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martedì 18 aprile 2023

Paul Auster "Nel paese delle ultime cose" (1987)

Consigli di lettura 

Paul Auster 

"Nel paese delle ultime cose" (1987)


Quale dovrebbe essere la funzione del racconto distopico?

È soltanto la forma di una rappresentazione, un modo come tanti di congegnare una narrazione? Un espediente per catturare l'attenzione del lettore, in cui far convergere le paure dell'autore, e per mezzo del quale poter suscitare quella sorta di terrore ancestrale nei lettori, col fine di lanciare un grido di angoscia, un avvertimento sul nostro futuro?


È un po' tutto questo, ma molto, ovviamente, dipende da chi scrive e da chi legge.

Non è particolarmente difficile immaginare un luogo o un tempo di un'altra dimensione sociale, fisica e morale. Il difficile sta nel farlo vivere con coerenza letteraria.


Il racconto distopico non fa necessariamente parte della fantascienza, o più semplicemente, del genere fantastico tout court. È una definizione che è una convenzione, le cui caratteristiche sfumano. Non è affatto un genere che risponde a precisi canoni. La mia passione per questa forma narrativa ha origine proprio da ciò e per le sue tante variazioni sul tema.


Ci sono autori che riescono ad andare oltre, che non restano ancorati al cliché dell'utopia al contrario. Sono prove letterarie sull'esistenza umana sottoposta a situazioni al limite. Questo romanzo tocca proprio questa particolare linea sottile che separa i generi e dà vita a qualcosa di sospeso tra due mondi. Non più una semplice distopia. Possiede, invece, più caratteristiche in comune con opere che non sono veramente tali.


Si pensi a libri come "Cecità" di José Saramago, a "La peste" di Albert Camus, a "Cuore di tenebra" di Joseph Conrad, oppure, ancora, a "Moby Dick" di Herman Melville. Siamo in un non luogo della letteratura, dove le etichette non contano, ma contano lo stato d'animo, la critica al reale e la dimensione sospesa tra incubo e sogno. Quest'opera di Paul Auster si iscrive proprio in questo particolare filone, non per analogia, ma per affinità intellettuale e per comune senso incombente di catastrofe, sia materiale che spirituale. Chi ha amato quei quattro romanzi, probabilmente amerà anche questo.


Ma attenzione. L'analogia vera e propria c'è con un'altra opera letteraria del genere, anche dal punto di vista dello sviluppo della storia: "la città" come centro, forma e luogo dell'oppressione, la preservazione della memoria e il concetto di speranza. Sto parlando di "Fahrenheit 451", del capolavoro di Ray Bradbury. Leggendo "Nel paese delle ultime cose", capirete perché.


Una donna, Anna Blume, l'io narrante del romanzo, è partita, ha attraversato il mare, sulle tracce del fratello scomparso, un giornalista che doveva scrivere un reportage su una misteriosa città in disfacimento. Un luogo post apocalittico, di cui non si conosce l'origine e che sta andando verso una indeterminata fine. 

Dove si trova la città? Che cos'è esattamente? È un luogo geografico con tutte le caratteristiche proprie di questa tipologia, o è un luogo della mente, oppure l'inferno? 


Di certo è un luogo infernale, aberrante, con molte affinità con quello dantesco, tanto da far supporre che Auster si sia innanzitutto ispirato alla Commedia dell'Alighieri, con bolge, gironi, pene, gruppi di dannati che sembrano condannarsi da soli al loro destino, in perenne lotta per la sopravvivenza, loro stessi verso il disfacimento fisico e morale. 


Un universo concentrazionario con regole ferree, un luogo abitato da ombre, da esseri umani, ridotti a zombie senzienti, vestiti di stracci, il cui assillo è solo come procurarsi il cibo. Ma abitato pure da privilegiati che come "vampiri" succhiano le energie ai più deboli. Ci sono, però, anche esistenze diverse, quasi che fossero parallele, ma moralmente estranee alle altre due, dove l'umano resiste e si è ritagliato degli spazi. 


Tuttavia, "la città" è molto, troppo simile al nostro mondo, alle periferie e ai ghetti delle nostre città per non riuscire a notarlo. È il futuro che ci attende? O è il passato già trascorso, senza che ce ne accorgessimo? Una metafora purtroppo palese, chiara di un'esistenza e di un destino che appare inevitabile. 

Un universo fondato su una feroce competitività, governato da uno spietato darwinismo sociale. 


"Nel paese delle ultime cose" sembrerebbe, quindi, in definitiva, un romanzo di anticipazione, pubblicato ben trentasei anni fa, nel 1987.

Ma non è solo questo. Partendo dalla forma: una lettera, che la donna sta scrivendo a qualcuno di cui non si conosce l'identità, un amico o un amante di vecchia data lasciato nel mondo di prima, e che prende gradatamente sempre più l'aspetto di diario, di libro, di reportage, con cui fermare e tramandare la memoria.


Nelle pieghe del romanzo si trovano altre tracce disseminate da Auster e che bisogna saper cogliere. La lotta con sé stessi, la trasformazione interiore, la trasfigurazione fisica, la perdita di identità, la cancellazione della memoria, tutto pur di adattarsi alla massa mostruosa e informe. Ma è una trasformazione apparente per Anna, che non va a compimento, così come non va a compimento per pochi altri. Anche se per restare umani bisogna desiderare e fare cose disumane, attraverso un doloroso passaggio, dopodiché l'umano torna comunque, con la solidarietà e l'empatia.


Raccontarsi è un'operazione catartica, e l'autore sembra sempre più identificarsi con l'io narrante, e anche questa a suo modo è una trasfigurazione. 

Le cose, gli oggetti informi, via, via, riacquistano forma, così come accade nel romanzo, accade per il narratore. E la quotidianità entra nello straordinario, verso il riequilibrio e, soprattutto, verso l'amore, insopprimibile fonte di resistenza e di speranza.

domenica 16 aprile 2023

SULLA MEMORIA E SULLA SPERANZA

 


SULLA MEMORIA E SULLA SPERANZA


«Non solo le cose svaniscono, ma una volta svanite, svanisce anche il loro ricordo. Nel cervello si formano delle zone d’ombra, e a meno che non si faccia uno sforzo costante per raccogliere le cose andate, esse spariscono velocemente e per sempre. Neppure io sono immune da questa malattia e senza dubbio dentro di me vi sono molti vuoti del genere. Una cosa scompare e se aspetti troppo prima di ripensarla non c’è sforzo che possa farla riapparire. Dopo tutto, la memoria non è un atto di volontà. È qualcosa che accade tuo malgrado, e quando i cambiamenti sono troppo frequenti, la mente è destinata a vacillare e le cose destinate a eclissarsi in essa…


…Tutti sono pronti all’oblio persino nelle condizioni piú favorevoli, e in un posto come questo, quando in realtà tante cose scompaiono dal mondo fisico, puoi immaginare quante ne vengano continuamente dimenticate. Alla fine, il problema non è il fatto che la gente dimentica, ma che non sempre tutti dimenticano la stessa cosa. Quel che esiste ancora nella memoria di una persona può essere irreparabilmente perduto per un’altra e questo crea difficoltà, barriere insuperabili per la comprensione reciproca…


…In effetti, ogni persona parla la propria lingua privata, e poiché gli elementi della comprensione comune diminuiscono, diventa sempre piú difficile comunicare con chiunque.»

Paul Auster, da "Nel paese delle ultime cose"


Cosa possiamo fare per arginare l'evaporazione della memoria? Ogni sforzo sembrerebbe inutile. Ognuno possiede una memoria diversa? Allora, dobbiamo conservare oggetti che ci aiutino, registrare, scrivere, annotare, fotografare, la nostra storia, e conservare gli atti di memoria altrui. I libri soprattutto.


E se non fosse possibile? Se ci fosse portato via tutto? Ognuno dovrebbe preservare dentro di sé quel che ricorda. Un libro, forse, ma soprattutto l'amore che ha provato e che ha donato… ciò che di buono possa essere tramandato, per ricostruire la memoria di tutti, il futuro e le cose che ci sono state strappate. E di conseguenza la speranza. Perché l'umano non può essere distrutto. Molti di noi hanno saputo resistere e lo hanno dimostrato. Stanno resistendo ancora, come resistevano anche prima del 2020.


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«Trasmetteremo i libri ai nostri figli, oralmente, e lasceremo ai nostri figli il compito 

di fare altrettanto coi loro discendenti. 

Naturalmente, molte cose andranno perdute, con questo sistema. Ma non puoi 

obbligare la gente ad ascoltare, se non vuole. Dovrà tuttavia venire a noi a suo tempo, chiedendosi che cosa esattamente sia accaduto e perché il mondo sia scoppiato in aria sotto il suo governo. Non può durare così.»

 

«Ma in quanti di voi altri siete?» 


«A migliaia, sulle autostrade, lungo le ferrovie abbandonate, vagabondi all'esterno, biblioteche dentro. Non è una cosa che sia stata progettata fin dal principio. Ognuno aveva un libro che voleva ricordare e che ha ricordato. Quindi, per un periodo di circa vent'anni, ci siamo incontrati, durante le nostre peregrinazioni, connettendo così la nostra amplissima ed elastica rete e gettando le basi di un piano. La cosa più importante che abbiamo dovuto piantarci duramente in testa fu che noi non contavamo, non eravamo importanti, non dovevamo considerarci e non dovevamo essere dei maestri: non dovevamo sentirci superiori a nessuno al mondo. Non siamo che sopracoperte di volumi, privi d'ogni altra importanza che non sia quella d'impedire alla polvere di seppellire i volumi…


…E quando la guerra sarà finita, uno di questi giorni, o uno di questi anni, si 

potranno riscrivere i libri, e la gente sarà chiamata, le persone verranno ad una ad una a recitare quello che sanno e noi ristamperemo ogni cosa, fino a quando le tenebre di un nuovo Medio Evo non ci costringeranno a ricominciare tutto da capo. Ma questa è la cosa meravigliosa dell'uomo: che non si scoraggia mai, l'uomo, o non si disgusta mai fino al punto di rinunciare a rifar tutto da capo, perché sa, l'uomo, quanto tutto ciò sia importante e quanto valga la pena di essere fatto.»

Ray Bradbury, da "Fahrenheit 451"


giovedì 13 aprile 2023

"Jackie Brown" (1997)

 

Cult Movie

"Jackie Brown" (1997)


regia di Quentin Tarantino

con Pam Grier, Robert Forster, Robert De Niro,

Samuel L. Jackson, Michael Keaton, Bridget Fonda.


Che un regista è un grande lo si capisce da come dirige gli attori e Tarantino è un grande maestro nel dirigerli. Non si può certo negare, però che si serva quasi sempre del meglio che offre la piazza. Il cast dei sei attori principali di questo film lo dimostra senza ombra di dubbio. Ma Quentin va oltre e anche gli attori meno noti, i comprimari, addirittura le comparse dei suoi film, fanno sempre un figurone. Insomma, come si suol dire, sarebbe capace di far recitare anche i sassi.


Tarantino appartiene a quel ristretto numero di grandi registi americani ancora in vita. Quella di "Jackie Brown" è una storia che si presta in maniera perfetta per essere modellata dalla sua arte. Il film è tratto dal bellissimo romanzo di Elmore Leonard "Punch al rum" ("Rum punch"), pubblicato per la prima volta in Italia proprio col titolo di "Jackie Brown", successivamente all'uscita del film.


Desta stupore comunque in questo film come il regista misuri assolutamente tempi, scene e dialoghi, dimostrando anche di saper girare un'opera quasi interamente priva di scene violente e anche quelle (in tutto tre) sono esenti da quello che potrebbe essere definito come "compiaciuto esibizionismo", di cui molte pellicole del cinema attuale si nutrono.


Tarantino mantiene fede alla struttura quasi da "piece" teatrale propria del romanzo, i dialoghi sono all'altezza di quelli costruiti dallo stesso Leonard e la macchina da presa segue vertiginosamente i tempi, sia lenti, che appena leggermente più veloci, degli attori.


Era una trama difficile da poter gestire, Trantino ci riesce più che egregiamente, sacrificando davvero poco alla costruzione della storia stessa. Non cambia quasi nulla, a parte il taglio di alcuni momenti e di alcuni personaggi, di cui l'economia dei tempi non avrebbe permesso l'inserimento (anche così sono circa due ore e mezza di film!).


Ma i pochissimi cambiamenti che fa sono abbastanza sostanziali: un finale diverso, e poi, soprattutto, la figura della stessa Jackie Brown, bianca e bionda nel romanzo, nera e mora nel film.

E qui bisogna soffermarsi un momentino sulla figura di Pam Grier. L'attrice è splendidamente accattivante, oltre che bravissima. 


Ed è proprio questo cambiamento che permette a Tarantino quel qualcosa in più rispetto al romanzo, non tanto in termini di trama e dialoghi, impresa assolutamente impossibile, ma nella caratterizzazione del personaggio principale, consegnandolo automaticamente e con naturalezza all'immaginario cinematografico collettivo e di conseguenza al mito.


E non finisce qui, c'è un grande De Niro, molto misurato, privo di alcuni suoi atteggiamenti gigioneschi: un Louis Gara rintronato ed alienato al punto giusto.

Samuel L. Jackson è praticamente perfetto, leggendo il romanzo non si può far altro che immaginare lui nel ruolo della cattivissima, ma simpaticissima carogna di Ordell Robbie. Jackson è un attore nato per queste parti e Tarantino è forse il regista maggiormente capace nel valorizzare il suo talento.


Robert Forster, dal canto suo, è dolce e malinconico e dà un sapore leggermente diverso al personaggio del garante cauzioni Max Cherry, finendo per stemperare positivamente quella dose di cinismo che Leonard accentua un pochettino nel suo libro.


Bravissimo Michael Keaton nella parte del poliziotto Ray Nicolet. La particolare attitudine dell'attore nel cambiare caratteristiche dei personaggi all'interno di uno stesso film, gli permette di dare un'interpretazione singolare di questo personaggio: apparentemente un po' fuori di testa all'inizio, si trasforma gradatamente in una maschera profonda e triste, per arrivare alle acute osservazioni verso il finale del film.


Sensualissima Bridget Fonda. È lei Melanie, l'amante biondissima di Ordell. Riesce a rendere felicemente il personaggio di bambolona strafatta, senza mai eccedere e con una punta di veleno offerta nella giusta dose.

mercoledì 12 aprile 2023

Soli nelle spire del Leviatano


Soli nelle spire del Leviatano

La continua immissione di notizie e notiziole nella sfera dell'informazione, atte a creare sensazionalismo, da parte degli organi mainstream e di una parte dei canali della controinformazione, in buona fede o meno, che in questo fanno palesemente il gioco del divide et impera, al netto di chi campa di like e di visualizzazioni e delle demenzialità e dell'opportunismo di piccoli guru da social, sta di fatto determinando due prevedibili conseguenze nella già disastrata area del dissenso (sto schematizzando, lo so, e sono consapevole che i confini sono più labili, ma a volte è utile schematizzare):


  1. Un'irrefrenabile polarizzazione verso la narrazione woke di integralismo progressista da una parte, e verso quella reazionaria di integralismo tradizionalista dall'altra, ovverosia le due facce della stessa medaglia, in una sorta di duopolio della propaganda. La manipolazione è assolutamente pervasiva.

Con l'aggravante di far sentire tutti sull'orlo dell'apocalisse identitaria.


  1. L'isolamento sempre maggiore di un'area non ben definita, critica e libertaria, che rifiuta entrambe le narrazioni, il più delle volte non si fa manipolare dalla propaganda, denuncia il rischio totalitario insito nelle due ideologie e che di solito si sforza per non essere ridotta a pedina in una farsa e in un gioco delle parti ben orchestrato, ma anche facilmente individuabile.


Quest'area è sempre più esigua, perché quando si ode lo stridore delle armi, e si è chiamati ad una presunta battaglia, la maggior parte delle persone tende a schierarsi. 

Inoltre, alla narrazione tradizionalista stanno gradatamente aderendo anche molte componenti pseudo libertarie, ma che tradiscono in realtà una loro intrinseca natura autoritaria, a poco servono i vari distinguo, vere e proprie patetiche arrampicate sugli specchi.


Ma il problema non è solo questo.

Per sua natura, l'area libertaria è molto composita, la provenienza culturale è diversa. E se questo in linea di massima può essere un bene, in pratica, la mancanza di una sensibilità comune, di un autentico fraternizzare, porta al disagio, a un senso di vertigine, alla rassegnazione, alla creazione di micro conflitti sull'uso del lessico, sul cercare il pelo nell'uovo, sulle scelte in materia di fede. 

Inoltre, è ancora affetta da una certa subalternità alle visioni ideologiche e culturali novecentesche. E nonostante le intenzioni, tra l'altro, rischia di essere fragile preda di singole suggestioni da parte della propaganda.


Una soluzione immediata non esiste, ma un primo passo potrebbe essere la consapevolezza culturale di un'appartenenza, anche se libera e senza vincoli, che conduca, pur preservando le differenze, ad una maggiore comunicazione tra le diverse anime e i diversi individui, e che porti al riconoscimento reciproco, combattendo tentazioni narcisistiche ed egemoniche. 

Disertare dalla farsa sarebbe poi essenziale.


Perché ora sappiamo che potremmo essere soli nelle prossime dichiarate emergenze, in quelle già esistenti, siano esse a base sanitaria, ecologica, sociale, o etica. Viviamo in uno Stato d'eccezione permanente, in cui le emergenze si susseguono senza posa, anche quelle create ad arte dall'informazione. 

E ognuno di noi ha bisogno di solidarietà e vicinanza.


martedì 11 aprile 2023

Jeffrey Ford "Il ritratto di Mrs Charbuque" (2002)

Consigli di lettura

Jeffrey Ford

"Il ritratto di Mrs Charbuque" (2002)


Jeffrey Ford, nella breve postfazione al romanzo, ci tiene a precisare che non era sua intenzione scrivere un romanzo storico, perché il suo libro, in definitiva, non doveva avere la presunzione del rispetto di alcuni canoni di precisione e correttezza, relativi a questo tipo di romanzi, in quanto opera di assoluta fantasia.

Quindi, ne dovremmo dedurre che l'ambientazione ottocentesca di "Il ritratto di Mrs Charbuque" sarebbe poco più che un pretesto per raccontare una storia di misteri.


Ho la sensazione che Ford pecchi di eccessiva modestia, perchè la prima impressione, che si trae leggendo questo splendido romanzo, è quella che l'inquadramento storico è non solo essenziale, ma è trattato con un'accuratezza e una verosimiglianza rare. Guardiamo il linguaggio usato, per esempio, è di un'eleganza stilistica notevole e molto prossima ai classici della narrativa del XIX secolo.


Non credo che tutto ciò sia un caso, come non credo che possano questi pregi essere espunti facilmente dal resto della narrazione, e che questa li possa minimamente prescindere.

Ovviamente, non penso che lo scrittore intendesse questo, ma la sottovalutazione delle proprie capacità di documentazione storica, oltre ad essere ingenerosa, potrebbe condurre il lettore di molto fuori strada.


Precisato questo, è naturale che questo romanzo si rivela soprattutto come una grande storia di mistero, di "fantasia", e soprattutto di "desiderio".

Più sopra, ho usato il plurale, in quanto l'intersecarsi di più livelli di lettura, fa emergere una quantità di misteri diversi e non tutti sullo stesso piano narrativo.

Il gioco della pittura in questo contesto ne porta alla luce e contemporaneamente ne nasconde altri, proprio in considerazione della natura "visiva" cui ruota attorno tutta la vicenda.


Sono gli occhi i protagonisti principali, anche se attori un pò "occulti" rispetto alla scena dominante.

Di conseguenza, dal gioco centrale, che ruota attorno al mistero di una donna che vuole sia fatto un suo ritratto, senza che il pittore la veda mai, derivano altri misteri più o meno logici, che lo scrittore dipana con un crescendo magistrale e che seducono il lettore, allo stesso modo con cui il ritrattista viene sedotto dal mistero che ha davanti.


L'incedere esplicitamente hitchcockiano della storia, contribuisce a conferire al tutto quel sapore cinematografico che si va ad aggiungere alla natura "visiva" di cui parlavo prima. Gli occhi, senza svelare molto della trama, non sono solo "testimoni", ma anche gli attori principali attraverso i quali la vita e la morte fluiscono in una sorta di danza macabra.


Questo crescendo poi si tinge cupamente di una valenza erotica di alta intensità simbolica. Il mistero è la donna che non si riesce a svelare e che, attraverso i propri racconti, rende ancor più immaginifica e mitica ogni sua esperienza.

Ma il mistero ultimo è la sessualità maschile che si nutre imprescindibilmente di esteriorità, di bellezza fisica e che per questo arriva al parossismo, quando questa bellezza viene occultata e gli occhi non possono beverne l'essenza. Nel maschio pittore questo desiderio di svelamento può portare anche al prosciugarsi di ogni fantasia e creatività, se non all'auto distruzione.


Un romanzo costruito come un thriller e con dei dialoghi incredibilmente belli che hanno la capacità di rendere reale qualsiasi situazione e qualsiasi sensazione. Un intreccio senza un cedimento, anche di fronte ad un finale che può apparire per dei versi con qualche incongruenza e forse un pò frettoloso. Ma non è così, il colpo di scena che conclude e chiude il cerchio è talmente ben congeniato da non lasciare alcun dubbio: "Il ritratto di Mrs Charbuque" è un dei rari capolavori della letteratura mystery di inizio millennio.

sabato 8 aprile 2023

Miles Davis "Bitches Brew" (1969)

 


Storia della musica

Miles Davis

"Bitches Brew" (1969)


È corretto inserire quest'album di Miles Davis in un'ipotetica storia del rock? Assolutamente si. L'opera in questione è di quelle che si iscrive di fatto, come una delle imprescindibilmente fondamentali nella storia della musica del novecento. Ha cambiato il corso di ben due generi musicali, strutturandone un terzo ex novo: il jazz rock, e dando vita ad una nuova etichetta: il "fusion". Anche se formalmente non è il primissimo album di jazz rock della storia, ma è quello che ne ha determinato con più precisione i canoni.


E' innegabile che questo progetto nasce tutto all'interno del mondo del jazz e ha avuto diversi anni di gestazione, in cui il genio di Miles Davis ha operato una progressiva mutazione della sua musica fino a giungere al punto di svolta definitivo con questo disco.


Nel rock, nel frattempo, c'erano già stati tentativi di fusione con suggestioni jazz. Molti artisti, tra i quali Frank Zappa, soprattutto con i suoi album "Uncle Meat" e "Hot Rats", avevano operato incursioni concrete in questo genere musicale. Lo stesso Zappa qualche anno dopo darà alle stampe "The Grand Wazoo", la sua opera più apertamente jazz, che molto deve anche alle sperimentazioni davisiane.


Ma mai era avvenuto che musicisti provenienti dal jazz provassero a contaminare la loro musica così apertamente con il rock. Questa cosa destò scandalo nel mondo ortodosso dei puristi del genere e ci sono voluti decenni per farla digerire, e non proprio del tutto.


Tutto ciò generò un sensibile cambiamento di rotta. Nel rock, vennero realizzati quasi immediatamente tutta una serie di esperimenti chiaramente ispirati alla musica del grande trombettista. Basti pensare al terzo album dei Soft Machine, che uscì pochi mesi dopo, e a diverse esperienze sonore della Scuola di Canterbury. Oppure a una parte dell'area progressive.


Nel jazz le cose si rivelarono un pò più complicate: chi seguì apertamente le orme di "Bitches Brew" , si pose automaticamente fuori dal genere, creando quell'ibrido che, appunto, riconosciamo nel nome di jazz rock. Questo fu il destino di molti dei musicisti che accompagnarono Davis in quell'esperienza. Joe Zawinul, pianoforte, e Wayne Shorter, sax soprano, andarono di lì a poco a formare i Weather Report, che negli anni a seguire diverranno formazione di punta del jazz rock.


John McLaughlin, chitarra elettrica, stravolgerà le scene musicali con l'esperienza di assoluta avanguardia sonora, costituita dalla sua Mahavishnu Orchestra. Chick Corea, pianoforte, in bilico sempre tra tradizione ed innovazione, formerà un gruppo jazz rock tra i più scatenati: i Return to Forever.


Il resto del jazz continuò imperterrito ad assistere tra lo sgomento, l'interressato e l'indifferente. Ma nel corso degli anni le cose mutarono e da un pò di tempo a questa parte si assiste forse ad una resa del canone. Le cose non sono più così rigide e esperimenti sonori eterodossi fanno parte integrante oramai da anni della musica jazz.


Ma per tornare al disco in questione, nel riascoltarlo oggi, pur conservando la sua incredibile carica innovativa e tutta la sua genialità, non possiamo fare a meno di constatare che quest'opera non si discostava poi molto dal genere che l'aveva partorita. La struttura era tipicamente jazzistica, anche se molte influenze la venivano a scuotere nelle fondamenta. 


L'apporto del rock era, più estetico che sostanziale, di approccio ad una materia meno rigidamente incanalata, con spazi riservati oltre che al rock, alla musica etnica e alla sperimentazione. I musicisti che affiancavano Miles Davis erano quanto di meglio poteva offrire un certo panorama. Oltre a quelli già citati, troviamo, tra gli altri: Jack DeJohnette alla batteria e Dave Holland al basso.


L'album originariamente doppio, contiene sei brani per lo più molto lunghi, quattro portano la firma di Miles Davis e due quella rispettiva di Joe Zawinul e Wayne Shorter, ad ulteriore conferma di quanto peserà questa esperienza sonora nella vita artistica dei Weather Report.

mercoledì 5 aprile 2023

Citazione di Paul Auster

 


«L'influenza più grande sulle mie opere sono state le fiabe, [ovvero] la tradizione orale del racconto. I Fratelli Grimm, Le mille e una notte - il tipo di storie che si leggono ad alta voce ai bambini. Si tratta di narrazioni spoglie, scarne, narrazioni in gran parte prive di dettagli, tuttavia enormi quantità di informazioni vengono trasmesse in uno spazio molto breve, con pochissime parole. Quel che le fiabe dimostrano, credo, è che è il lettore - o l'ascoltatore - che in realtà racconta la storia a sé stesso. Il testo non è altro che un trampolino di lancio per l'immaginazione. 'C'era una volta una ragazza che viveva con la madre in una casa ai margini di un grande bosco'. Tu non sai come possa essere la ragazza [e a chi possa assomigliare], non sai di che colore è la casa, non sai se la madre è alta o bassa, grassa o magra, non sai quasi nulla. Ma la mente non permetterà che queste questioni restino senza risposta; riempie nei dettagli sé stessa, crea immagini basate sulle proprie memorie ed esperienze - questo è il motivo per cui le storie risuonano così profondamente dentro di noi. L'ascoltatore diventa attivamente partecipe della storia.»

(Paul Auster)

[Nell'immagine: particolare del "Trittico del Giardino delle Delizie", ("Il Giardino dei Sogni") di Hieronymus Bosch, (1503-1515)]

lunedì 3 aprile 2023

In memoria di Ryūichi Sakamoto


In memoria di Ryūichi Sakamoto.

Non è stato solo un grande musicista e compositore, ma anche un ottimo attore. 

Io, dovendo scegliere, lo voglio ricordare così, accanto al Duca Bianco, interpreti bravissimi e bellissimi di "Furyo", capolavoro di Nagisa Ōshima.

Un film sulla crudeltà della guerra e del militarismo, ma anche sull'incontenibilità dei sentimenti, espressi o meno, e che riescono a piegare qualsiasi tabù e divieto.

Tutto questo, anche se significativo di per sé, ha, però, soprattutto la funzione di pretesto per mettere in scena un altro tipo di conflitto. 

La rappresentazione dell'apparente insanabile incomprensione, a prescindere dalla guerra, tra la cultura orientale e la visione occidentale, colte però in due particolari contesti: giapponese e anglofono, ma che Ōshima rende con grande acume e  sensibilità. E che, tuttavia idealmente, in un altro luogo e in un altro tempo avrebbero potuto convivere con rispetto reciproco e serenità.

domenica 2 aprile 2023

Una riflessione su "Il racconto dell'ancella"


 Una riflessione su "Il racconto dell'ancella"


È molto istruttivo guardare la serie TV "Il racconto dell'ancella", così come lo è leggere il capolavoro di Margaret Atwood, che, ca va sans dire, tornano prepotentemente d'attualità.

Ci troviamo, in sintesi, di fronte a una critica radicale della sottomissione del corpo delle donne e di conseguenza anche della GPA, che tale è.


Con tutti i limiti che può avere una serie TV, e infatti questa non vuole essere una recensione, anche perché il libro della scrittrice canadese ne meriterebbe una a parte, è particolarmente interessante riflettere su come può essere realizzata una distopia specchio de " Il mondo nuovo" di Aldous Huxley.


L'argomento è lo stesso, e cioè la produzione, la selezione e il controllo delle nascite da parte di uno stato totalitario. Ma mentre ne "Il mondo nuovo" lo stato totalitario è a carattere progressista e tecnoscientifico, ne "Il racconto dell'ancella" abbiamo uno stato totalitario a carattere ultraconservatore e teocratico.


In tutte e due le distopie il beneficio è riservato alle élites, sia con la creazione in laboratorio a base genetica di una razza pura (gli alfa), e di razze via, via geneticamente meno perfette, all'interno di una scala gerarchica rigida e biologicamente immodificabile; sia nella selezione di ancelle, ridotte a contenitore per la procreazione di bambini a beneficio delle alte sfere gerarchiche, da notare anche che quelle sterili sono definite "non donne".


Questo a dimostrazione del fatto che lo schiavismo, in via ipotetica, ma se abbiamo presenti certe società del presente e del passato, in via molto reale, può avere qualsiasi aspetto ed essere sempre condizionato dall'imposizione di un concetto di bene astratto, molto soggettivo e manipolabile dal potere di pochi, che impongono una morale, che sia quella di un dio, della scienza, oppure dei bisogni dei ricchi.

Quei pochi che stabiliscono il confine tra il lecito e l'illecito, lo scientifico e il non conforme alle leggi, il naturale e l'artificiale, l'efficiente e l'improduttivo. E si potrebbe continuare.


Quindi, non importa se sia teocrazia reazionaria o tecnocrazia progressista, non importa se sia lo Stato o la libera concorrenza, se sia la religione, la scienza o il denaro, la cosa fondamentale è che qualsiasi potere, se non contrastato, porta al totalitarismo e punta allo schiavismo, al controllo dei corpi e delle menti, a beneficio di una classe di elevati. 


Lo può fare direttamente senza necessità di mascheramenti, imponendo un regime militare o poliziesco, ma lo può fare attraverso il condizionamento dei media, spacciando per libertà quella che è oppressione. Oppure, a lungo andare, lo può fare con qualsiasi mezzo possibile, ma sempre con lo stesso comun denominatore suscitando la paura dell'altro, del nostro simile, sia come portatore di malattie, che di pensieri eretici e non conformi alla morale, alle leggi della scienza e ai desideri delle élites.

Lo abbiamo visto nel passato con i sistemi totalitari del Novecento, lo vediamo oggi con la tirannia tecnocratica globale.


È interessante anche un altro aspetto de "Il racconto dell'ancella": una specie di mondo multipolare, creato in base a una sorta di "gentlemen agreement" post bellico di rispettiva non ingerenza, anche su come sedare, controllare e reprimere le masse.

Ma questa potrebbe essere un'altra storia, anche se a ben vedere fa parte della stessa, e non solo relativamente a questo racconto.


venerdì 31 marzo 2023

Valerio Evangelisti "Noi Saremo Tutto" (2004)

Consigli di lettura 

Valerio Evangelisti

"Noi Saremo Tutto" (2004)


Eddie Florio è un gran figlio di puttana. Un figlio di puttana che si incontra molto di rado nella letteratura. Eddie Florio è un perverso, un egocentrico e un narciso, un tipo votato anima e corpo, ad ogni costo, al potere e al raggiungimento dei suoi scopi. In fondo, se nel mondo della fantasia, tipi così non sono molto frequenti, la stessa cosa non si può dire della realtà.


Quindi Florio, il protagonista di questo grande romanzo di Valerio Evangelisti, è un tipo comune, molto più comune di quello che si pensa. Di Florio è pieno il nostro mondo, in caso contrario la nostra realtà non sarebbe così schifosa e putrida.

La vicenda è ambientata in un arco di tempo che va dagli anni trenta agli anni cinquanta, negli USA, e in particolare nei porti di Seattle, San Francisco e New York. Il contesto è importante, ma non bisogna leggere il libro limitandosi a questo. Ma come una parabola di critica al potere, a qualsiasi tipo di potere.


Si narra della scalata del protagonista, appunto Florio, all'interno del sindacato dei portuali fino ad arrivare all'Anonima Assassini. Questo attraverso i conflitti che in quel trentennio videro protagonisti le lotte dei portuali americani e con il tentativo, coronato da successo, da parte della malavita e del padronato, di infiltrarsi all'interno dei sindacati. Il romanzo è chiaramente ispirato a "Fronte del porto", ma la rielaborazione di Valerio mette ancora più a nudo certi aspetti, descrivendone tutta la loro miseria e crudeltà.


Evangelisti plasma con facilità una materia di cui era profondo conoscitore. Le pagine scorrono via che è una bellezza e i personaggi sono tratteggiati con cura quasi maniacale ed ossessiva, in modo da sottolineare ancor più l'atmosfera malata e di disfacimento morale in cui è inserita la vicenda. È una progressiva discesa negli inferi dell'animo malvagio e spietato del protagonista.


L'autore dimostrava una particolare vena nel costruire romanzi di carattere storico - politico, come è avvenuto con una parte della sua produzione, questo non solo per la conoscenza di cui si è già detto più sopra, ma innanzitutto per la passione che Evangelisti infondeva in queste storie. È chiaro, infatti, dal modo duro e senza cedimenti con cui espone i fatti, che tutto ciò lo coinvolgeva fin nel più intimo dei suoi sentimenti. 


È percepibile in maniera netta il suo sconcerto e la sua indignazione, per una realtà che descriveva incredibilmente bene, ma che rifiutava assolutamente. Era mio amico Valerio e so benissimo come la pensava.

A prescindere da Eymerich e dalla sua grandezza come personaggio letterario, lo scrittore aveva moltissimo da dire fuori dall'Inquisitore, e ne era assai consapevole, come aveva capito che la vita di un autore seriale non è facile e restare imprigionato in un personaggio anche se grandioso, non è sempre un bene, anzi, la ripetizione può portare all'inaridimento creativo. 


Dove, quando o come non ha molta importanza, l'importante è che sia protagonista la Storia e che il racconto ci venga da uno scrittore la cui visione soggettiva aveva il dono di essere alternativa e antagonista a chi la Storia non solo vorrebbe riscrivere, ma anche cancellare.

E a uno scrittore del suo calibro spetterebbe una volta per tutte il riconoscimento che merita, nell'ambito della storia della letteratura italiana, e non solo di quella di genere.

𝗜𝗦𝗟𝗔𝗠𝗜𝗦𝗠𝗢, 𝗔𝗡𝗧𝗜𝗢𝗖𝗖𝗜𝗗𝗘𝗡𝗧𝗔𝗟𝗜𝗦𝗠𝗢 𝗲 𝗥𝗘𝗦𝗣𝗢𝗡𝗦𝗔𝗕𝗜𝗟𝗜𝗧𝗔' 𝗠𝗢𝗥𝗔𝗟𝗘

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