" (1973) del polistrumentista Mike Oldfield, opera straordinaria e per dei versi sconvolgente, una vera e propria sinfonia.

-"Palepoli" (1973), concept album, dedicato alla Napoli antica, degli Osanna, gruppo del flautista Elio D'Anna.

-"Sulle corde di Aries" (1973), album splendido del periodo progressive di Franco Battiato, in cui il genio siciliano miscela influenze di vario genere.

-"John Barleycorn must die" (1970), capolavoro assoluto dei Traffic, ma soprattutto del genio Stevie Winwood, un disco che ha influenzato generazioni di musicisti.

-I due capolavori da solista di Peter Hammill: "Chameleon in the Shadow of the Night" (1973) e "The Silent Corner and the Empty Stage" (1974), nei quali il cantante dà prova fino in fondo di tutta la sua capacità vocale.

-"Hatfield & The North" (1974) e "The Rotter's Club" (1974), i due gioielli degli Hatfield & The North, una diramazione più intellettuale dei Caravan, coi due fratelli Sinclair.

-"In Search of Space" (1971) e "Space Ritual" (1973), i due capolavori degli Hawkwind, nei quali le componenti underground, psichedelica e hard rock fanno la parte del leone.

-"Ys" (1972) del Balletto di Bronzo, col tripudio di tastiere del leader Gianni Leone, altro esempio di eccellente prog made in Italy.

-"Abbiamo tutti un blues da piangere" (1973) e "Genealogia" (1974). Forse sarà considerato improprio l'inserimento del Perigeo in questa lista, musicisti provenienti dal jazz, il gruppo di solito viene catalogato come jazz rock. Tuttavia, se si ascoltano attentamente questi due dischi è facile rintracciare un approccio decisamente progressive. Quindi, per quanto mi riguarda, possono essere presenti a pieno titolo in queste segnalazioni. 


E per finire una menzione a parte la merita il capolavoro progressive misconosciuto di Todd Rundgren, quel suo "Todd Rundgren's Utopia" (1974) inciso a nome dell'omonimo gruppo. Un discorso a parte, perché Todd Rundgren, un vero e proprio genio folle, rientra nel progressive solo per alcune cose, quest'album compreso; perché è l'unico americano ad essere inserito in questo post; e perché questo album è a dir poco sorprendente, un misto di prog, jazz rock, psichedelia, hard rock e deliri zappiani.

lunedì 15 maggio 2023

Philippe Pelletier "Clima, capitalismo verde e catastrofismo" (2015, 2021)

 


Consigli di lettura


Philippe Pelletier

"Clima, capitalismo verde e catastrofismo" (2015, 2021)


La truffa del Capitalismo Verde dalle magnifiche sorti e progressive è il più grande tentativo di sfruttamento, annichilimento e assoggettamento dell'umanità e della sua natura mai pensato prima dagli stessi uomini, mascherato da motivazioni ecologiche e sanitarie. Il tentativo di instaurare un regime totalitario globale, che condizionerebbe pesantemente l'intera sfera dell'esistenza umana. La sua piena realizzazione sarebbe il capolavoro assoluto delle classi dominanti. E a proposito di questo, è bene sottolineare che la transizione ecologica del capitalismo verde è del tutto incardinata nella Quarta Rivoluzione Industriale.


Questa non vuole essere esattamente una usuale recensione. Ho deciso infatti di dare più spazio alle citazioni, alcune di quelle più significative, prese da questo preziosissimo libro, scritto da un geografo e saggista francese, anarchico, e sottolineo anarchico, ripubblicato due anni fa con diverse aggiunte, ma che è uscito la prima volta nel 2015. Ne ho già parlato diverse volte in passato. Ora, merita un post più esteso. Quindi, mi scuso per la lunghezza, ma la ritengo la questione più grave che abbiamo di fronte e che siamo costretti ad affrontare.


L'analisi di Pellettier è davvero puntuale, circostanziata e documentata, si pone in decisa controtendenza rispetto al coro dei sacerdoti della scienzah e dei loro solleciti servi della carta stampata. Nel leggere il libro si ha netta la sensazione che questa analisi, non solo abbia anticipato ciò che sta accadendo, ma che sembri acquistare progressivamente maggior valore, con il succedersi degli eventi e dei passaggi verso la costruzione di un intero paradigma.

È ovvio che nei particolari andrebbe aggiornato, perché mancano gli avvenimenti successivi all'ultima edizione, e alcune questioni sono un po' accennate senza il dovuto approfondimento (piccoli peccati veniali). Tuttavia, ciò che conta è lo sguardo di insieme e la chiave di decifrazione, che sono sempre più validi.


Questo, inoltre, confermerebbe il fatto che la critica più puntuale e più completa all'esistente, viene da chi è in possesso di un punto di vista libertario e dalla parte delle classi subalterne, da chi non fa sconti a nessuno e non si lascia condizionare da simpatie ideologiche. Da chi non ripone speranze in qualsivoglia regime change, in protettori, in salvatori, in vendicatori, in guru, in uomini della provvidenza del presente e non prova nostalgia per quelli del passato.


Pelletier descrive efficacemente la cattura cognitiva del grande capitale nei confronti di presunti eretici estremisti e ambientalisti. Ne denuncia la deriva ideologica e la sottomissione agli interessi dei dominanti. Ricostruisce la storia di alcuni potenti enti sovranazionali "ecologisti" e non, e lo fa minuziosamente. Pone all'attenzione del lettore i meccanismi di propaganda e l'arma del catastrofismo usata per terrorizzare e indurre le masse ad accettare l'irreggimentazione.


Tale schiacciante egemonia culturale si è potuta realizzare, aggiungo io, anche grazie alla capacità che hanno avuto le classi dirigenti di cogliere e assorbire gli aspetti più evidenti, le debolezze, gli errori, le speranze, il "bisogno di rivoluzione", acquisendo consenso e trasformando i militanti attivisti dell'area dell'ecologismo radicale di sinistra in utili idioti, in, più o meno inconsapevoli, guardiani dell'ortodossia della transizione ecologica capitalista. Ma grazie anche al fatto che molti esponenti delle élite vengono proprio da quell'area e ne conoscono benissimo le dinamiche interne e le utopie, così come viene evidenziato pure nel libro.

Questo sta accadendo, come sappiamo bene, anche a livello sanitario (abbiamo visto di quale complicità siano stati capaci in tre anni di stato d'eccezione), nella sfera del controllo tecnologico e digitale e in quella dei diritti civili.


👇

«La questione del clima è diventata una questione politica e, per di più, una questione importante. Ecco un primo paradosso a questo riguardo: mai prima d’ora le classi dirigenti, i media e persino gli attivisti hanno parlato tanto del clima. A scuola, però, si tengono ancora poche ore di insegnamento in climatologia, una materia che, ci dicono, è invece essenziale per il futuro dell’umanità. Eppure tutti potrebbero, anzi dovrebbero, avere un minimo di conoscenze specialistiche per capire di cosa si tratta.

Evidenziamo anche un secondo paradosso: importanti convegni internazionali, titoli di testa dei giornali e dichiarazioni militanti declamano in continuazione che dobbiamo «salvare il clima», senza vedere il carattere assurdo e al tempo stesso pericoloso di una tale formula. Assurdo perché, se il clima riguarda un fenomeno fisico, come possiamo salvarlo? Possiamo ragionevolmente disquisire di come «salvare i vulcani»? Pericoloso perché, se l’essere umano può «salvare» un fenomeno fisico, ciò equivale a conferirgli un enorme potere, un potere che legittima tutti i progetti megalomani di geoingegneria. Ne consegue un terzo paradosso: la corrente ideologica e politica che pone con forza la questione climatica è proprio quella che critica il potere prometeico dell’essere umano e che oltretutto è diffidente nei confronti della tecnoscienza. Il «Salvatore» che scaturisce dal principio del «salvare» è solo uno degli aspetti di questa paradossale riabilitazione dello scientismo prometeico.»


«si dovrebbero distinguere attentamente due concetti: da un lato l’ecologia come scienza, che ha una storia, un’epistemologia e una metodologia; dall’altro l’ecologismo, o ambientalismo, una corrente di pensiero e azione che si basa più o meno su questa scienza. Non tutti gli ecologi sono ambientalisti, così come non tutti gli ambientalisti sono di fatto ecologi. La confusione tra i due termini è favorita dal vocabolario anglo-americano, il linguaggio dominante, che usa lo stesso termine, ecologist, per intendere sia ecologista, ambientalista che ecologo.

Questa confusione è particolarmente perniciosa. E non è banale dato che la rivista «The Ecologist», tradotta in diverse lingue con lo stesso titolo e fondata dal miliardario Edward «Teddy» Goldsmith (1928-2009), afferma di essere una rivista scientifica ma è in realtà estremamente militante e non presenta mai i disaccordi o le controversie che esistono tra scienziati sui vari argomenti ambientali. In realtà sostiene un dogma per fini ideologici e politici mascherandosi sotto l’aura della «verità scientifica».»


«Interpellato da un giornalista di bfm-tv sulle imponenti alluvioni verificatesi nella regione del Var lunedì 25 novembre 2019, David Cormand, segretario nazionale di Europa-Écologie les Verts dal 2016, ed eletto prima consigliere comunale, poi consigliere regionale e infine deputato europeo, offre le seguenti spiegazioni. In primo luogo, le precipitazioni sono state molto abbondanti, più elevate del solito, a causa della «moltiplicazione di eventi climatici estremi». In secondo luogo, l’eccessiva urbanizzazione e la cementificazione hanno peggiorato la situazione. Il secondo punto è vero. Ma è solo il secondo. Il primo punto è falso: persino Météo-France spiega che questa precipitazione nel Var non è eccezionale (bensì un classico fenomeno meteorologico), né superiore alla media. Ma ciò non impedisce a questo deputato ecologista europeo di dire sciocchezze, senza peraltro essere corretto dal giornalista. E così ci rifila per primo il suo falso argomento perché lo considera più importante, secondo la procedura deduttiva propria dei dogmatici e della loro strabordante ideologia (che va di pari passo con il «far paura» e il «farsi eleggere»).»


«Tutti i dogmi, tutte le Chiese, giocano sulla paura, l’angoscia, la punizione, la paralisi, la sottomissione, il controllo. Supporre che la paura sia un principio di saggezza significa ingannare se stessi e gli altri. Far leva sulla paura vuol dire invece far cadere a livelli infimi l’ambizione filosofica dell’essere umano e degradare l’emancipazione individuale e collettiva.»


«Il Club di Roma è quindi composto da una bella sfilza di leader mondiali che hanno poco a che vedere con il militante ecologista di base, amante della natura o difensore degli animali, e meno ancora con l’anarchico social-rivoluzionario. Come dichiara lo stesso Aurelio Peccei nella sua autobiografia, La qualità umana (1974), i membri del Club si considerano una nuova «casta di grandi sacerdoti». È esattamente il prototipo del «governo dei migliori» profetizzato e denunciato da Bakunin. Non occulto – non c’è bisogno di far ricorso a una teoria del complotto – ma discreto, sì. Una sorta di «collegio invisibile» presieduto da «tecnocrati», come notava già nel 1974 il politologo Harvey Simmons, secondo il quale agiva oltretutto in maniera efficace. Si può capire che degli ecologisti impegolati nelle strategie politiche e propensi a una governance mondiale possano dar credito a una simile istituzione borghese sostenuta dagli Stati. Ma è davvero sbalorditivo che rivoluzionari o libertari facciano altrettanto, senza il minimo distacco critico.

Il Club di Roma, non eletto da nessuno, funziona per cooptazione, è finanziato da imprese potenti (Fiat, Volkswagen, Ford…) – che, come tutti sanno, non sono esattamente delle organizzazioni di base con aspirazioni rivoluzionarie – ed è composto da esponenti delle classi dirigenti che hanno tutta l’attenzione dei politici. E nonostante si situi abilmente al di sopra dei partiti e delle ideologie, in realtà esso esprime una ben precisa ideologia – l’ecologismo – grazie anche al concorso di altre formazioni politiche grandi e piccine.»


«Anche Holdren è un personaggio interessante: nato nel 1944, come Schneider, dopo aver sostenuto il raffreddamento globale cambierà casacca e riconoscerà il riscaldamento globale, continuando ad accumulare posti di responsabilità scientifica. Diventerà persino il «principale consigliere scientifico e tecnologico» del presidente Obama… Ma c’è un punto su cui non cambia idea: il suo sostegno al nucleare, sia all’epoca che oggigiorno, a cui però aggiunge il supporto alle energie rinnovabili.

Sia chiaro: il problema non è che le persone o gli studiosi a volte hanno torto e cambiano idea. Anzi, è proprio la quintessenza della scienza procedere dalla verità di oggi che diventa l’errore di domani. Il problema è l’arroganza di alcuni studiosi, la difficoltà a riconoscere i propri errori, la cassa di risonanza dei media e il loro opportunismo che si combina a quello dei politici. Il problema è anche la modalità della loro retorica che coltiva, senza esitazione alcuna, la paura, l’allarmismo, il catastrofismo e l’emergenza.»


«... sono quasi tutti d’accordo nel proporre l’idea di una governance ambientale globale, e quindi di una governance «climatica».

... Questa governance globale si basa su esperti non eletti democraticamente, se non indirettamente attraverso sistemi piramidali di delega di potere, e su istituti, ong, think tank, summit internazionali ad hoc e altri protocolli. Essa non solo costituisce ciò che possiamo chiamare «ecocrazia» (o «ecoklatura», con un rimando più diretto alla nomenklatura sovietica), ma gode anche di un notevole sostegno da parte dei principali media. Questi infatti, pur non seguendo necessariamente le orme dei partiti ecologisti, sostengono le dinamiche generali del capitalismo verde, ma al tempo stesso perseguono i propri interessi imprenditoriali: sensazionalismo e catastrofismo vendono. E così si affidano di buon grado alla pretesa competenza dei loro giornalisti, che il più delle volte sono dei capaci editorialisti ma non dei rigorosi scienziati.

[È piuttosto curioso che i militanti di sinistra e gli ecologisti, spesso pronti a denunciare i media, cessino di colpo le loro critiche quando questi trattano le questioni legate all’ecologia e al clima. È come se improvvisamente questi stessi media diventassero virtuosi.]»


«Analizzare e capire perché mai un buon numero di attivisti e di persone ben intenzionate continuino a prendere per oro colato le affermazioni di leader, di autoproclamati esperti e di guru (ideologici) del clima; capire perché mai continuino a pensare, nonostante tutto, che le istituzioni preposte siano sincere, oneste e benevole, che possano far meglio e che ci si debba comunque fidare di loro, rimane una questione aperta. E richiama alla memoria quei militanti comunisti del passato che hanno continuato a negare la realtà totalitaria dei regimi marxisti-leninisti – il partito unico, il dittatore, il culto della personalità, la nomenklatura, le epurazioni, i processi, le cosiddette autocritiche, i gulag e altri abomini – rigettando tutte le testimonianze, tanto quelle di «destra» quanto quelle di «sinistra», come se questo bastasse a cancellare la realtà.

Una spiegazione possibile rimanda al bisogno di credere. Credere che debbano essere i leader, ovvero i presidenti e i governanti, gli uomini di Stato e i loro consiglieri, a darci sia la diagnosi che la soluzione, quando invece sono loro il problema. Credere è come consegnare le chiavi delle nostre catene al capo degli schiavi. E il rapporto con la scienza si rivela qui un argomento cruciale di discussione, soprattutto dopo aver visto le ricadute socio-politiche indotte dai partigiani del darwinismo sociale o del marxismo.

Ebbene sì, il tempo è instabile, mutevole, complesso, sfaccettato, vivo, libero! Per secoli, tutti i sacerdoti, i guru, i re hanno cercato di controllarlo a loro vantaggio (orologi, feste di precetto, calendari…), ma sempre invano. Lo hanno voluto travestire da divinità onnipotente, con i suoi sacerdoti, guru e profeti di sventura… E tuttavia il tempo ha continuato a metterli in difficoltà perché ha mostrato loro la realtà, quella dell’umanità e del suo ambiente in tutta la loro ricchezza. Viva dunque l’anarchia delle meteore!»


venerdì 12 maggio 2023

Margaret Atwood "Occhio di Gatto" (1988)

 


Consigli di lettura 


Margaret Atwood

"Occhio di Gatto" (1988)


E' un viaggio nella memoria quello che compie Elaine Risley, io narrante, pittrice e protagonista del romanzo della Atwood, durante la sua permanenza a Toronto, in cui ritorna dopo tanti anni, città nella quale ha trascorso infanzia e giovinezza. Ci torna in occasione di una sua mostra. Quindi oltre ad essere un viaggio nella memoria è anche in qualche modo un romanzo di formazione, un viaggio nel mondo dell'infanzia.


Tra le pieghe del racconto, prende forma una sorta di singolare seduta di autoanalisi, in cui la protagonista cerca la risposta definitiva sul suo passato. Infatti, ogni parte del libro è contrassegnata da un primo capitolo in cui Elaine si trova nel momento attuale, mentre rivive molte sensazioni di quello che era il suo mondo. Quanto questo romanzo sia frutto di ispirazione autobiografica poco importa e non è questo l'elemento che interessa di più.


La particolarità di "Occhio di Gatto" sta nel suo essere un'opera complessa e profonda, dalla non facile interpretazione, in netto contrasto con la semplicità del racconto e degli eventi, che catturano il lettore dalla prima all'ultima pagina. Ed è proprio questa semplicità di eventi chiari, netti e definiti, che paradossalmente spiazza. 


Disorienta l'originale puntigliosa e dolorosa ricostruzione di fatti, descrizione di oggetti e di persone, analisi di sensazioni e di sentimenti. Il tutto osservato attraverso il filtro metaforico dell'"occhio di gatto", una biglia di vetro colorata, mitico oggetto dell'infanzia di Elaine.


La cosa che colpisce di più è la prima parte del romanzo dedicata all'infanzia, al riemergere di situazioni che sembrano sopite e, invece, terribilmente impresse nell'animo della protagonista, talmente intense da essere queste la fonte principale di ispirazione della sua arte pittorica e della sua intera esistenza.


Elaine ci dice che il mondo dei bambini è una dimensione che a noi adulti spesso sfugge, non riusciamo sempre ad identificarci con loro e con le loro esperienze, anzi. E poco ci sono di ausilio perfino i ricordi. In linea di massima, si pensa all'universo dell'infanzia, come ad un'isola di serenità. 


Si è portati a credere che i pericoli possano venire prevalentemente dagli adulti stessi e che quindi, scongiurate violenze fisiche e psicologiche evidenti, nulla o quasi possa turbare la crescita dei bimbi. Sulle quali violenze poi si ha comunque una prospettiva falsata, tendendo ad escludere da queste le imposizioni di consuetudini o regole educative, anche le più assurde, che nella sostanza sono ugualmente piccole e grandi violenze. E ben lo sappiamo da sempre. Cosa dire delle tante paure indotte, soprattutto nel contesto scolastico e in quello familiare, in questi ultimi tre anni?


L'infanzia ha, invece, suoi codici particolari, tanto è lontana dalla razionalizzazione del mondo adulto. Si basa su eventi, fatti, cose e simboli dall'evidenza banale, ma che possono creare fratture, traumi e ripercussioni difficilmente sanabili. Quando le relazioni si limitano tra bambini, gli adulti per lo più sono assenti ed estranei. E, a meno di fatti che reputano gravi ed eclatanti, quasi si sentono esentati dal parteciparne. 


Il luogo comune "sono solo bambini", anche se pensato con il maggior affetto possibile, non tiene conto delle difficoltà di approccio tra coetanei e del fatto che se per noi sono solo bambini, i bimbi tra loro si percepiscono non solo come appartenenti all'infanzia, ma come individui completi, pari in tutti i sensi, e che riempiono buona parte del loro orizzonte e del loro spazio. Relazioni quindi che sono altamente formative, quanto e più di quelle con gli adulti.


I traumi e il rapporto con l'amica Cordelia sono le cose che delimitano le fasi di crescita di Elaine, il passaggio all'adolescenza, soprattutto, avviene con uno sbalzo e senza continuità apparente con il periodo dell'infanzia, prova ne sia la momentanea perdita di memoria sui fatti che riguardano appunto una fase importante dell'infanzia stessa, che la donna riacquisterà solo nel corso degli anni e del tutto solo alla fine, di nuovo a contatto con Toronto. 


La memoria è una cosa strana non è affatto lineare procede a sbalzi, come ci viene suggerito ad un certo punto nel romanzo. Tendiamo a volte a ricordare accadimenti lontani e a dimenticare invece i più vicini.

Altro elemento fondamentale nella lettura del romanzo è la presenza delle donne. Donne che riempiono quasi tutto il mondo di Elaine nell'infanzia, fatto salvo il rapporto con il fratello e in minor grado con il padre e con l'amico orientale del padre. 


Sono le amiche soprattutto, la madre, le madri delle amiche, le insegnanti, quelle che percepisce di più la bambina, queste figure sono totalizzanti e totalizzante è il modo in cui riempiono il suo mondo. I padri delle amiche, le altre figure maschili, appena accennate, non sono quasi mai presenti e se lo sono restano sullo sfondo, in una dimensione quasi fiabesca, perdendo di fatto di consistenza.


La scena cambia nella giovinezza e nella maturità, qui le donne tendono a ricoprire più un ruolo di sofferenti e strazianti figure. Ed è invece il maschio a colmare gli spazi vuoti, e figure maschili forti e determinate, ora non più indistinte, ma con caratteristiche peculiari nette e definite, diventano un parte consistente del mondo di Elaine.


Ma un comune denominatore lega tutte le età della nostra protagonista, cosa che lei ci ricorda più volte, che il mondo dei maschi in qualche modo le è familiare, quello femminile invece, a prescindere o meno della capacità di ricoprire il suo orizzonte non riesce a decifrarlo, la mette in imbarazzo, ne percepisce tutta la complessità, perché le appartiene ed è forse questo mondo con cui Elaine deve riconciliarsi, in special modo con il buio della sua infanzia. 


Sullo sfondo poi ci sono Toronto, la città resa inferno nelle esperienze dolorose della protagonista, il Canada, una nazione che non sembra una nazione, gli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, l'alternativismo beatnik, quello hippy e il femminismo. Ed infine il suo mondo presente, un mondo impazzito, eppure unico possibile.


Margaret Atwood è scrittrice splendida, evocativa, una delle poche grandi a cavallo dei due millenni. La sua prosa scava nelle emozioni e nella vita della protagonista, ma anche in quella di ogni persona, a prescindere dal sesso. 

Questo romanzo è anni luce lontano dai suoi capolavori distopici: "Il racconto dell'ancella", quello per cui è più conosciuta, e "L'ultimo degli uomini"; dagli altri capolavori: il thriller psicologico di ambientazione storica "L'altra Grace" e il singolare romanzo, miscuglio di generi diversi, "L'assassino cieco". 

Tuttavia, la sua prosa, il suo tocco, la sua sensibilità sono sempre inconfondibili.

martedì 9 maggio 2023

Primo Levi, "Se questo è un uomo" (1947)


 Consigli di lettura (classici)


Primo Levi, "Se questo è un uomo" (1947)


«viene in luce che esistono fra gli uomini due categorie particolarmente ben distinte: i salvati e i sommersi. Altre coppie di contrari (i buoni e i cattivi, i savi e gli stolti, i vili e i coraggiosi, i disgraziati e i fortunati) sono assai meno nette, sembrano meno congenite, e soprattutto ammettono gradazioni intermedie piú numerose e complesse…

… sono loro, i Muselmänner, i sommersi, il nerbo del campo; loro, la massa anonima, continuamente rinnovata e sempre identica, dei non-uomini che marciano e faticano in silenzio, spenta in loro la scintilla divina, già troppo vuoti per soffrire veramente. Si esita a chiamarli vivi: si esita a chiamar morte la loro morte, davanti a cui essi non temono perché sono troppo stanchi per comprenderla.

Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto, e se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero…

…Moltissime sono state le vie da noi escogitate e attuate per non morire: tante quanti sono i caratteri umani. Tutte comportano una lotta estenuante di ciascuno contro tutti, e molte una somma non piccola di aberrazioni e di compromessi. Il sopravvivere senza aver rinunciato a nulla del proprio mondo morale, a meno di potenti e diretti interventi della fortuna, non è stato concesso che a pochissimi individui superiori, della stoffa dei martiri e dei santi.»


Non credo esista testimonianza scritta più precisa e più "poetica" sull'orrore di Auschwitz del romanzo biografico di Primo Levi. 

Non è solo un viaggio di andata e ritorno dall'inferno, è la plastica ricostruzione letteraria della sofferenza, dell'assoluta mortificazione fisica e spirituale di un essere umano, l'annullamento di ogni pur minima dignità.


Nel leggere questo libro, si ha piena la dimensione che il lager è un inferno programmato fin nel più piccolo dettaglio. Una macchina del supplizio di una precisione lucidamente criminale. Nulla viene lasciato al caso, neanche le non poche infrazioni: c'è un modo di gestire e manipolare anche queste.

Le anime perse che popolano il racconto sembrano non avere più individualità, ridotte a cose che si trascinano nel fango, «vermi vuoti di anima».


Eppure, Primo Levi riesce a estrarne materia letteraria purissima. E con essa il profilo dei suoi compagni di sventura. Racconta storie, tragedie, miserie. È un inferno quasi privo di empatia e la speranza una parola senza significato. Un mondo popolato di dolorosi sogni notturni e di incubi quotidiani. Un mondo in cui ci si aggrappa a momenti di sollievo, fatti di istanti in cui per un attimo il dolore si attenua. È già molto, infatti, potere ogni tanto «essere infelici alla maniera degli uomini liberi» . 


Si ha sempre fame, una fame che consuma e che esaspera il senso del dolore. Si è partecipi di un girone infernale che si ripete quotidianamente sempre uguale a sé stesso, con minime varianti. Si prova a sperare nella malattia e nel ricovero in un ospedale che è una topaia. Ma anche il ricovero è irto di trappole imprevedibili. E all'orizzonte si profila continuamente minaccioso il "Camino" di Birkenau.


Una radicale distruzione dell'animo umano, attraverso lo snaturamento delle convenzioni e delle convinzioni. 

La bestia si nutre di sangue, di carne e di spirito. 

L'organizzazione gerarchica degli internati è la pietra angolare del lager. Tutto si regge su questo. È un meccanismo crudele fatto di vittime e aguzzini, che sono a loro volta vittime, con l'inquietante orchestra che scandisce le grottesche marce di spostamento nel campo.


L'inclemente clima invernale polacco fa il resto. Tuttavia, la fine dell'inverno è solo un'illusione, una breve pausa nell'immenso dolore della fame. 

E poi, c'è la "Buna", la grigia fabbrica, in cui sono impiegati gli schiavi e gli schiavi degli schiavi, ma anche i civili, quelli del mondo "libero" in una continua riproduzione delle gerarchie. 

La Buna è anche fonte e insieme destinazione dei loschi traffici, in cui sono coinvolti tutti, anche le SS, in una sorta di catena di commerci e punizioni.


Nel lager, ogni uomo internato è assolutamente solo, in una perenne lotta spietata contro i suoi simili, un darwinismo sociale portato alle estreme conseguenze. Se delle collaborazioni si instaurano, queste sono solo governate dalla legge della sopravvivenza e quindi, dall'opportunismo. Pronti in qualsiasi momento a disfarsi del simile che non è più utile al proprio soddisfacimento. Le eccezioni sono rarissime.


Lo scrittore analizza con spietato realismo, senza nulla concedere alla retorica dei buoni sentimenti, il meccanismo di selezione dei "prominenten", i prominenti, i funzionari del campo, i privilegiati tra gli schiavi, gli oppressi, che si trasformano in oppressori di altri oppressi. Un meccanismo che si ripete sempre nella storia a qualsiasi latitudine e in qualsiasi contesto. Quando l'oppressione supera un certo limite, il limite della sopportazione, non esiste più alcuna unione tra oppressi. Conta solo la propria sopravvivenza.


Qualche spiraglio di umanità, comunque, Primo Levi riuscì a coglierlo ancora, qualche rarissima eccezione, che gli ricordò di essere tuttavia un uomo. Anche all'inferno può accadere, perché è impossibile cancellare del tutto l'umano. Nel campo probabilmente sì, ma il campo non è fatto solo di internati. Qualcosa che poteva aiutarlo e farlo finire tra i salvati.


Il lager è stata «un'esperienza biologica e sociale» dice Primo Levi, quindi potremmo definirlo un mega laboratorio biopolitico.

Un laboratorio che fabbricava sommersi e salvati, due categorie sociali non perfettamente omogenee che comunque reagivano in maniera opposta alla prova del lager. Argomento che l'autore approfondirà molti anni dopo, nel famosissimo saggio così intitolato.


[Come degno omaggio a questo capolavoro, ho scelto l'immagine dell'edizione del 1947, che purtroppo non ho, avendone una molto successiva]

lunedì 8 maggio 2023

Charles Mingus & Eric Dolphy "At Antibes" (1960)


I Classici del Jazz

Charles Mingus & Eric Dolphy

"At Antibes" (1960)


Uno dei sodalizi più proficui della storia del jazz è stato quello tra Mingus e Dolphy, iniziato nel 1960 e terminato purtroppo nel 1964, con la prematura morte del giovane sassofonista. Quattro anni che sconvolsero il mondo del jazz fin dalle fondamenta. Tornerò comunque ad occuparmi anche separatamente di Mingus e Dolphy, con altre loro incisioni. Voglio, però, iniziare a parlarne proprio per la grande, grandissima importanza di questa registrazione.


Da più parti infatti, si tende a ritenere che furono appunto Mingus e Dolphy a far nascere il free jazz ed esattamente con questo concerto francese. Poi Coleman, nello stesso anno, diede formalmente ed ufficialmente inizio al genere con la pubblicazione dell'album omonimo. Prova ne sia anche il fatto che tra gli ospiti del "Free Jazz" colemaniano c'era lo stesso Dolphy, che suonava però il clarinetto basso.


Di solito, la paternità di "At Antibes", meraviglioso album live, viene, anche grazie alle note di copertina, attribuita al solo Mingus, ma in altre edizioni è resa maggior giustizia ad Eric Dolphy, ponendolo sullo stesso piano del contrabbassista e compositore. Credo anch'io che sia più giusta questa forma, anche perché la presenza dell'alto sassofonista non è quella di semplice collaborazione, come quella di altri rilevanti musicisti presenti nello stesso concerto.


Ora, a prescindere o meno dalla nascita del free, questo live si pone ad un chiaro punto di svolta nel jazz, quando il bop più radicale veniva ad estremizzare la sua ricerca musicale, che chiaramente faceva presupporre una nuova frontiera sonora, che di lì a poco avrebbe messo le sue radici.

In questo senso, l'apporto di Dolphy è più che fondamentale, le furiose incursioni del suo sax fanno la differenza e contribuiscono alla pari con il genio di Mingus a dare alla musica la logica evoluzione, che negli anni successivi, e sempre per merito della stessa collaborazione, si radicalizzerà ulteriormente.


Questo comunque è uno dei dischi più belli della storia del jazz. Un disco attraverso il quale si percepisce nettamente l'entusiasmo e l'energia nei quali sono coinvolti tutti i musicisti. Oltre ai due giganti, val la pena di menzionare altre presenze, a cominciare innanzitutto dal grande pianista Bud Powell, qui in grandissima forma. E poi Booker Ervin, eccellente sassofonista tenore di Mingus, che spesso e volentieri duetta con lo stesso Dolphy, provocando emozioni assai intense. E ancora l'ottimo trombettista Ted Curson, molto in sintonia con Dolphy, e il mingusiano batterista Danny Richmond.

Indispensabile.

domenica 7 maggio 2023

La fine della pandemia (?)

 


La fine della pandemia (?)


L'O.M.S., uno degli organismi assolutamente trasversali e con maggiore potere sulla Terra, per bocca del suo megadirettore galattico, ha deciso che l'emergenza pandemica è finita. Ma ha annunciato, nel contempo, il possibile arrivo di altre pandemie. Quindi, gli strumenti approntati, non vanno smantellati. Gli strumenti di oppressione e di sorveglianza. Non dobbiamo farci trovare impreparati.


Mi sembrano opportune alcune considerazioni.

Innanzitutto, che nessun merito in questo senso, se ancora vi fossero dubbi, va attribuito al governo Meloni, che si è trovato solamente al posto giusto al momento giusto, aiutato proprio per questo da manovratori esterni: si chiama dirottamento e addomesticamento del dissenso. Era una decisione già prevista in agenda.

 

Anzi, l'attuale governo, ha dato segnali di perfetta continuità con alcuni provvedimenti vergognosi sia rivolti alla scuola, sia alla sanità, che in sinergia tra loro, con opportuni combinati disposti.

L'app del greenpass è ancora attiva ed è previsto che ogni singola unità sanitaria decida autonomamente riguardo alle restrizioni con dispositivi. Addirittura, c'è chi, sull'onda dell'entusiasmo da delirio di onnipotenza, ancora richiede in maniera assolutamente arbitraria e illegittima la prova del tampone negativo. 


C'è poco da attribuirne le colpe alle greggi o al singolo kapò, chi vuole che questa situazione di confusione e di arbitrio continui è posto negli alti piani della sfera gerarchica, aiutato da sottoposti collaborazionisti, ben consapevole del funzionamento delle dinamiche di assoggettamento. Sono effetti cercati e voluti con perfetta strategia criminale. Si legga Primo Levi, a tal proposito.


Chi rimane a guardare però solo il covid e le restrizioni a esso relative, non comprende veramente ciò che sta accadendo e potrebbe ancora accadere, anche fuori dal contesto sanitario. La digitalizzazione della vita quotidiana è lo strumento opportuno per incardinare efficacemente qualsiasi innovazione di dominio e di controllo sociale.


Detto questo, è necessario evidenziare che i danni maggiori, reazioni avverse a parte, sono stati inflitti a livello culturale, non solo con l'indottrinamento degli studenti delle scuole a tutti i livelli, ma anche insinuando nella popolazione un senso diffuso di pericolo e di precarietà, con patologie mentali e sociopatie in forte crescita. Danni che potrebbero rivelarsi molto istruttivi al fine dell'implementazione della suddetta strategia.


Quelli che, per esempio, ancora oggi indossano la mascherina al chiuso, chi addirittura ancora all'aperto, la porteranno ormai per sempre, o chi ancora oggi si tampona al minimo cenno di raffreddore, continuerà probabilmente a farlo, almeno fino all'arrivo della prossima nuova emergenza sanitaria, in cui potrebbero essere inaugurate nuove forme di controllo più onnicomprensive e più sofisticate.

venerdì 5 maggio 2023

John Wyndham, "Il giorno dei trifidi" (1951) - "L'invasione dei mostri verdi" ("The Day of the Triffids"), 1962


Consigli di lettura e Cult movie


John Wyndham, "Il giorno dei trifidi" (1951)


"L'invasione dei mostri verdi" ("The Day of the Triffids"), 1962

Regia: Steve Sekely e Freddie Francis (non accreditato, le sequenze ambientate nel faro)

Con: Howard Keel, Nicole Maurey, Janette Scott, Kieron Moore


Il principale valore di questo romanzo sta nell'importanza che ha avuto nella storia della fantascienza. Un classico che ha fatto epoca, e ispirato molta della fantascienza successiva. Oltre ad aver dato vita ad un filone ben preciso del genere post apocalittico nella cultura di massa, ciò che prima era riuscito solo a Jules Verne, a H. G. Wells e a pochissimi altri.


L'io narrante svegliandosi si trova catapultato improvvisamente nella catastrofe. Una sorta di kafkiano Gregor Samsa. Un tipo di espediente che suggestiona sempre i lettori e a cui si fa ricorso spesso in letteratura. Con la differenza che nel racconto dello scrittore praghese la catastrofe riguardava il microcosmo privato, qui un mondo intero.


Ci sono due piani narrativi e due vicende che si intersecano nel romanzo, e che trovano un perfetto equilibrio, e un piano comune nel quale dispiegarsi. 

Sembra di trovarsi di fronte a qualcosa tra un thriller complottista, una distopia, un fanta-horror post-apocalittico e "Cecità" di Saramago (e non è escluso che lo scrittore portoghese non si sia ispirato anche all'idea de "Il giorno dei trifidi", quando ha scritto il suo capolavoro). 

Wyndham d'altra parte sembra essersi ispirato a sua volta a un racconto di H. G. Wells: "Nel Paese dei Ciechi", citato proprio nel romanzo.


Gli aspetti che colpiscono di più sono il ritmo senza mai un cedimento, la capacità descrittiva, la suspense e i continui colpi di scena che andranno avanti fino all'ultima pagina, tenute insieme quasi fossero parti di una sceneggiatura cinematografica. Wyndham è bravissimo nel catturare l'attenzione e stimolare l'immaginazione. Così la descrizione di una Londra in progressiva disgregazione con le sue strade deserte prende forma in maniera assai realistica.


Tuttavia, l'idea più originale del romanzo è proprio quella dei trifidi, mostri creati dall'ingegno umano, destinati a restare impressi per sempre nell'immaginario degli appassionati di fantascienza. Sono letali testimoni dell'apocalisse, orrendi esseri indifferenti a tutto, intenti solo a cercare cibo e a riprodursi. 


La domanda che aleggia continuamente nel corso della storia è: se sarà mai possibile tornare indietro, al mondo prima della catastrofe. I protagonisti, infatti, si muovono in continuazione, facendo i conti con la propria incredulità e si dividono su questo.

Due visioni e speranze, di conseguenza, entrano inizialmente in conflitto. 


C'è chi spera che il mondo non sia crollato del tutto e si possa riorganizzare su vecchie basi ma in maniera dispotica. Anche se nessuno dovrà essere escluso. 

E c'è chi pensa che il mondo di prima sia finito e che sia necessario codificare nuove abitudini e nuovi criteri morali. Tutte le consuetudini, anche le più radicate, quelle che appaiono come naturali, dovranno essere messe in discussione. 


Ma c'è anche una terza reazione che emerge, quella del tradizionalismo religioso. La chiusura all'interno delle proprie vecchie, rassicuranti regole. 

Insomma, sembrerebbe che il modo di confrontarsi con un'apocalisse catastrofica sia solo quello di un arroccamento in posizioni inconciliabili, ma che hanno in comune una concezione totalitaria della gestione del potere e dell'esistenza.


In tutti i casi, le decisioni delle élites dovrebbero diventare leggi, pena l'esclusione dalla comunità, o l'impossibilità di scegliere. Appaiono tutte così ragionevoli, che c'è poco spazio per il dubbio, solo l'io narrante ne avanza.

Un romanzo di impressionante anticipazione. E non credo ci sia da spiegare il perché.


Nel corso degli eventi, però, prevale una visione comunitaria, per la quale sembra simpatizzare lo scrittore: per alimentare la speranza in un futuro in cui l'umano possa di nuovo tornare a esistere, è necessario collaborare. 

E poi, c'è la forza dell'amore che supera ogni cosa.


Ma è anche molto più di questo. Dietro l'aspetto semplicemente avventuroso della trama, è di una complessità incredibile. Wyndham, nel mettere a confronto diversi modelli di organizzazione sociale, chiama in causa questioni politiche, filosofiche, psicologiche e sociali e le immerge nella narrazione, e spesso lo fa per mezzo dei dialoghi e con approccio satirico.


Questo tipo di narrativa non è interessante solo per il valore letterario in sé, o per la capacità di anticipazione connessa al genere fantascientifico, ma anche per il contesto in cui viveva l'autore. Offre la possibilità, nel caso di Wyndham, di farsi un'idea su come la pensasse il ceto medio inglese all'inizio degli anni cinquanta, quali paure e quali speranze avesse nel periodo appena successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Quale fosse il dibattito culturale. Quale anche la capacità di proiezione dell'immaginario nel concepire mondi futuri e altri mondi. 


Alla fama del libro contribuì molto anche l'adattamento cinematografico del 1962, che uscì in Italia col titolo di "L'invasione dei mostri verdi", un gustosissimo b-movie anni sessanta. La trama del libro è sostanzialmente stravolta, le caratteristiche dei trifidi sono diverse. Mancano dei personaggi fondamentali. E quelli che vengono mantenuti hanno caratteri diversi. I luoghi della vicenda non sono confinati alla sola Inghilterra.


La catastrofe viene attribuita a cause extraterrestri. Si diluiscono di molto gli aspetti di critica politica, sociale e filosofica, addomesticando anche le parti più inquietanti. 

Molto in sintonia con il primo adattamento de "La guerra dei mondi" e con alcune puntate di "Ai confini della realtà". 

Resta comunque l'idea di fondo, è un buon prodotto di puro divertimento, assai lontano, comunque, non solo nella trama, ma anche qualitativamente dal romanzo. 

mercoledì 3 maggio 2023

Sulla diserzione e sulla disobbedienza

 


Sulla diserzione e sulla disobbedienza


Il sistema è diventato onnipervasivo, soprattutto grazie alla digitalizzazione della vita quotidiana. E lo sarà sempre di più. Ci stanno lavorando da decenni. 

Sperare di cambiarlo dall'interno è mera illusione, così come sperare i cambiarlo con le manifestazioni di piazza. 


Tra i cosiddetti antisistema, ci sarà sempre qualcuno (a cominciare dai leader) a cui piacerà più di qualche aspetto del sistema, o cercherà di imporre un'altra visione sistemica; oppure che non riuscirà o non vorrà vedere certe implicazioni, e più che al cambiamento e alla resistenza, mirerà al cambiamento del timoniere. 

Tutto questo, dando per scontata la buona fede. 


Ci sono solo due alternative: la diserzione totale su tutto, a cominciare dalle urne, una diserzione radicale; oppure provare a sopravvivere, cercando di non farsi violentare troppo, disobbedendo laddove sarà possibile, immettendo vita tra gli interstizi del sistema. 

In entrambi i casi, è innanzitutto una rivolta dei singoli individui. Con o senza gli altri. Una rivolta in cui non si punta il dito ma dando testimonianza di sé. 

Tertium non datur. 

𝗜𝗦𝗟𝗔𝗠𝗜𝗦𝗠𝗢, 𝗔𝗡𝗧𝗜𝗢𝗖𝗖𝗜𝗗𝗘𝗡𝗧𝗔𝗟𝗜𝗦𝗠𝗢 𝗲 𝗥𝗘𝗦𝗣𝗢𝗡𝗦𝗔𝗕𝗜𝗟𝗜𝗧𝗔' 𝗠𝗢𝗥𝗔𝗟𝗘

 La tendenza di una parte della cultura politica occidentale a interpretare l’islamismo radicale quasi esclusivamente come una reazione all’...